"Allegoria della Fede"
cm. 105 x 65
Stucco su tela dipinto a tempera policroma
Lucca, Matteo Civitali, 1480 circa

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Paolo Cesari
Consulente Tecnico Antiquariale

                                         

      Cesari Paolo
                                                               Perito del TRIBUNALE di Ferrara
                                        C.T.U. della PROCURA della Repubblica di Bologna
                        Membro dell’Unione Europea Esperti d’Arte e Antiquariato

                                                       Via Felice Cavallotti, 8 - Medicina (BO)
                                                                                                                   

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Accertamento Tecnico-Peritale

Oggetto: cassone istoriato, bassorilevato a pastiglia lumeggiata in oro

Firenze, quarto-quinto decennio del XV secolo

Misure: cm. 60 x 200 x 64

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         Il cassone si configura nell’inusuale forma “a parallelepipedo”, a fronte tripartita, con scene figurate, sagomate e riquadrate entro quattro paraste bassorilevate, poste in opera a pastiglia lumeggiata in oro. La foggia delle paraste è del tipo “a candelabra”(1) con invaso e coppa baccellati a costoloni, vivacizzati da elementi acantiformi, sormontati da gorgoni alate (nelle due partiture centrali) e ammezzati lungo i distali delle pilastrate e qui conclusi ad acroterio acantiforme (originale quello del distale destro, restaurato quello sinistro). Le partiture verticali sono l’una all’altra congiunte - in senso orizzontale – da rilievi in forma di cornucopie e costoloni a ovuli, disposti a specula, raccordati da gigliate “alla fiorentina”.
         Il ciclo pittorico, dipinto a tempera all’uovo, risulta di impervia lettura, in ragione di insistite decoesioni materiche, cincischiature e svelature del manto cromatico, a tutt’oggi complicate da restauri sovrapposti e integrazioni pregresse (localizzate in particolare nella narrazione della campitura destra). Solo in emergenza di un attento recupero delle sopravvivenze primigenie si potrà effettuare una corretta disamina intesa a verificarne l’iconografia e l’eventuale paternità. Tuttavia, la campitura sinistra, di articolata scenografia, certo offre allo spettatore la vista di un interno prospetticamente ben definito, animato da personaggi variamente affaccendati; nell’intento del pittore si coglie la necessità di evocare una vicenda articolata e ben definita: pare dunque di poter ipotizzare la presenza di una sequenza “filmica” desunta da una novella romanza, sulla scia della fortuna iconografica che - anche negli arredi rinascimentali - ancora incontrano il Boccaccio ed altri autori tardo medioevali. Se così è, anche questo cassone si configura nel tipo detto “nuziale”; è infatti noto che episodi connessi alla letteratura, a sfondo moraleggiante, furono usualmente posti in opera in commissioni riconducibili a eventi matrimoniali. Evenienza a maggior ragione plausibile se, nella scena destra - a restauro ultimato - si riconoscesse il tema del Viaggio della regina di Saba (né si può tuttavia escludere un tema connesso a un corteo nuziale) Relativamente alla specchiatura centrale, oggi ornata da un pretestuoso blasone(2) che dispiega le insegne degli Sforza (la cui stesura data verosimilmente ai primi anni del Novecento), a ben guardare, nelle campiture a sfondo, mostra tracce e lacerti dell’imprimitura preposta alla finitura pittorica, dimodoché con ogni probabilità si deve ipotizzare che anche questa “quadratura” fosse ab ovo istoriata. A conferma dell’assunto si dirà che, in altri cassoni similmente formati, ritorna invariabilmente la formula a tre scene picte con novelle letterarie.

         I fianchi, esenti da rifiniture rilevate in pastiglia dorata, sono ornati da pitture di felice costruzione decorativa: racemi accartocciati in florilegio, disposti “a specula” si raccordano centralmente a sostenere una coppa da cui fuoriesce un trionfo di frutti. L’allusione simbolica al giardino fiorito, ricolmo di doni della terra, è anch’essa allegoria di squisito timbro nuziale.
Nei fianchi si rileva l’infissione di ferrature da asporto, del tipo “a manetta estroflessa, inchiavardata e conclusa a teste umbonate., a mio giudizio pertinenti e originali. La connessione dei fianchi alla fronte (e alla schiena) è coerentemente condotta a grimagliera di incastri “a coda di rondine”: i decori a girali che si dilungano fino a rivestirne la pilastrata suggellano la coerenza cronologica dell’intero ciclo ornamentale.

La carcassa è in pioppo. L’interno cela un cassettino ripianato. Sono del convincimento che fondo e schiena siano confacenti; il piano è dubbio, poiché rivela segni di preesistenti serraggi ferrei (incongrui se relazionati ai corrispettivi incastri della schiena, dove si rileva la preesistenza dei tre fori atti ad ospitare i serraggi “a occhiello”). Le cornici passanti che riquadrano i perimetri, disposte a rilievo rispetto al filo del piano, sono antiche e formulate in perfetta coerenza con consimili e coevi esempi di arredi toscani (segnalo la mancanza della cornice d’imbotto in corrispondenza al muro). Le cornici del sottopiano e della fascia di cintura (con intaglio modulato “a foglia d’acanto”) sono antiche, sebbene talune sezioni risultino restaurate o ricostruite. La cornice della fascia di predella, sagomata a stondo e innervata, è stata interamente riallestita con materiale di recupero in fase di restauro(3).

In merito alla numerazione entro lo scafo e nel cassettino interno, rimando in nota(4).

L’analisi espletata configura un arredo sostanzialmente originale, formulato su schemi plastico-decorativi che consentono una lettura d’insieme ancora coerente e in buona parte esaustiva.
Analisi critica.

Il “cassone Gavazza”, per più ragioni, risulta di particolare interesse.

          In primo luogo palesa una morfologia formale e decorativa che, grazie a questo fortunato rinvenimento, configura e comprova l’esistenza di una specifica tipologia, prima d’ora trascurata negli studi specialistici. Prova ne sia che le partiture risultano altamente differenziate se rapportate alla summa dei cassoni repertoriata in ambito rinascimentale.

A cartina tornasole sono a precisarne le peculiarità distintive:

  1. Struttura “a parallelepido”.
  2. Piano a invaso perimetrate e concluso entro cornici aggettanti.
  3. Fronte a quattro paraste bassorilevate a pastiglia dorata, raccordate da partiture ornamentali, a delimitare tre campiture dipinte a tempera, figurate a temi letterari o nuziali.
  4. Fianchi a decori pittorici di varia stesura.

Ebbene, questa griglia metodologica trova esaustiva rispondenza in due cassoni conservati a Firenze, uno al Museo Horne(5), l’altro - a fronte istoriata con la storia del Giudizio di Paride - al Museo di Palazzo Davanzati(6). In entrambi i cassoni citati risulta evidente la contigua istanza formativa, tale da ipotizzarne l’esecuzione entro una medesima bottega. A conferma si dirà che il “Cassone Horne” e il “Cassone Davanzati”, pur negli adattamenti strutturali riconducibili a restauri novecenteschi (ricostruzione delle cornici e del piano) nelle partiture figurate – se non intonse certamente originali - la dipendenza con il cassone in esame è di immediata percezione probante.
Verificati gli assunti predetti, si è in necessità di designare questa tipologia. In tal senso, propongo in questa sede la seguente definizione: Bottega del maestro del cassone Horne.

Un ulteriore cassone ascrivibile nell’ambito di cui trattasi (ma di fase lievemente posteriore), con partiture in pastiglia rilevata “a cornucopie” (con schema leggermente difforme se raffrontato ai tre cassoni di cui sopra) è stato presentato nel 1975 dalla Galleria “Luigi Bellini” alla Mostra Internazionale di Palazzo Strozzi (cfr. catalogo, p.558, ill.) con attribuzione riferita a manifattura veneziana. Quest’ultimo esempio è di notevole interesse, poiché mostra il mobile ancora impostato su pertinenti sostegni, apparentemente originali, qui tradotti nel tipo “a binario con mensola trasversale, a testa intagliata in forma di foglia d’acanto aperta. Pare dunque probabile intuire che in antico anche gli altri esemplari fossero similmente sollevati da terra, onde preservarli dall’umidità. L’informazione è preziosa, poiché delinea la corretta filologia del restauro da effettuarsi negli altri tre esemplari, a oggi irrisolta o erroneamente interpretata.

In merito all’ipotesi che questa bottega fosse operosa in Firenze, segnalo taluni elementi a riprova. L’ossatura dei tre cassoni noti è invariabilmente condotta in legno di pioppo, un’essenza lignea già ampiamente repertoriata nei cassoni quattrocenteschi fiorentini. Tipica, nella città gigliata (e fino a Cinquecento inoltrato) è l’adozione di riquadrare le superfici del piano entro un invaso ribassato, determinato nei quattro lati dall’inserimento di cornici modanate e sagomate, aggettanti. La peculiare tipologia delle maniglie del cassone in giudicato trova ampia conferma in ambito locale. La resa plastica degli ornati a pastiglia dorata appare semplificata e nel contempo vigorosa, la sinfonia compositiva si uniforma su repertori lessicali compiutamente rinascimentali, un modus agendi precipuo dei plasticatori fiorentini, ben differenziato dalle coeve produzioni senesi, a tratto calligrafico e mai esenti da retaggi tardo gotici. In particolare, la stesura dei vasi del “Cassone Horne” trova ineludibili riscontri nella coroplastica locale fin dal quinto decennio del XV secolo, per convincersene basterà osservare il bancone centrale della sagrestia di Santa Croce, ricondotto al regesto del maestro Giovanni di Michele, come posto in evidenza da Claudio Paolini (2002, pag. 54). Parimenti, nel “Cassone Gavazza”, le candelabre centrali, concluse da protome a gorgone alato, ritornano in cassoni fiorentini di più arcaica stesura. In particolare, il motivo “a gorgone alata” è attestato nel noto cassone nuziale a rilievi in pastiglia dorata, raffigurante Il Ratto di Proserpina, oggi a Minneapolis, Institute of Arts (già in asta Volpi, New York, 1916), con sostegni a grembiulina sagomata e archiacuta, appunto centrata da gorgoni alate.

In ultimo, la cronologia mi trova in appieno concorde con quanto già indicato dalla Trionfi Honorati (1986) in merito al “Cassone Davanzati” eseguito, a suo giudizio, intorno al quarto decennio del Quattrocento, datazione puntualmente confermata anche dal Paolini per il “Cassone Horne”. Il “Cassone Gavazza”, di dimensioni maggiorate (nell’ancora scarno regesto di questa bottega) parrebbe il più antico.

Ne consegue che questa tipologia è a pieno titolo da porsi tra i prototipi antesignani in questo genere d’arredo, a ideale ponte di raccordo tra il cassone in pastiglia rilevata tardo gotico e il cassone pittorico della piena rinascenza. Pare quindi superfluo allo scrivente, ribadire l’interesse storico e artistico del manufatto in verifica.

        
Medicina (BO), 14 settembre 2005

Addenda.

    1. L’ornato “a candelabra” è mutuato da prototipi codificati a Roma. Deriva da moduli di foggia archeologica neoimperiale, rivisitati dagli artisti dell’Umanesimo e del Rinascimento con schemi e apporti originali. La presenza in questo cassone di tale modulo decorativo ne testimonia la precoce adozione in ambito fiorentino, documentata già tra il terzo e il quinto decennio del Quattrocento.
    2. Il blasone è a ogni evidenza incongruo, peraltro modulato su schemi araldici diffusi fra il tardo Trecento e i primi anni del secolo a seguire (la versione corretta era verosimilmente quella “a testa di cavallo”). La materia è del tutto priva di crettature e palesa vistosi segni di anticature forzose. Questa sovrapposizione è tuttavia non priva di fascino e si configura come ornamento ormai storicizzato nel vissuto del mobile. E’ intuitivo che tale allestimento non è in sintonia con la filologia del restauro “classico”: è dunque ipotizzabile precognizzare un intervento inteso a frodare un qualche collezionista vanaglorioso, cultore dell’alta epoca lombarda (… timeo danaos et dona ferentes …). Ravviso in questo modus agendi la peculiare mentalità e le capacità tecniche tipica delle botteghe di restauro attive tra Firenze e Siena verso la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900.
    3. I restauri variamente riconoscibili nella carcassa e nelle partiture decorative lignarie, implicano l’azione diretta di una mano maestra, capace conoscitore di essenze lignee e profondo intenditore di mobilia toscana d’alta epoca. Lo stemma è invece - a mio giudizio - frutto di mano diversa, non esente da cadute di livello e scadimenti formali. Parimenti mediocre è il restauratore delle partiture pittoriche, affrettate e incoerenti, in particolare nella campitura destra.
    4. Brevemente. La numerazione A 5141 - 45 – 290 non rientra nella normale segnatura in uso presso le maggiori case d’asta. E’ tuttavia molto probabilmente un codice d’asta, che mi riservo in futuro di meglio approfondire. Generalmente, i primi numeri dopo la titolatura letterale, sono quelli che precisano la data di vendita. Se così fosse, questo mobile sarebbe stato posto all’incanto il 5 gennaio del 1941.
    5. Il “Cassone Horne” (inventario della Fondazione n. 147, acquisito nel 1908?) misura cm. 59 x 140 x 54. Presenta appoggio a terra, cornice modanata inferiore e coperchio integralmente ricostruiti con materiale antico, così ripristinato verso la fine del primo decennio del Novecento. Le partiture pittoriche, per quanto mi risulta, non sono ancora state iconograficamente interpretate.
    6. Il “Cassone Davanzati” (inventario mob. n. 164, cfr. Berti 1971, pp.199-200, n.17, tav. 49) presenta misure pressoché identiche all’esemplare Horne, ma anche in questo caso la ricomposizione dell’arredo è stata effettuata tra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900
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