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La “lacca povera” nella calcografia remondiana
a cura di Paolo Cesari
Contributo pubblicato in
“Mobili dipinti”
(Tempera, Lacca ed Arte povera nelle botteghe italiane dal
XVII al XVIII secolo)
Icaro Edizioni, 2004
AA.VV.
* Per note, bibliografia e regesto fotografico si rimanda
alla consultazione della pubblicazione.
Introduzione.
La diffusione e la notorietà conseguente all’utilizzo
della cosiddetta tecnica detta a lacca povera (o contraffatta)
è conquista da assegnarsi a Venezia; tuttavia, la consuetudine
di ornare mobilia o complementi d’arredo con incisioni
ritagliate e dipinte risale almeno al Seicento.
A Parigi o a Augsburg è già in quel secolo segnalata
la consuetudine di ornare le pannellature di mobili con calcografie
colorate (di preferenza da apporsi sottovetro) fornite da
stampatori locali.
Nella seconda metà del Settecento, il rinnovato interesse
che la committenza accorda in generale alle cineserie e in
particolare all’arredo laccato trova in Venezia terreno
quanto mai idoneo per percorrere ogni sperimentazione intesa
a contraffare i pregevoli effetti della lacca d’Oriente.
Il depintore veneto, sollecitato dalla grande richiesta,
mette infine a punto una procedura di veloce esecuzione, a
costo contenuto, con risultati di evidente soddisfazione,
tanto che la lacca povera veneziana diverrà
un fenomeno che travalicherà gli stessi confini della
Serenissima Repubblica. La tecnica posta in opera fu al contempo
semplice e ingegnosa: ritagliando e incollando stampine (previamente
incise e colorate su carta sottile) alla superficie lignea,
bastò uniformare carta e supporto ligneo con ripetute
stesure di sandracca, conseguendo un prodotto finito di corposa
e rilucente nitidezza cromatica, tanto da simulare con efficacia
l’ambita lacca orientale. Un successo inatteso? Certamente
no: trae linfa vitale da una lunga consuetudine che da secoli
vede Venezia in prima linea nell’uso di rifiniture pittoriche
e decorative con impiego di vernici orientali, in particolare
la sandracca; fin dall’epoca Luigi XIV in laguna si
produssero arredi d’imitazione orientale con ornati
rilevati (in pastiglia), poi laccati con vernici d’Oriente;
inoltre, nei domini veneti già da anni circolavano
prontuari a stampa con figurine idonee a ornare, oltre che
minuteria d’uso quotidiano, anche all’occorrenza
mobilia di prestigio. Tra questi numerosi cataloghi, i più
divulgati erano editi a Bassano del Grappa, nei tipi di Remondini.
In questa produzione si deve riconoscere il più importante
fenomeno di fioritura d’arte popolare verificatosi nell’intera
storia della Repubblica di Venezia.
Genesi
e storia della stamperia Remondini.
La fondazione della tipografia spetta a Giovanni Antonio Remondini
(1634 – 1711), un mercante padovano trasferitosi a Bassano
intorno al 1650. Tenace imprenditore, è un figlio del
popolo, evenienza che lo pone in sintonia con le reali esigenze
delle classi più umili. Senza perdersi in vane ambizioni
artistiche coglie nel segno realizzando gran profitti con
opere calcografiche destinate alla devozione popolare, che
abilmente commercializzate conobbero repentina e vasta diffusione.
Dal 1711 e fino al 1742 il figlio Giuseppe (letterato, poeta
nonché raffinato collezionista di libri antichi) guida
la ditta adeguandola a ritmi produttivi semi industriali,
specializzandosi anche in tipologie satiriche a sfondo moraleggiante
che andranno ad integrare l’ormai noto prontuario di
immaginette devozionali (il cui largo successo fu anche dovuto
all’abilità dei Remondini di legare la venerazione
delle stampine con l’assoluzione di particolari indulgenze).
Data alla conduzione di Giuseppe la fondazione di una scuola
d’intaglio, diretta da Giuliano Giampiccoli, vera piattaforma
di lancio per la formazione di generazioni di incisori. Parallelamente
si inaugura la fabbricazione di cataloghi con carte dorate,
inargentate e miniate (da legatura o da parati).
Nel 1750 i figli Giambattista e Giovanni Antonio il Giovane
riescono a iscrivere la manifattura alla fraglia dell’arte
degli stampatori, con privilegio di editare nuove opere. Ne
consegue per i Remondini nel 1751 l’impianto in Venezia
di un importante libreria. Gli acquisti di lastre di rame
incise onde tirare bulini e acquaforti ne attestano la lungimiranza
commerciale, come dimostrano le consistenti acquisizioni di
opere cinquecentesche durante la conduzione di Giovanni Remondini,
o le tempestive acquisizioni delle matrici delle acqueforti
di Canaletto, perfezionato intorno al 1772 da Giovanbattista
Remondini.
Fin quasi sul finire del secolo, non senza rovesci, la ditta
conobbe grande rinomanza, nonostante l’agguerrita concorrenza
di calcografie straniere (francesi, tedesche e inglesi) e
italiane (i Tesini, i Soliani di Modena), tanto che nel 1798
i Remondini potevano contare in Italia su canali di vendita
affidati a oltre 1500 referenti, mentre in Europa (ma anche
in Argentina e a Malta) ben 53 mercanti erano loro corrispondenti.
Il successo arride ai bassanesi in ragione di tirature altissime
capillarmente diffuse con squadre di venditori ambulanti (porta
a porta), con repertori iconografici che nel caso delle stampe
“fini” erano continuativamente aggiornati al mutare
di moda e costumi.
Fin dal 1766, le stampe erano pubblicate entro cataloghi autonomi,
agevolmente raggruppate per formato: gli “imperiali”
con soggetti sacri e profani entro ricche cornici a cineserie,
le “francesine” o “mode” con oltre
1200 fogli di argomento vario, le “chinesi” destinate
al ritaglio e all’uso nella decorazione a lacca povera
e le “ventole”, che raccolgono soggetti profani
(scene giocose, galanti, umoristiche, maschere veneziane,
invenzioni bizzarre). Dal 1784 i cataloghi di vendita abbandonano
la classificazione dimensionale e adottano un indice per soggetti,
dove acquistano rilievo le stampe di traduzione dai soggetti
settecenteschi e soprattutto dalla pittura contemporanea francese,
inglese, fiamminga e italiana.
La grande stagione dei Remondini volge al tramonto poco dopo
il 1797, allorquando Napoleone svende Venezia agli austriaci.
Già nel 1820 il linguaggio laconico dei dati statistici
registra la portata del dramma che prelude alla decadenza:
i referenti per la commercializzazione sono drasticamente
ridotti a 300 in Italia e 19 per l’estero. Nel 1820,
alla morte di Francesco (privo di eredi maschi) la conduzione
prosegue con la vedova Gaetana Baseggio, incapace di apporre
decisivi e necessari cambiamenti, tanto che nel 1848 venne
chiusa la filiale di Venezia.
Data al 1861 la definitiva chiusura di stamperia e cartiera,
con la conseguente liquidazione dei beni.
Lacca
povera o contraffatta.
E’ in particolare tra il settimo e l’ottavo decennio
del Settecento che diviene consuetudine in Venezia l’uso
di stampigliare la mobilia con figurine incise ritagliate
dai cataloghi remondiani, commercializzati in fogli da risma,
poi abilmente laccati e rifiniti mediante la stesura di numerosi
strati di sandracca (fino a 18), a cui seguiva una paziente
e accurata levigatura a spirito.
In anni precedenti la “lacca povera” ornò
ogni sorta di minuteria d’uso quotidiano, dai lunari
alle guantiere, e ancora tabacchiere, giochi, porta parrucche,
carte da lettere, biglietti da visita o scatolette da toeletta
per signora. La vasta produzione incisoria bassanesca che
a pieno titolo appartiene al filone della stampa popolare,
era idonea a diversificarsi nei soggetti e nei modi in ragione
della diversa destinazione.
Nel volgere di breve tempo, grazie al dilagare di mode inclini
all’arte cinese, la lacca povera finì per ornare
comò, specchiere e trumeau, trovando accoglienza anche
negli arredi delle più blasonate aristocrazie veneziane.
Si segnala l’utilizzo anche di incisioni a grande dimensione
per pannelli, sovrapporte e paracamini.
La
serie dei “Chinesi”.
Nel
vastissimo repertorio rubricato dai Remondini è in
particolare nella cosiddetta serie delle “Chinesi”
(formato dei fogli cm. 20 x 28) che si ritrova buona parte
della calcografia incisoria applicata su mobilia e oggetti
d’uso, in minor misura si pongono in opera incisioni
provenienti dalle serie delle “Francesine” o dagli
“Assortimenti”. I soggetti (sebbene desunti da
fogli delle “Chinesi”) sono diversificati: si
spazia da scene di caccia (all’orso, al cinghiale, al
cervo) a immagini di pesci, uccelli o farfalle, fiori o frutta;
né mancano figurette ispirate ai costumi e al folclore
di altri paesi, come nobili francesi abbigliati nella moda
del tempo o pastori e contadinelle ambientati in paesaggi
arcadici. E ancora scene di maschere o teatro, rappresentazioni
di mestieri o frequenti cineserie che furoreggiano a partire
dal sesto decennio del ‘700.
Le serie stampate sono condizionate da esigenze d’utilizzo
pratico nelle dimensioni e nella forma, da cambiamenti di
moda e nel gusto della decorazione. Questa produzione grafica,
rivolta a un pubblico tutt’altro che popolare, trova
caratteristica saliente nella continua modificazione dei moduli
decorativi, riallineati ai mutevoli orientamenti di moda.
Qualora le stampine risultano “incise alla nuova maniera
punteggiata, detta a granito” (moda di gusto inglese),
trovano descrizione nei cataloghi di vendita dei Remondini
solo a partire dall’ultimo decennio del ‘700,
per inoltrarsi poi fino al terzo decennio del secolo a seguire.
In generale si tratta di immagini desunte da fogli composti
da diverse immagini, a forma rotonda o ellittica, rettangolare
o a losanga, talvolta già colorate a pennello.
I temi ricorrenti verso la fine del XVIII secolo sono di repertorio
galante, con Veneri, Cupidi o amorini in gioco, o ritratti
o allegorie delle arti, in ossequio ai dettami di voga in
epoca neoclassica. Verso la fine del Settecento compaiono
paesaggi con rovine, bassorilievi classici, rocailles a soggetti
mitologici, lapidi, urne e sarcofaghi. Agli inizi dell’Ottocento
si nota l’introduzione di immagini caricaturali e giocose
(il parrucchiere, lo speziale, la zingara, arlecchini o giochi,
frequente l’altalena e la mosca cieca).
Se la foggia ornamentale si predispone a recepire moduli decorativi
desunti dalla temperie neoclassica o postrivoluzionaria, il
mobile veneziano mostra una volumetria e una configurazione
formale ancora tenacemente radicata alle mode rococò,
dimodoché curve e bombature rimangono sinuose o ardite,
così come le partiture risolte a intaglio indorato,
ancora conformi alle capricciose modulazione rocaille, mentre
nelle sole immaginette incise e nei colori di sfondo si percepisce
il sentore dei nuovi tempi.
Repliche
calcografiche.
Identificare
correttamente la grafica edita a Bassano del Grappa da quella
coeva stampata a Parigi o a Augsburg, a Roma o in Tirolo o
finanche in Inghilterra è impresa ardua, poiché
è noto e accertato che gli stessi Remondini si macchiarono
di plagi perpetrati ai danni di altre calcografie, ben documentati
dalla storiografia ottocentesca che narra di processi estenuanti
vinti anche grazie all’appoggio di una certa aristocrazia
compiacente (e forse prezzolata). Se i Remondini furono abili
nel condurre il loro gioco, la concorrenza non fu da meno.
Peraltro, già intorno al 1780 si assiste a una diaspora
di incisori attivi a Bassano, che si disperdono lungo tre
principali direttrici: Roma, l’Inghilterra e la Russia,
un fenomeno destinato a moltiplicare la replica di derivazioni
iconografiche condotte in stretta similitudine con i modelli
originali, quando non ingenera la diffusione di veri e propri
multipli.
Il problema si infittisce se si medita l’evenienza che
ancora verso la fine dell’Ottocento esistevano sul mercato
grandi quantitativi di giacenze invendute stoccate a peso
di carta, provenienti dalla frettolosa liquidazione dei beni
della ditta avvenuta nel 1861. Così nel 1893 accadde
a Achille Bertarelli (poi studioso dei Remondini) di comprare
ben tre quintali di stampe di fondo remondiano dal cartolaio
Mengazzi per 350 lire!). Dunque i falsari attivi fino agli
anni venti del Novecento ebbero facile accesso a grafiche
originali. Si è ragionevolmente stimato che le falsificazioni
di mobilia e complementi d’arredo eseguiti in lacca
povera già negli anni citati “inquinarono”
il 20% della produzione complessiva originale.
I contributi alla ricostruzione del corpus grafico dei Remondini
datano fin dall’Ottocento. In tempi recenti si segnalano
gli studi di Paola Marini (1990) e di Carlo Alberto Zotti
Minici (1988 e 1994).
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