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Gian Battista Gatti, il “Giove della tarsia”
(Faenza,
1816 – Roma, 1889)
a
cura di Paolo Cesari
Contributo
pubblicato in
“Arredi dell’Ottocento”
Il mobile borghese in Italia
A
cura di Icaro Progetti x l’Arte, AA.VV.
Banca Popolare dell’Emilia Romagna
Artioli Editore, 2000
* Per note, bibliografia e regesto fotografico si rimanda
alla consultazione della pubblicazione.
Nei
repertori storiografici, Gian Battista Gatti è il paradigma
dell’illustre sconosciuto. Se ne rinviene laconica citazione
nel Thieme-Becker. Il solo ausilio del De Gubernatis
offre sintetiche notizie, tratteggiate con penna demodé
(la pubblicazione è del lontano 1889). Nel Novecento,
sporadici e scarni contributi ne hanno parcamente alimentato
la memoria, mentre la critica recente lo segnala con riferimenti
generici, riesumando notizie trite, sovente erronee, spesso
fuorvianti
Parrebbe, il Gatti faentino, ebanista comprimario. Bravo,
ma ne più ne meno di molti altri.
Il “caso Gatti” è simbolica pietra di paragone.
Palesa come l’annosa distinzione tra arti maggiori
e arti minori, oggi consegue risultati gravemente invalidanti.
Il prolungato manifestarsi di questa forma mentis
ha ingenerato, in più settori di studio, radicati e
imprecisi convincimenti. L’evidenza di questo assunto
diviene emblematica se raffrontata in particolare alla temperie
artistica della seconda metà del XIX secolo.
E’ questo un macroscopico esempio di damnazio
memoria non raro e tuttavia di allarmante rilievo,
la cui evenienza andrà addebitata in primis
alla critica nostrana, poco incline a esaminare le cosiddette
arti decorative. Se la patologia è percepibile e conclamata,
l’effetto è di portata forse inimmaginabile:
l’intera produzione artistica del secolo decimonono
italiano, viene ancor oggi dai più percepita come succedanea,
quando non sterile o al meglio, ripetitiva.
Nell’indagarne la forma, se ne è trascurata la
sostanza: si è dimenticato che quel tempo conobbe un’erudizione
“enciclopedica” e che nacque sulle rovine dell’ancien
régime, un evento detonante che sprigionò
sinergie finalmente capaci di innestare la potenza motrice
della Rivoluzione Industriale, fatto non irrilevante: si verificano
le premesse per un più diffuso benessere.
Troppe volte si è scritto che le arti italiche furono
in quegli anni come assopite nel limbo del Risorgimento. Tutt’altro.
Questo secolo vanta raffinati divulgatori capaci di imporsi
a livello internazionale: l’Eclettismo Storicizzante,
la riscoperta dei primitivi, la rivalutazione dell’artigianato
corporativo (in breve il Movimento Estetico), originarono
in Italia e non in Inghilterra o in Francia! Il movimento
Arts and Crafts di William Morris o la stagione preraffaellita
di Ruskin e Gabriel Rossetti, non furono altro che l’estensiva
applicazione di una pratica che in Italia (da almeno un ventennio)
era già diffusa consuetudine. La matrice “fondante”
dello storicismo è da ricercarsi in Firenze;
antesignani di particolare merito ne furono gli ebanisti-intarsiatori
Falcini. Il celebrato apporto delle Esposizioni Internazionali
va contestualizzato e ridimensionato: fu il veicolo che ne
centuplicò la diffusione.
L’ebanisteria è tra gli strumenti di cui si può
disporre per comprendere un’epoca, talvolta ne è
perfino rappresentazione probante. Se nella Pittura
o nella Scultura si individuano quelle direttrici ideali che
ne sostanziano il culmine, l’arredo ligneo ne è
il substrato vitale. Se, per assurdo, si ponesse la necessità
di studiare l’interno di una residenza (nelle sue multiformi
componenti d’arredo), la corretta percezione di uno
stile risulterebbe non poco compromessa qualora l’ambiente
esitasse la totale dispersione della mobilia coeva: il mobile
è il fattore a denominatore comune. L’architettura
dell’edificio potrebbe risultare indicatore di valido
ausilio, ma in più casi inesaustivo.
Comprendiamo cosi, per estensione, come il mobile sia da ritenersi
elemento d’indagine imprescindibile qualora si intenda
cogliere l’anima di una fase epocale. I cento
anni che caratterizzarono il secolo di nostro interesse, furono
così densi di frenetici eventi e novità, da
non trovare forse uguali nei precedenti; si pensi solo al
proliferare di stili: dall’Impero al Liberty. L’Ottocento
muove i primi passi sulla scia degli effetti sprigionati dalla
presa della Bastiglia per concludersi nei germi che preludono
alla Grande Guerra e alla nuova rivoluzione, che nell’eccidio
dei Romanoff, proclama l’avvento in Europa di un mutato
assetto sociale. La notte che salutò il capodanno del
1900 fu inconsapevole delle vicine trincee e del fragore dei
cannoni, celebrava se stessa nell’effimera spensieratezza
fin du siècle, dimentica di incarnare l’ultimo
anelito che vide il fiorire del mecenatismo e della grande
committenza artistica.
I. Gian Battista Gatti …. deus
ex machina.
Nella specialità dell’intarsio, per quanto premesso,
il lettore più attento non si stupirà nell’apprendere
che in contralto ai blasonati Falcini di Firenze, altri come
Rosani di Brescia, Bortolotto di Savona, Lancetti di Perugia,
Martinetti di Torino, Lamattina di Palermo o i Gargiulo sorrentini
(per non dirne che alcuni) sono oggi poco più che alchemici
esercizi di citazione, anche presso gli “addetti al
settore”. Si provi a ricercarne il regesto o semplici
indizi bibliografici: poco più di nulla.
Il Gatti incontra medesimo destino, sebbene l’artista
fu sovente designato come “Il Giove della tarsia”
(cfr. fra gli altri, anche in “Popolo Romano”,
n.191, 11 lug. 1881).
Il merito di averlo indagato per primo, percependone le potenzialità,
spetta all’architetto e designer Ennio Golfieri. Già
nel 1987, trattando sull’ebanisteria faentina, intuisce
che in ambito di arredi intarsiati e incrostati con materiali
di pregio “… il Gatti non ebbe rivali, anche
all’estero”.
A riverifica odierna, dopo pazienti (e fortunate) ricerche,
con giudizio sereno posso infine sottoscrivere che il plauso
generale con cui committenza e critica ottocentesca ne celebrano
la produzione, confermano il Gatti come artista di ineludibile
riferimento nel suo ambito e nel suo tempo. Tale assunto
viene suffragato anche in ragione dell’analisi ex visu
delle opere certamente ascrivibili al suo operato.
Fu l’interprete di una stagione artistica di ampio respiro
nazionale, con ardenti vampate che lo candidano “maestro”
di rilevanza europea. Le molte e suggestive similitudini che
quasi d’obbligo ne rendono inevitabile il raffronto
con il celebre Giuseppe Maggiolini di Parabiago (ricordato
a giusto titolo come l’intarsiatore dei principi,
il principe degli intarsiatori) lo pongono infine, anche
se in diverso contesto storico, su un piano consimile.
Nella genesi di questo volume (Cesari, 2002), quando mi si
propose di redigere un contributo, sostanziato in un approfondimento
inerente a un “nostro ebanista paradigmatico del XIX
secolo”, non ebbi dubbi che era giunto il momento di
dar voce a Gian Battista Gatti: la sua vicenda “fende”
idealmente l’intero arco temporale in esame. Inoltre,
l’inusuale visione d’indagine che permea questa
pubblicazione - vi si privilegia la mobilia in quanto dimora
del gusto, configurandola come museo dell’anima
- trova, appunto nel Gatti, ebanista di puntuale riferimento.
Incarna passato e futuro insieme: è erede dell’Impero
ma figlio della Restaurazione, matura in seno al rinnovarsi
del gusto neorococò e nel contempo diviene adulto frequentando
teoremi unitari e risorgimentali, eventi che, nel suo specifico
ambito d’azione, lo porteranno infine a divenire capace
esponente dell’eclettismo mitteleuropeo e, in particolare,
della neorinascenza italica.
Il necessario preambolo consente ora di alzare il sipario.
E’ questa una rappresentazione concepita e strutturata
in brevi atti unici, una sequenza di “momenti”
che nel loro disvelarsi intendono prefigurarne solo gli aspetti
salienti e probanti. Sarà questo contributo una sorta
di “prima” a cui il lettore assisterà come
partecipe di un giudizio che spero, a sipario calato, positivo.
Il prologo qui si confonde con l’epilogo, ma fin da
subito lo dirò artefice davvero unico.
Ricercato e conteso da committenza internazionale, stimato
da clientela blasonata (principi e sovrani ne tessero gli
elogi), modesto, umile, formato nei precetti del vangelo,
il piccolo faentino dagli occhi castani balucicanti intelligenza
ebbe per amico Pio IX, che onorò l’artista ambientando
taluni suoi arredi in Vaticano, tra le logge dipinte da Raffaello.
Le pubbliche esposizioni gli valsero premi tra i più
lusinghieri, fra cui ben dieci medaglie d’oro. Fu insignito
di numerose onorificenze: Croce di Isabella la Cattolica di
Spagna, Croce di San Silvestro del Papa, Croce della Legion
d’Onore di Francia, Croce di Cavaliere della Corona
d’Italia.
I giudizi dai suoi contemporanei e della critica coeva sono
all’unisono ammirati: Gatti non ebbe rivali.
In ultima analisi, non temo l’iperbole nel descriverlo
come il deus ex machina della grande tradizione d’intarsio
di scuola italiana, che dal tardo Medioevo (si diffuse grazie
ai monaci dell’Ordine di San Brunone) conosce tra il
‘400 e il ‘500 la sua epoca aurea, per nuovamente
rifulgere nel ‘700 con il Piffetti e il Maggiolini,
ritrovando nel Gatti l’apice e l’evento conclusivo
di un’avventura a dir poco straordinaria.
II. Il contesto formativo e gli anni
giovanili.
Gian Battista Gatti nasce in Faenza il 22 luglio del 1816.
Fin dal Cinquecento questa località, certamente ai
più nota per la straordinaria vicenda connessa alla
storia ceramica, fu nel contempo tradizionale fucina di arte
lignaria. Nei primi anni del secolo di nostro interesse, il
precursore di quella che in seguito diverrà una “scuola
d’intarsio” fra le prime d’Italia, è
da individuarsi nella figura di Angelo Bassi.
Entro la prima metà dell’Ottocento, pur tra i
molti valenti intagliatori e intarsiatori, fiorì in
Faenza la bottega di Giovanni e Angelo Mingozzi, padre e figlio.
Il primo(1) si distinse per realizzazioni di mobilia intarsiata,
rifinita a commesso bicromo con acero e avorio su fondo di
noce scuro, sovente guarnita di ornati bronzei. Il figlio
Angelo(2) nel subentrargli, differenziò la produzione
aggiornandola con tarsie di legni colorati e applicazioni
in madreperla e avorio(3).
I Mingozzi furono degni e ultimi epigoni della gloriosa ebanisteria
faentina, eredi di quel cenacolo settecentesco che seppe esprimere
una fioritura neoclassica di respiro internazionale.
Nella loro bottega trovò nuova linfa vitale l’antica
gloria faentina, vivificata da commistioni Carlo X e neogotiche,
mentre la tarsia venne perfezionata con l’adozione di
decori a timbro bolognese, ma filtrati dalle nuove esperienze
che andavano sperimentandosi in Firenze.
Già sul finire del terzo decennio, compaiono vivaci
tendenze “eclettiche” sull’onda del favore
che riscuotono le nuove mode oltrealpine. Si impongono reminescenze
di gusto neorococò, istanza paneuropea che “marca”
la produzione di periodo Luigi Filippo (1830-48) perpetuandosi
fino a secolo inoltrato. Pulsioni storiciste si ravvisano
finanche prima del 1825: nel maggio di tale anno, in occasione
dell’incoronazione di Carlo X nella cattedrale di Reims,
l’ornatista Hittorff(4), allestì un apparato
scenico con addobbi goticheggianti. In quest’episodio
si deve riconoscere l’archetipo fondamentato e propulsivo
del Romanticismo, tendenza “a ritroso” di inesauribile
fortuna artistica nella seconda metà dell’Ottocento.
Più
in generale, l’intarsio in Italia, dopo la pace di Vienna
e la conseguente Restaurazione, venendo progressivamente meno
l’interesse per lo stile impero, andava primeggiando
nei centri di Nizza, Sorrento, Savona, Rolo, Siena e Sorrento,
mentre in Lombardia gli epigoni del Maggiolini brillavano
di sola luce riflessa.
In questo fecondo retroterra (vi è già significativa
compresenza di tecniche a intarsio e a commesso eburneo) germinò
la cultura tecnica e estetica del giovane Gatti, che fu dapprima
introdotto al mestiere da fra Girolamo Bianchedi. Poi, sospinto
da irrefrenabile desiderio di imparare, ebbe per maestro ogni
ebanista faentino, tanto che ancora fanciullo realizzò
gran numero di deschi, stipetti, cornici e quant’altro.
Già sedicenne pose in opera due canterani lastronati
e intarsiati con tecnica ineccepibile (cinquant’anni
dopo risultavano ancora perfetti). Di lì a poco divenne
consapevole che il suo destino era quello dell’ebanista
e, propriamente, intarsiatore quadraturista. In ultima analisi,
l’imprimatur formativo è verificabile
nella congiunta eredità del Bassi e nella lezione di
Mingozzi padre, di cui Gian Battista è virtuale “figlio
putativo”.
III. Il perfezionamento fiorentino.
Quasi ventenne, dalla natia Faenza il Gatti sentirà
l’esigenza di confrontarsi con la cosmopolita Firenze
nel Regno d’Etruria (allora detta l’Atene d’Italia)
tappa quasi obbligatoria e già percorsa da molti suoi
conterranei.
La città gigliata è in grado di favorire le
particolari esigenze di perfezionamento del nostro: vi operano
i fratelli Falcini(5), rinomati intarsiatori. Fu officina
d’arte in cui il Gatti seppe farsi valere: riconosciuto
abile e virtuoso, l’alunnato presto mutuò un
rapporto destinato a duratura collaborazione. Nel contempo
divenne abile anche nel disegno a quadratura, sotto l’attenta
guida del prof. Jacopo Ciacchi.
Luigi e Angelo Falcini erano celebri per la produzione di
mobilia “sfoggiata” ad alto tenore qualitativo,
riccamente adorna di tarsie arabescate in essenze lignee rare,
su fondi spesso lastronati in noce d’India e infine
impreziositi da incrostazioni dispiegate in alternanza di
avorio e madreperla. Sono maestri da annoverarsi tra i protagonisti
di quel movimento di precipua matrice fiorentina, che andava
riscoprendo il valore dei primitivi e riponeva grande interesse
per l’arte lignaria del cinquecento toscano. In ultima
analisi, tale produzione era ispirata a modelli diffusi ai
tempi del granduca Cosimo il Vecchio, spesso elaborati su
cartoni di Benvenuto Cellini.
I Falcini, a dispetto di quanto oggi accreditato, anticipano
largamente le correnti d’oltralpe nell’adozione
di stilemi ispirati al repertorio rinascimentale: si pensi
al lasso temporale che li separa dalla scuola tardomanierista
di Fontainebleau, in Francia. In tali intuizioni competono
con la Pittura coeva. Questa evenienza impone un revisionismo
di ampia portata in favore di pulsioni eclettiche di specifica
azione centrifuga fiorentina.
Il Gatti, visse in Toscana solo d’arte null’altro
concedendosi. Si affinò nel sistematico impiego della
tecnica a incrostazione, si misurò nell’uso di
essenze lignee esotiche, si confrontò nella tecnica
della xilotarsia (coloritura a ombreggiatura chiaroscurale).
La permanenza in Firenze trovò fine dopo poco più
di anno, conseguendo le lodi del prof. Luigi Falcini, che
lo elogiò quale eccellente maestro.
Rientrato in Faenza, aprì bottega, lavorandovi solo,
dedicandosi alacremente alla tarsia, segando con l’archetto
a traforo legno e avorio e commettendone insieme i pezzi,
tingendoli e abbrustolendoli per modularne colori e ombre,
esitando la meraviglia dei visitatori
Con frequenti spostamenti, si erudiva visionando i capolavori
del passato, in particolare fu spesso a Bologna in San Domenico,
dove con privilegiato amore mirava e rimirava il coro rinascimentale,
vanto di quel gran secolo. In lui si andava affinando quella
sensibilità che favoriva la sintesi formale del bello,
la medesima capacità che già fu insita negli
artisti operosi tra il ‘400 e il ‘500 dove, arte,
uomo e natura seppero convivere in unisono di forme e colori.
Si sentì quindi pronto per più difficili prove.
Il tavolo a fondo in ebano arabescato in avorio, madreperla,
agrifoglio e centrato da ramages floreali che espose
nel 1841 al concorso dell’Accademia di Ravenna, gli
meritò la medaglia d’oro: stupì la varietà
delle tarsie e l’inusuale artificio dei chiaroscuri,
ne conseguì il paragone ai grandi del Cinquecento.
Il mobile venne notato dal legato apostolico delle Romagne,
che intese acquistarlo e conoscerne l’esecutore: Gatti
seppe conquistarne la stima; il cardinale Amat(6), esperto
conoscitore d’arte, volle infine divenirne il mecenate.
Passa il tempo e il maestro continua incessantemente a superare
se stesso. Siamo al 1843, al porporato giunge notizia del
prossimo richiamo in Roma e sollecita l’amico artigiano
di seguirlo nella Città Eterna, prospettandogli l’assegnazione
di residenza e bottega entro lo stesso palazzo dove aveva
sede la sua Cancelleria.
Non senza rimpianti, il Gatti lasciò Faenza.
IV. Il periodo romano.
L’avventura romana inizia verso la fine del 1843. L’influenza
del potente “tutore” Amat gli dischiude le porte
della committenza vaticana. Fin dagli esordi, le opere dell’ebanista
si imposero affermando il loro artefice nella Roma di Pio
IX, “succursale” di Faenza per la presenza di
una folta colonia di artisti suoi concittadini: Bianchedi,
Canalini, Minardi, Sangiorgi, Saviotti e altri. Nell’Urbe,
in breve fu consacrato maestro famoso.
L’officina romana del Gatti presto muta in atelier e
si configura come una sorta di impresa: vi opera personale
di diversa specializzazione e fra questi un capace collaboratore,
il bravo intarsiatore-incrosatatore Eugenio Argnani(7). Nella
futura capitale del Regno d’Italia il Gatti dapprima
operò nella sua tecnica consueta, con tarsie in legni
colorati e pirografati, incluse d’avorio e madreperla.
Tale gamma decorativa fu in parte presto accantonata in favore
di un’evoluzione che mise a frutto la tecnica del commesso
lapideo(8), la cui compresenza alla tarsia e all’incrostazione
si candida a sinergia complementare della sua pur già
articolata summa ornamentale, ora però improntata a
nuove metodologie esecutive.
Fu il primo in Italia e in Europa a dotare la mobilia con
medaglioni istoriati in avorio graffito a tratteggio, abbinando
metalli nobili cesellati, bassorilievi eburnei e incastonatura
di pietre preziose (usualmente ametiste, topazi, diamanti).
Ancora, negli arredi del Gatti, si nota un più assiduo
uso dell’ebano, in alternativa al noce o pero o palissandro
opportunamente ebanizzati. Il suo stile si conforma al raffaellismo
purista, vivificato da citazioni toscane.
Questa più vasta differenziazione risultò particolarmente
apprezzata e richiesta dalla clientela romana (fra cui il
principe Camillo Massimo Borghese, che acquistò una
tavola intarsiata). Incrementarono di pari passo le commissioni
in entrambi gli emisferi.
“… Gli scrigni, gli stipi, le tavole, le cornici
che escono dalle sue mani” per dirla ancora alla
De Gubernatis, “… sono miracoli di eleganza
e d’arte. Oltre al disegno mirabile e vario di ognuno
d’essi, e alla perfezione del lavoro, è degno
di nota il sistema da lui introdotto nell’intarsio in
cui usa all’uopo con brillantissimo effetto, insolite,
belle e smaglianti pietre orientali. Le sue ricerche sulle
pietre rare, e le applicazioni che egli seppe fare, meriterebbero
uno studio speciale …”. Tenterò di
accontentare parzialmente il bravo critico ottocentesco, sperando
che dal suo olimpo mi elargisca un sorriso ammiccante. In
breve: l’artista fece largo uso di lapislazzuli, malachite,
cammei, conchiglie orientali, labradoro e si cimentò
nella lavorazione di centinaia di pietre preziose, diaspri,
silici, onici, e ancora sardonica, agata, giada, ofite, graniti,
porfidi e gran profusione di marmi d’ogni variante.
Con lascito testamentario dotò la natia Faenza della
sua monumentale collezione di pietre dure, raccolta e incrementata
in una vita di incessante studio, onde in breve se ne fece
il Museo Gatti, poi arricchito da una strepitosa croce di
ebano incrostata in avorio graffito e castoni di malachite,
offerta dal fratello, il canonico Antonio (oggi il materiale
è imballato, in attesa di nuova sede).
Il plauso “nazionale” e il consenso di una clientela
europea già consolidata nel 1850, lo sospingono a cimentarsi
nelle Mostre Internazionali, la cui prima edizione si era
tenuta (con gran successo di pubblico) nel 1851 in quel di
Londra.
Nelle pubbliche esposizioni incontrò destino indulgente.
Già si distingue nel 1855 a Parigi (tornerà
a esporvi nel 1862 e nel 1878) presentando un cabinet
di superba esecuzione (con lo stemma dei committenti, i duchi
inglesi di Hamilton); partecipò infine a diciotto universali,
tra Europa e America. In totale ebbe ben ventisei premi(9).
Nelle recensioni del tempo lo si menziona invariabilmente
come artista-protagonista di indubbio talento, le sue opere
sempre primeggiano e non di rado sono acclamate come “capolavori”,
la critica lo designò come il più grande intarsiatore
vivente, mentre lui (parafrasando Petrarca) fu sempre
umile in tanta gloria.
Un aneddoto. Alla mostra di Faenza del 1875 presentò
fuori concorso venti opere. Una risultò stupefacente:
era uno scrigno “a raffaellesche” a fondo d’ebano,
con scomparti arabescati in avorio graffito effigiati con
immagini di illustri italiani, conchiglie orientali in diverse
cromie e lapislazzuli e altre pietre ne erano ulteriore ornamento.
I due sportelli, aperti, disvelavano venti cassettini, ancora
ad arabesco e muniti di dodici altri medaglioni d’avorio
inciso. Sopra svettava un’elegante ringhierina a balaustri,
nei cui apici erano allocate quattro sculturine femminili
a tutto tondo, allegoria dei quattro continenti: il tutto
in avorio. Aveva per base un piccolo scrittoio, di decoro
affine. Per la cronaca, l’opera molti anni dopo venne
segnalata in collezione faentina. Non mi dilungo con gli altri
diciannove manufatti (fra cui uno stipo-orologio provvisto
di sei colonnette di Mura), lasciando al lettore immaginare
lo stupore di chi allora vide l’allestimento del Gatti.
Nella sua lunga carriera, fu tra i pochi italiani, come già
ho anticipato, insigniti di numerose onorificenze da uomini
di stato e da sovrani. Parimenti, ebbe la rara soddisfazione
di vedere confluire sue opere nei musei delle maggiori capitali
d’Europa (la notevole cornice, con il ritratto di Cristoforo
Colombo, presentata a Vienna nel 1873 è oggi al Victoria
and Albert Museum). Molti suoi lavori figurano ai Musei Vaticani
e tra questi, uno scrigno “raffaellesco” e un
cofano “michelangiolesco” sono da stimarsi autentici
capolavori del suo tempo.
L’annosa amicizia col pontefice della breccia di Porta
Pia (gli commissionò molti arredi) fu patente ufficiale
per diffonderne l’impareggiabile arte presso le corti
europee, ove inviò numerosi mobili. Un rapporto preferenziale
si instaurò con i sovrani di Spagna, che conobbero
il Gatti in ragione di un pregevole cofanetto che lo stesso
Pio IX volle donare alla regina Isabella, in occasione della
nascita di prole regale. Dopo insistita corrispondenza, seguirono
altri invii.
Giovan Battista Gatti, in ultimo rientrò nella natia
Faenza, dove morì nel 1889. Così almeno riporta
la storiografia del Novecento, ma…… non risulta
conforme al vero(10).
Morì in Roma verso sera, improvvisamente, probabilmente
per il dolore patito durante la visita mattutina in via Condotti
ove trovò il Torreggiani (commerciante di gioie suo
grande amico) colpito da paralisi. Era il 14 febbraio. In
vita intese sempre essere sepolto nell’amata Faenza,
e così fu: il 22 febbraio giunse il feretro da Roma
via treno e dopo solenne e affollatissima cerimonia fu tumulato
nel cimitero di famiglia, accanto all’amata madre. Nella
parte superiore della lapide, sotto alla cornice di fascia,
si volle inserire l’immaginetta di un gattino, stemma
di famiglia, ma anche motivo firma apposto dall’artista
in intarsio in numerose sue opere. Curioso notare l’analogia
con altra firma simbolo in seguito usata da altro rinomato
faentino, il ceramista Riccardo Gatti.
La città natale conserva opere del maestro, in Palazzo
Milzetti, nei depositi della Pinacoteca, nella chiesa di San
Francesco e nella Cattedrale, oltre che in numerose collezioni
private.
Giuseppe Stopiti, allora editore e redattore della rivista
romana Galleria Borghese, dedicò alla sua memoria una
breve ma incisiva biografia, dove si legge:
“…Non
diremo dei suoi lavori eseguiti con nuove applicazioni
e con i più vivi e smaglianti effetti di
labradoro e per vaghezza d’iri eternamente
luminose; a dimostrare l’eccellenza de’
suoi meriti e lo splendore del suo genio basti
semplicemente notare essere stato egli che ha
portato la tarsia nell’ordine maggiore di
perfezione e alla più alta ricchezza, quale
non fu usta nel cinquecento, in cui quell’
arte fiorì…”
V. “Autoritratto” d’artista.
Le immagini a seguire aiuteranno a meglio comprendere il Gatti
ebanista, favorendo inoltre una più veritiera “lettura”
delle sue capacità di intarsiatore e incrostatore,
senza dimenticare che fu virtuoso anche nell’arte del
graffito eburneo, nel commesso di pietre dure e nell’intaglio
di avori scolpiti a bassorilievo o a tutto tondo. E’
bene ricordare che nel suo atelier romano, numerose opere
furono eseguite ad uso devozionale. In tal senso, non sarà
raro incontrare sul mercato antiquario superbe croci in ebano
incrostate d’avorio, pietre dure e gioielli, sovente
interamente di mano del maestro.
Devo dirmi convinto che, a giusto titolo, egli fu anche autentico
gioiellere. Di mobili.
Nel 1884, il Gatti esegue e dona lo sportello in ebano incrostato
d’avorio inciso destinato alla nicchia della cappella
dell’Immacolata Concezione, nella chiesa di San Francesco
a Faenza, a custodia dell’antico dipinto della Vergine
col Bambino, protettrice cittadina. Dieci medaglioni con busti
di santi connessi alla storia francescana campeggiano lungo
la fascia di bordura, disposti in alternanza di fitti “merletti”
arabescati. Due angeli, sorreggono la corona mariana, centrata
(tra altre gemme) da un labradoro iridescente. In alto, tra
quattordici stelle, figura lo Spirito Santo. La partitura
inferiore è popolata da elaborate raffaellesche a riquadrare
la formella in avorio graffito, con riprodotta l’antica
immagine dell’Odigitria, qui preposta alla venerazione
del contado. Pendoni floreali raccordano l’elemento
terrestre a quello celeste. Gran numero di gemme impreziosiscono
l’insieme.
Chi dal vivo potrà verificarne la suggestione, credo
risulterà colpito dalla straordinaria compostezza dell’insieme,
quasi un miracolo, se si considera l’elaboratissimo
impianto scenico dispiegato…….. il “verbo
dell’estasi del bello” pare esservisi incarnato.
Si tratta di un’opera che in sé riassume le caratteristiche
di un voto e nel contempo assurge a capolavoro; la medito
come una sorta di autoritratto testamentario artistico.
E’ nel gioco della tesi e dell’antitesi che il
Gatti emerge come grande interprete del suo tempo: classico
e moderno insieme. Riscoprì le tecniche artigianali
dell’arte lignaria del ‘400 e ‘500, rinnovando
in chiave moderna le suggestioni della lezione embriacesca.
E’ artista impareggiabile nell’ineccepibile virtuosismo
tecnico con il quale armonizza i diversi elementi strutturali
e decorativi, di vibrata eleganza nei contrasti selettivamente
bicromatici. Nel suo regesto si ravvisa quella sinfonia compositiva
che medesimamente alberga nei grandi pittori di trompe-l’oil
o negli arredi operati dagli intagliatori di pietre dure,
artefici di commessi di ineludibile mirabilia.
Fu dunque importante divulgatore del Modernismo Eclettico
italiano, stile non ibrido e sgraziato come più volte
è stato sbrigativamente tacciato, ma movimento idiosincretico
che seppe affermarsi in Europa e in particolare negli Stati
Uniti. La riscoperta di artisti come Gian Battista Gatti (e
tanti altri) impone un revisionismo artistico di portata internazionale,
inteso a sottolineare come questa corrente ben rappresentò
l’erudita cultura storicistica e romantica del tempo,
permeandone il gusto nell’arredo, trovando naturale
bacino di diffusione anche nell’emergente classe borghese.
Il Gatti si distinse in ragione di una visione ideazionale
esente da accademisti e priva di tentazioni magniloquenti.
Direi le sue opere “senza tempo”.
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