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Giuseppe Maggiolini
“L’intarsiatore
dei principi - il principe degli intarsiatori”
(Parabiago,
1738 – 1814)
a cura di Paolo Cesari
Contributo
pubblicato in
“Arredi del Settecento”
(Originalità ed eleganza nell’ebanisteria italiana)
Icaro Progetti x l’Arte
AA.VV.
Artioli Editore, 2003
* Per note, bibliografia e regesto fotografico si rimanda
alla consultazione della pubblicazione.
“Sei
personaggi in cerca d’autore” è il
verosimile sottotitolo da meditarsi in previsione di un’ipotetico
saggio monografico destinato a celebrare il Maggiolini. In
ambito d’arte, raramente, favola, mito e leggenda hanno
ingenerato convincimenti così radicati e perversi,
tanto che, senza scomodare Pirandello, l’agiografia
inerente al Maggiolini - a ben guardare – non è
poi così dissimile da quella esoterica riservata al
mitologico Ermete Trismegisto.
Per
quietare gli animi si dirà da subito che, senza dubbio,
durante la conduzione di Giuseppe Maggiolini, l’affollata
e operosa bottega lombarda fu impareggiabile fucina d’arte
lignaria e, quantomeno in Italia e nello specifico genere
dell’intarsio, l’artista di Parabiago fu il Deus
ex machina del suo tempo. E’ parimenti vero che
taluni mobili di sua insindacabile autografia sono coralmente
venerati dalla critica novecentesca (nostrana e d’oltralpe)
come mirabili capolavori - nonché incunaboli - della
“nuova maniera” neoclassica.
Pari ai grandi della pittura e della scultura, fu ineguagliabile
nel pittoricismo cromatico dell’intarsio, grazie anche
all’introduzione di innovazioni tecniche di sua invenzione,
come l’applicazione - nella definizione chiaroscurale
- della brunitura a fuoco, tanto da potersi definire la sua
arte pittotarsia.
Il primato che gli si riconosce risiede nell’aver prima
emulato e infine valicato gli alti traguardi che la tecnica
dell’intarsio di matrice certosina conquistò
all’arte tra medioevo e rinascenza.
Per
dare una sommaria idea della qualità dell’intarsio
maggioliniano, si pensi a un fiore: ebbene, in una rosa (di
5 o 6 centimetri quadrati) si arrivano a contare fino a sessanta
petali, con tessere così minutamente immaschiate da
renderne impercettibili le linee e i punti in connessione.
A questa prima fase si aggiunga la rifinitura “pittorica”,
e qui l’arte diviene infusa: le sfumature venivano magistralmente
ombreggiate a chiaroscuro graduato con sapiente uso di velature
brunite a fuoco con terre bruciate. In ultimo si marcavano
i profili a bulino.
Dei
favoleggiati segreti marchingegni accessori che in più
casi pose in opera, si lascia spazio alla fantasia del lettore
solo dicendo che in un inventario si cita una “scatola
portagioie, a coperchio girevole, doppio fondo, triplice segreto”.
Si segnala (in luogo dell’usuale utilizzo di ferro forgiato
e temprato per l’esecuzione di balestre meccaniche da
azionarsi a pressione) anche il ricorso a leve di analoga
funzione, ma eseguite in legno di bosso, così spingendo
ai limiti estremi l’elasticità e la compattezza
del materiale a lui così congeniale.
Tra le essenze lignarie esotiche di normale impiego a Parabiago
si ricorse con frequenza al bois de rose, bois de violette,
palissandro, mogano, legno rosso del Brasile, paonazzo, noce
d’India, ebano del Macassar, corniolo. Nei suoi arredi
figura, anche se di rado, l’incrostazione eburnea o
l’inclusione a commesso di pietre dure. Le committenze
auliche sovente erano rese prestigiose da forniture in bronzo
cesellato e dorato, talvolta impreziosite da vere e proprie
sculture eseguite a cera persa, a tutto tondo.
Mitologia maggioliniana.
Sussurrare
i noti versi dell’Eneide …agnosco veteris
vestigia flammae … aiuterà il lettore a
comprendere come nel variopinto mondo antiquario sia proponimento
medianico ascrivere la certa paternità di un mobile
al suo archetto di traforo: il …timeo danaos et
dona ferentes… diviene imperativo anche se in presenza
di un’attribuzione autorevole.
Chi
indaga l’arredo antico, già innumerevoli volte
avrà registrato l’immancabile rammarico di quel
tale erede che lamenta la vendita di un autentico Maggiolini.
A un antiquario. E per una somma insignificante.
Induce il sorriso la tipica risposta dell’esperto di
turno che domanda al “virtuale” defraudato milionario:
ma il mobile di sua zia aveva il fusto in noce massello? Fonte
di verità teandrica, così il pseudo-esperto
sconfina nel ridicolo (certo il malcapitato nulla può
sapere o ricordare dell’assemblaggio strutturale interno
dello scafo) e mostra la sua supponenza, peraltro assai vana:
Maggiolini infatti pose in opera fusti in noce(1), ma anche
in noce e abete(2), o in noce, abete e pioppo!(3).
Che
dire allora dell’enorme mole di cantonate che da oltre
cent’anni oltraggiano la memoria del laborioso intarsiatore?
Perfino il comune di Milano ebbe a intitolare una via ai fratelli
Maggiolini… Si, è vero, erano due, ma uno era
Giuseppe (il padre) e l’altro Carlo Francesco (il figlio).
E la vessata quaestio sul numero delle tessere lignee
di varia essenza poste in opera: furono 57, 82 o 86 o 87?
Figuriamoci poi se in un mobile maggiolinato compare una vituperata
tinteggiatura a dar man forte al colore naturale del legno:
sarà impensabile ascriverla al suo operato!
Ma veramente qualcuno crede che sia possibile azzeccare il
numero esatto di legni utilizzati da un maestro che fu così
a lungo operoso? A ogni buon conto gli ufficiosi presunti
86 tipi diversi di legno mai furono dispiegati
a ornare un singolo mobile: un’evidenza che rende
l’affacendata cabala dei numeri alquanto sterile. Inoltre,
certo non crolleranno le quotazioni dei suoi capi d’opera
se (timidamente) si farà notare che sovente ebbe ad
alterare l’acero naturale o il frassino ulivato con
tinte verdi(4) di piacevolissimo effetto cromatico. Si è
anche scritto che a lui era inviso l’utilizzo di piani
marmorei, mentre a ogni evidenza il suo regesto vanta numerosi
pezzi impreziositi da coperchi pregiati, peraltro provenienti
da cave di tutta Europa.
In
taluni dizionari d’antiquariato, alla voce Maggiolini
(per tacere le sviste in cui incorse la Treccani) lo si designa
quale maestro intagliatore, il che è perlomeno
tutto da dimostrare. Si dice poi che fosse così onesto
da farsi pagare “a peso”, ponderando i suoi lavori
sulla bilancia, ma laddove vi è evidenza documentale
meglio sarebbe dire “a peso d’oro”. Penso
- a titolo di esempio - alla “stupenda, stupendissima
credenza” (così definita in un giornale
del 1784) commissionata dal marchese Serra di Genova(5), che
corrispose a Maggiolini circa millequattrocento zecchini d’oro
più (pare) cento crocioni d’argento da esibire
a eventuali briganti, durante il viaggio di ritorno da Genova
a Parabiago.
Dalla formazione giovanile alla notorietà.
Nasce
d’improvviso un genio? Se per taluni artisti come ad
esempio Giotto o il Cavalier d’Arpino(6) l’arte
parve infusa nelle vene, altrimenti non può esser detto
per il Maggiolini, che iniziò a cavalcare l’onda
lunga della notorietà poco meno che trentenne. Nel
Genio e lavoro si racconta infatti che intorno al
1765, la bottega dell’artigiano fu casualmente visitata
dal rinomato pittore Giuseppe Levati (1739 – 1828) e
dal marchese Litta. Il Levati (figlio di un falegname), incuriosito
dalla vista di alcuni mobiletti esposti fuori d’una
porticina lungo la strada, entrò.
Rimase colpito dalla particolare cura che rilevò nei
raccordi d’angolo di taluni intarsi, e dal riuscito
accostamento con cui ogni partitura era assemblata, tanto
da decidere di mettere alla prova l’oscuro artigianello,
commissionandogli un canterano da eseguirsi su suo disegno
per villa Litta a Linate. A lavoro ultimato, il risultato
fu di “… somma soddisfazione per tutti”.
A dar retta al Mezzanzanica, si ricava che il grande maestro,
prima dello “storico” incontro, fosse artigiano
di periferia, attivo in un locale dimesso e coadiuvato dell’ausilio
del solo figlioletto Carlo Francesco, di circa sette anni.
Il biografo dice poi che Giuseppe (orfano di padre e madre)
imparò in Parabiago il mestiere nell’officina
del Monastero di sant’Ambrogio, diretta dal Calati,
dove rimase fino ai vent’anni pagato a solo vitto e
alloggio. Il racconto continua e si apprende che in quel luogo
ci si limitava a ripristinare mobilia malconcia o a improntarne
taluna d’uso ordinario (smentendosi poi nel precisare
commissioni per due arredi che a ben leggere fra le righe
furono tutt’altro che usuali). Certamente feconda fu
l’intima amicizia che legò Giuseppe fanciullo
all’insegnante del vicino collegio Cavalleri, tale Antonio
Maria Coldiroli, stimato sacerdote di multiforme ingegno.
A vent’anni si maritò con una donna di molto
più anziana (dicono fosse brutta parecchio), e il banchetto
di nozze ebbe per menù “polenta conciata
con latte e formaggio”. Forse poi il Mezzanzanica
davvero esagera nel dire che “…solo lei aveva
in dote la forchetta…” mentre lo sposo “adoperò
il compasso della bottega”.
L’ambiente di formazione decritto pare congruo a plasmare
un modesto falegname. Se ne deduce che il biografo spinge
l’acceleratore per sottolineare la partenogenesi dell’arte
maggioliniana. Dunque, con la cautela dovuta, sarà
bene ipotizzare che il giovanetto, piuttosto che favorito
da mecenatismi oggi non comprovati, sia divenuto provetto
stipettaio e intarsiatore proprio in virtù della permanenza
nel monastero di Parabiago, dove capaci maestranze, eredi
secolari e naturali dell’arte dell’intarsio “alla
certosina” di medioevale memoria, lo affinarono fino
a consentirgli l’emancipazione. Indiretta conferma è
nella vicenda (incredibilmente consimile) che si rileva nella
fase giovanile di un altro grande nell’arte dell’intarsio,
nato due anni dopo la morte del Maggiolini: il faentino Gian
Battista Gatti (7).
A sottolineare la già proficua padronanza artistica
del Nostro al tempo della visita del Levati v’è
l’evidenza che aprì bottega senza pagare
badia, ovvero privo dell’attestazione della corporazione
dei falegnami. Inoltre, il Levati notò nel suo locale
parecchi disegni e progetti di mobilia già eseguita
o venduta.
Talento a parte, senza il benevolo favore dalla dea bendata,
che nelle sembianze del Levati bussò alla sua porta,
ben diversa sarebbe stata la sua fama, se la legge delle coincidenze
non avesse decretato in suo favore una particolare indulgenza.
Quindi non genio, ma da quel fatidico giorno tenace e
infaticabile arbitro del proprio destino, come
similmente scrisse di sé Napoleone nel suo diario stilato
a Sant’Elena.
Il mutare dei venti lo sospinge a trovare nuova e più
idonea sede divenendo affittuario del marchese Moriggia, suo
fedele estimatore e mecenate. Nel 1771 proprio al Moriggia
viene affidato il compito di organizzare i festeggiamenti
in onore delle nozze reali che si terranno in Milano: si sposa
il figlio dell’imperatrice Maria Teresa, l’arciduca
Ferdinando (governatore della Lombardia). Il Maggiolini e
un gruppo di suoi subalterni entrano in gioco, chiamati dal
marchese. La ruota della fortuna gira ormai incandescente:
di li a qualche anno sarà convocato nel capoluogo per
eseguire - a commesso e intarsio – pavimenti(8) in Palazzo
Reale (su disegni del Levati). I lavori nella residenza arciducale
gli valsero in breve tempo il brevetto con titolo-patente
di Intarsiatore delle Loro Altezze Reali.
L’ex artigianello campagnolo d’ora in avanti girerà
costantemente seguito da due guardiaspalle (descritti come
veri e propri “gorilla”) che lo salveranno dalle
insidie dei concorrenti anche aiutandolo talvolta a riscuotere
qualche credito.
La
nuova maniera.
E’ nella capacità imprenditoriale della gestione
delle maestranze e nell’assoluto uniformarsi all’esecuzione
dei progetti (variamente a cura del Levati o di altri rinomati
disegnatori e ornatisti) che il Maggiolini diviene privilegiato
interprete delle commissioni reali, sbaragliando una concorrenza
poco agguerrita e sovente inaffidabile. L’ormai affermato
artista di Parabiago si tempra nel nuovo verbo espressivo
orientato su moduli neoclassici, divulgati a Milano dal Vanvitelli.
Nel contempo, l’atelier va costituendo quel primo cospicuo
fondo di disegni di “foggia moderna”: uno strumento
di lavoro che si rivelerà di impareggiabile valore.
La bottega a questo punto è dotata di personale collaudato,
e tra gli anni settanta e ottanta si impone, sbaragliando
ogni rivale. Opere del Maggiolini finiscono alla corte di
Vienna, di Praga, di San Pietroburgo, donate dall’arciduca
Ferdinando, suo vero nume tutelare. Tuttavia, la produzione
nota, ascrivibile a questo periodo, è ancora fortemente
imbevuta di arcaicismi rocaille-sinizzanti di squisito timbro
barocchetto, come ben esemplifica la strepitosa scrivania
da centro detta di Maria Teresa, oggi a Vienna, o la commode
delle Civiche Raccolte d’Arte Applicata di Milano(9),
l’una e l’altra sagomate e centrate da ornati
a medaglioni “alla guisa orientaleggiante”, riferiti
a disegni di Andrea Appiani.
Il linguaggio figurativo del maestro pare in questa fase ancora
svincolato da mode francofone, se non rilevabili nell’eco
costitutivo. La redazione è improntata a schietta matrice
lombarda, anche quando si cimenta in manufatti di timbro aulico.
Qualche ammiccamento alla lezione del Petitot(10) allora attivo
a Parma sembra invero possibile, ma filtrato attraverso conoscenze
mutuate da contigue personalità artistiche operose
a Milano.
Relativamente ai mobili provvisti di ingegnosi meccanismi
cardanici, se è indubitabile tenere come riferimento
principe l’operato degli ebanisti francesi, si tenga
presente che non mancano consimili precedenti anche in ambito
italiano. L’apprendistato presso il Coldiroli a Parabiago
potrebbe essere stato determinante per l’inclinazione
al congegno meccanico poi sviluppata dal Maggiolini (in particolare
nei ben noti segreti).
Se il successo è formidabile e la vasta committenza
di rango aristocratico (quando non reale) consente al Maggiolini
di porre a buon fine svariati capi d’opera, entro la
sua bottega non si disdegna la produzione di mobilia d’uso
comune, in legno massello o lievemente adorna da circoscritte
tarsie (sedie, poltrone, cornici, ecc.).
Nella
mobilia di questo periodo si coglie il momento di transizione
che sospinge l’artista a orientare i suoi interessi
in favore della “nuova maniera”, facendo proprio
il nuovo verbo neoclassico. Si pensi al tripode già
compiutamente classicista (su disegno del Levati) donato dall’arciduca
nel 1783 alla corte di San Pietroburgo(11).
Di lì a poco, giunge un clamoroso successo (registrato
anche dalla stampa coeva) per l’esecuzione di un quadretto
tradotto a intarsio, che l’entusiasta Ferdinando tanto
ammira da costringere l’artefice a girovagare mostrando
esso stesso l’opera tra le corti di Parma, Modena, Firenze,
Reggio e Piacenza. L’amato capo d’opera venne
in seguito inviato in dono dall’austriaco al re di Polonia
Stanislao Poniatowski. Nel 1784 altro trionfo per l’esecuzione
di una credenza con alzata(12), destinata – con ogni
probabilità – al marchese Domenico Serra di Genova.
E’ questo un capolavoro ante litteram della
mobilia ispirata allo stile neoclassico, con girali floreali
e medaglioni di soggetto archeologico, tanto che qualcuno
in una recensione pubblicata nel medesimo anno ebbe a definirlo
come quanto di più bello si fosse visto nel nuovo genere
decorativo, così indirettamente confermando che la
nuova maniera era ancora motivo di curiosità e poco
nota al grande pubblico.
In questi anni, nella bottega di Parabiago è verosimile
ipotizzare una capacità operativa ancora non in grado
di realizzare mobilia su vasta scala. Nel frattempo, il figlio
Carlo Francesco viene già segnalato come valente nell’arte
dell’intarsio; peraltro, l’unica sua firma nota
compare accanto a quella del padre nel già menzionato
dipinto a intarsio raffigurante La Galleria Reale
donata al re polacco(13).
Maggiolini docet.
Tra il 1784 (commode Serra) e il 1796 (gli austriaci
lasciano la Lombardia) la bottega del Maggiolini conosce quello
che felicemente il Beretti ha definito il “periodo aulico”.
La sinergia operativa che si respira a Parabiago è
orchestrata all’unisono, probabilmente Maggiolini da
artigiano-artista si è trasformato in capace imprenditore.
I suoi arredi, pur sempre connotati da una profonda componente
artigianale, trovano ora esecuzione su vasta scala e vengono
gestiti anche nella fase progettuale da collaboratori interni
che, avvedutamente, ripropongono disegni già in precedenza
utilizzati, variandoli, in un caleidoscopico gioco di composizioni
interscambiabili. Sono gli anni in cui la “nuova maniera”
si afferma anche al di fuori della ristretta cerchia di corte,
con consolidate e numerose commissioni anche presso l’aristocrazia
che sente la necessità di riaggiornare le proprie dimore
secondo le mode “archeologiche”. Di lì
a poco anche il grande pubblico del ceto borghese usufruirà
di analoghi arredi. L’atelier milanese in questi anni
licenzia opere la cui cronologia (in mancanza di date inoppugnabili)
è di incerta e problematica individuazione. A Parabiago
si pose in uso l’oggi celebre cartellino cartaceo inciso
dal Mantelli con iscritto “Giuseppe Maggiolini - Intarsiatore
delle LL.AA.RR.”, che più che una conferma dell’autografia
maggioliniana parrebbe piuttosto indicare la produzione di
bottega.
Le
commissioni di prestigio godono sempre dell’ausilio
progettuale del Levati, talvolta di Andrea Appiani, del Cantaluppi,
dei Gerli e altri. Rimane alto lo standard esecutivo, che
rispetto alle botteghe concorrenti si caratterizza per il
raffinato gioco della sinfonia coloristica, sublimato da una
nuova scoperta tecnica messa a punto dal Maggiolini: l’ombreggiatura
chiaroscurale mediante brunitura a fuoco con sabbia arroventata(14).
La tecnica fu introdotta nel 1788 e meritò al maestro
lusinghieri riconoscimenti.
Dal Direttorio francese al 1814.
Dal maggio del 1796 la bandiera rivoluzionaria francese sventola
su Milano. Il travagliato collasso politico-economico che
segue alla cacciata degli Asburgo fu fuor di dubbio un colpo
durissimo per il Maggiolini, amplificato da una recessione
che colpì anche le commissioni normalmente derivanti
dalla nobiltà, mortificata nelle ambizioni dai nuovi
potenti di turno e tormentata dai sanculotti.
La corte viennese rimase tuttavia fedele al fidato amico milanese,
rinnovando numerose richieste di arredi. Nel contempo, a Parabiago,
si intessero rapporti proficui anche con i francesi (non si
sa mai! Chissà poi se è vero l’aneddoto
che racconta come il Maggiolini tenesse in casa un dipinto
col ritratto di un gerarca napoleonide, alla bisogna reversibile
con il ritratto di Beatrice d’Asburgo). Documenti di
recente acquisizione attestano l’amministrazione pubblica
tra la sua clientela. Andò poi a finire male. Nell’aprile
del 1799 i vincitori si tramutarono in vinti, e buona parte
della forte somma di cui era creditore Giuseppe Maggiolini
mai fu poi probabilmente rimborsata.
La mobilia di epoca Direttorio non trova sostanziali differenze
dalla precedente produzione, dimodoché tentativi intesi
a verificarne la cronologia risultano vani se non aleatori,
in mancanza di precisi riscontri: tre anni oscuri che il fondo
dei disegni di bottega non aiuta a dipanare.
Ora gli anni di cui si dirà esulano dagli intenti che
si propone il testo, circoscritti entro il secolo decimottavo,
ma l’editore comprenderà la curiosità
del lettore, che iniziata una storia, male si adatta a vedersi
privato dell’epilogo. E per più versi è
storia tutta “settecentesca”, perché Giuseppe
Maggiolini e la sua bottega poi a seguire anche fin oltre
la metà dell’Ottocento, incarnano nel mobile
il verbo neoclassico, come medesimamente in altre arti il
Canova o il David.
I mutevoli venti della storia vedono Milano, nel giugno del
1800, nuovamente variopinta di coccarde e divise bianche e
blu. Con la Repubblica Cisalpina l’atelier di Maggiolini
ritrova lena e fortuna, certo favorita dallo stretto legame
con il vicepresidente Melzi d’Eril, che caldeggia il
maestro presso la corte francese, tanto che in taluni mobili
si è notata la seguente titolatura “A Parabiago
Par Joseph Maggiolini ebaniste de son Allesse Royale”.
Un’aulica coppia di commodes provenienti da
Palazzo Reale(15), databili al 1804, verosimilmente commissionate
dal suo “pigmalione” e con ogni probabilità
destinate a Napoleone (incoronato imperatore a Milano nel
1805) testimoniano – inaspettatamente - l’apertura
maggioliniana a modelli di gusto internazionale. Si tratta
di mobili di foggia creduta estranea al Maggiolini, tanto
che ancora pochi anni or sono furono battuti a un’asta
Sotheby’s come opere di ebanisteria francese. Gran numero
di arredi finirono per arredare la corte vice-reale e si dovette
rinnovare il “prontuario” al gusto oltralpino.
In queste opere ispirate all’ebanisteria straniera il
maestro di Parabiago non è l’arbiter elegantiarum
che siamo abituati ad ammirare: eccezioni a parte(16), l’esecuzione
rimane ineccepibile ma la sinfonia compositiva risulta artificiale,
se non goffa.
Intorno al 1809 si incrina il rapporto coi francesi, mai troppo
apprezzato dal Maggiolini, e le poche commissioni governative
che ancora seguirono furono ben rimpiazzate dalle necessità
della nobiltà lombarda, che continuò a favorirlo,
ricevendo in cambio più d’un capolavoro.
L’anno 1814 fu cruciale per Parabiago: sui campi di
battaglia i francesi perdono la Lombardia e il 16 novembre,
all’età di settantasei anni, muore Giuseppe Maggiolini.
La gestione di Carlo Francesco Maggiolini.
Il ritorno degli asburgo trova l’atelier profondamente
mutato. Carlo Francesco, ormai cinquantaduenne, pur essendo
valentissimo intarsiatore, non trova facile accesso ai favori
e privilegi che seppe invece garantirsi il padre. Lo stesso
governo austriaco era mutato da illuminato in tirannico. Si
era a cavallo di eventi epocali e nuove campagne napoleoniche
erano prossime a dissanguare la già esausta gioventù
europea.
Era il tempo della nuova borghesia emergente: probabilmente
la bottega si ristrutturò su questo segmento di mercato.
Di questo periodo, pochissimi arredi (stando così ad
oggi gli studi) possono essere rubricati come maggioliniani.
Osservandoli, vi si rileva ancora la bella maniera nell’intarsio,
ma non sono esenti da pecche. A cartina tornasole, in taluni
si assiste al frettoloso taglio di linee a tessera prefabbricata
serialmente, la gamma cromatica appare impoverita, le essenze
lignee pregiate mostrano diradato impiego, i disegni evidenziano
composizioni ripetitive e l’equilibrio tra forma e decoro
è scompaginato e disarmonico.
Carlo Francesco muore nel 1834, e con testamento da lui rogato
nel 1829, eredita la bottega Cherubino Mezzanzanica (l’ex
garzone di bottega che a dieci anni, fin dal lontano 1810,
seppe conquistarsi l’amore filiale di Giuseppe Maggiolini).
Il mobilio uscito in quest’ultima conduzione dovette
certo essere di numero consistente, tenuto conto che a Parabiago
si giunse alla definitiva chiusura della bottega solo oltre
la metà dell’Ottocento.
Epilogo.
Chi
fu chiamato a dirigere la prestigiosa bottega di Parabiago
dopo l’astro che ne animò l’aurora e l’epoca
aurea, raccolse un’eredità difficile. Il marchio
eponimo era insostenibilmente pesante, allontanarsi dalla
via maestra sarà parso azzardato e per più motivi
impraticabile. Se vi sono colpe, non furono di Carlo Francesco
o di Cherubino, ma piuttosto andranno ricercate nell’addensarsi
di nuvole infauste che in particolare colpirono il territorio
lombardo tra gli ultimi sussulti napoleonici, le guerre d’indipendenza
e il risorgimento. Eventi che sconsigliavano scelte decisionali
importanti: tuttavia è noto che un impero crolla quando
invecchia senza meditare per tempo i giusti rimedi onde rinnovarsi.
E’
probabile che il mutare del gusto che segue alla Restaurazione
imposta a Vienna nel 1820 (da cui derivarono le nuove mode
di stile Carlo X) fu fatale. Gli arredi, sebbene ancora modulati
su scafi a geometria neoclassica, virarono il timbro cromatico
privilegiando sfondi a essenze chiare (acero, frassino, limone,
ecc.), con applicazioni a intarsio scure (amaranto, acero
ebanizzato, bosso, ecc.). La nuova moda risultò incongruente
con l’impostazione seriale ormai tipizzante a Parabiago,
basata su un codice costruttivo ripetitivo e consolidato,
tanto da configurarla come una fabbrica piuttosto che un atelier.
Al conclamato declino non deve essere stato estraneo l’insorgere
di pulsioni eclettiche, già in essere intorno agli
anni trenta-quaranta. Il frivolo ritorno dello stile neorocaille
certo dovette alienare molti clienti all’ultima gestione
di Cherubino Mezzanzanica, che imperterrito, replicava ostinatamente
la linea griffata di un’epoca ormai al tramonto.
Paradigmi comparativi.
Di
capitale importanza per la produzione maggioliniana giunge
il corpus di oltre duemila disegni (schizzi, progetti, cartoni
in scala uno a uno, ecc.) che costituiscono il fondo di bottega,
acquisito nel 1882 dalle Raccolte d’Arte del
Comune di Milano, comprensivo dei disegni di pittori, decoratori
e ornatisti che collaborarono con l’atelier di Parabiago
(oltre a varie opere incisorie appartenute al Maggiolini e
al Manuale di vari ornamenti… stampato a Roma
nel 1777). La menzionata summa è uno strumento
di lavoro di fondamentale riprova, ma sibillino e ricolmo
di tranelli. Se apparentemente consente di ricondurre un disegno
al mobile di pertinenza, accade tuttavia che lo stesso disegno
sia stato volte riutilizzato in epoche diverse. Non consente
inoltre di individuare a chi spetti l’esecuzione dell’intarsio,
i cartoni recano sovente l’indicazione del disegnatore,
ma in ragione della firma spuria (probabilmente apposta dal
personale operoso in bottega) rimane infine confusa l’autografia
e quanto mai incerta la scansione cronologica.
A
tutt’oggi sono note solo due lettere autografe del Maggiolini(17),
dimodoché perfino la splendida scrivania di Vienna
(tradizionalmente creduta dell’imperatrice Maria Teresa)
ingenera addenda e controversie. La preziosa mole di notizie
maggioliniane già si è accennato che origina
dal libello biografico del Mezzanzanica: una fonte “trasversalmente
indiretta” dell’epopea del celebre intarsiatore
e dei suoi epigoni, con vicende e giudizi sine dubio
da valutarsi con estremo interesse, ma gravati da inesattezze,
campanilismo, iperbole e anedottica catto-romantica. La recente
monografia del bravo Beretti conferma la fragilità
delle conoscenze argomentabili e, nel suo primo interessante
tentativo “sistematico” di distinguere la fase
giovanile dalle opere del periodo aureo, da quelle di bottega,
a quelle spettanti alla conduzione di Carlo Francesco (e a
seguire di Cherubino Mezzanzanica), si prende atto dell’ancor
esiguo numero dei manufatti ascrivibili al regesto maggioliniano,
benché le ponderate e acute riflessioni dell’autore
apportino contributi sostanziali e nuove aggiunte al regesto
di evidente rilievo.
A
infittire le tenebre e rendere problematiche le attribuzioni
deve aggiungersi il moltiplicarsi all’epoca di botteghe
che operano sulla scia della “nuova maniera” già
in lessico compiutamente neoclassico, tipica di Parabiago,
dove, fra i molti meriti acquisiti sul campo dal Maggiolini
andrà ribadito anche il marcato imporsi nel rinnovamento
della mobilia lombarda in direzione classicheggiante, a scapito
dell’imperante gusto barocchetto. Così, nel 1784,
un tavolino eseguito dal virtuoso artigiano Giuseppe Colombo
detto il Mortarino (firmato congiuntamente ai due figli) evidenzia
la necessità in questa già avviata bottega di
meditare una brusca svolta in chiave maggioliniana, a fronte
di una produzione ben sperimentata ma ancora di insistita
maniera rocaille. Nel Servitore di Piazza
(anno 1791), a pag. 47 si rileva che intarsiatori come Epifanio
Moreschi, Lodovico Beller, Carlo De Nava, Giovanni Farina
e Giovanni Ripamonti orientano la loro produzione sulla “nuova
maniera”.
I concorrenti del Maggiolini, relativamente all’aspetto
tecnico-esecutivo non furono di valore a lui inferiore, come
comprova l’evenienza che taluni loro arredi sono stati
accreditati a Parabiago per lungo tempo(18). Come bene dimostra
il Beretti: (1994, p. 88) “… si distinguono
da quelli usciti dalla bottega maggioliniana, non tanto per
un inferiore livello esecutivo, quanto piuttosto per una differente
cifra stilistica dell’ornato, lontano dall’euritmia
tipica dei modelli dell’Albertolli tradotti per la bottega
da Giuseppe Levati. …”.
E che la concorrenza fosse agguerrita lo dimostra il fatto
che taluni allievi operosi a Parabiago, ormai padroni dell’arte,
poi uscissero dalla bottega per formarne una propria. Si pensi
al valente Giovanni Maffezzoli (Cremona, 1779 – 1818),
che intorno al 1791 è garzone presso i Maggiolini,
per poi nel 1803 aprire un atelier destinato a grande nomea.
Studi
maggioliniani.
Pare
lecito supporre che gli studi sul Maggiolini siano di sterminata
bibliografia. In verifica, si scopre che i contributi basilari
si contano agevolmente sulle dita di due mani.
Risale al 1878 la biografia Genio e lavoro edita
a proprie spese da don Giacomo Antonio Mezzanzanica, parroco
di Albignano (figlio di quel Cherubino che già bimbetto
fu alunno a Parabiago, divenendo poi l’erede naturale
della bottega, alla morte di Carlo Francesco Maggiolini nel
1834). Segue poi la prima mostra celebrativa tenutasi a Milano
nel 1938, mentre al 1953 data la monografia Il mobile
intarsiato di Giuseppe Maggiolini a cura di Giuseppe
Morazzoni (ristampata nel 1957). Gilda Rosa nel 1963 offre
contributi di rilievo. Due anni dopo a Parabiago si tenne
una mostra celebrativa, che risultò decisiva nel riaccendere
i riflettori sull’artista e conseguì l’apertura
del Centro Studi Maggiolini oggi di inevitabile riferimento
(il merito va ricondotto all’instancabile passione del
conservatore mons. Marco Ceriani). Nel 1969 Edy Baccheschi
si segnala per uno studio pionieristico sull’imponente
corpus dei disegni di bottega; lo stesso anno, Clelia Alberici
in Il mobile lombardo ancora dal corpus dei disegni
esplora nuove vie d’indagine e svela nuovi capolavori.
Ne manca l’autorevole Alvar Gonzalez-Palacios, che tra
il 1970 e il 1980, segna importanti novità sull’irto
cammino degli studi maggioliniani. Infine, nel 1994, Giuseppe
Beretti, in Giuseppe Maggiolini – L’Officina
del Neoclassicismo offre un nuovo apparato monografico
che con la metodologia critica tipica delle nuove generazioni,
si impone come un poderoso (e brillante) sforzo che puntualizza
quanto ai nostri giorni noto. Tuttavia, nella prefazione,
altro studioso (non senza una bonaria vena d’astio)
ricorda che solo il metodo acritico-storiografico mostra la
retta via. E la vicenda artistica percorsa dai Maggiolini
può dirsi ancora illuminata da fioche candele, il cui
raro riverbero - se coglie a segno – mostra alla vista
detonanti capolavori.
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