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Storia del mobile in Emilia Romagna
Il
Trecento
Nel
Medioevo, la semplicità e la frugalità che caratterizzarono
la vita e la precarietà per le lotte e le insidie di
ogni genere non favorirono la produzione di arredi domestici
tali da essere conservati con particolare riguardo, condizione
indispensabile perché potessero essere sottratti agli
inevitabili danni dell’uso quotidiano e degli agenti
che aggrediscono il legno - umidità, muffe e tarli
- per giungere sino a noi. A peggiorare questa già
grave situazione non deve essere stata estraneo il giudizio
del Vasari che, nel Cinquecento, ebbe a definire la produzione
medioevale come il frutto di un gusto barbaro, giungendo a
etichettarlo con il termine “gotico”, sinonimo
dispregiativo che è pergiunto sino ai giorni nostri
a designare quella mobilia realizzata tra il XIII e Il XIV
secolo.
Già agli inizi del Trecento ad Augusta era stata introdotta
l’innovazione della sega ad acqua, che certamente
ebbe già in questo secolo grande importanza per la
realizzazione di mobilia di più leggere proporzioni
in virtù delle mutate possibilità di tagli lignei
di misure ridotte. Certamente anche in questi secoli lontani
non mancarono esemplari insigni, come peraltro inventari quattrocenteschi
parrebbero confermare, tuttavia per quanto pertiene la mobilia
regionale nulla di significativo è giunto ai nostri
giorni o perlomeno risulta attualmente noto ad eccezione di
alcuni arredi chiesastici, meglio attestati in regione, come
il celebre coro realizzato dal maestro Giovanni da Baisio
nel 1384 nella chiesa di San Domenico a Ferrara, su commissione
di Tommasina Guarmonti, moglie di Azzo d’Este. E’
questo nell’Italia settentrionale il più antico
e meglio conservato apparato ligneo pergiunto ai nostri giorni.
Nella chiesa dei Servi di Forlì, è ancora visibile
il coro trecentesco, opera di maestranze anonime, che è
da considerarsi il più antico coro di cui si conservi
memoria presente in Romagna. Anche Parma, che fin dal XIII
secolo è dotata di statuti che regolano la corporazione
dei marangoni, è centro propulsore di arte lignaria
fin da questo lontano periodo. A Imola, già nel 1272
nel Liber societatum civitatis Imole fra le 12 corporazioni
citate compare anche la Magistri muri et Lignaminis.
In Modena, negli Statuta Civitatis Mutimae del 1327,
vi si trova la puntuale presenza della corporazione dei Magistri
manarie lignaminis.
E’ quello delle corporazioni un momento fondamentale
nella storia della formazione di un lessico autonomo, per
tipologia, repertorio decorativo e tecnica di costruzioni
in Emilia-Romagna. Formatesi sulla scia dei cosiddetti Collegia
opificum di epoca romana, le corporazioni, tra il XII
e il XV secolo, maturono autonomie, specializzazioni e regole
consolidate che nel corso del Quattrocento saranno alla base
della straordinaria stagione del “rinascimento”
lignario.
Il
Quattrocento
Nel
Quattrocento, fenomeni congiunti di stabilizzazione socio-economica
portarono al rifiorire delle attività commerciali e
edilizie, contribuendo alla formazione di poli cittadini di
portata significativa, come Ferrara, Bologna e Rimini, città
la cui frequentazione di maestranze itineranti apportò
interscambi artistico-culturali destinati a produrre effetti
duraturi. La particolare posizione geografica regionale favoriva
la ricezione di impulsi e tendenze sviluppatisi nelle aree
limitrofe, quali il Veneto, la Lombardia e in modo particolare
con la Toscana, che all’epoca fu una vera e propria
fucina artistica.
Per quanto concerne la mobilia, questo secolo incentiva una
straordinaria produzione legata al fenomeno del mecenatismo
cortense favorito dai nuovi ideali estetici imperanti già
nella prima metà del secolo. Illuminante, in tal senso,
il cassone malatestiano oggi al City Art Museum di Saint Louis,
che dimostra come l’arredo in questa fase sia mutuato
da esperienze congiunte maturate in Veneto e in Toscana: gli
intagli minuti di gusto tardogotico sono di palese ascendenza
veneziana, mentre rosoni, bifore ad arco acuto, lesene, cornici
con tarsia a toppo rimandano alla metrica architettonica fiorentina.
Questo cassone traccia il cammino alla comprensione delle
tipologie di arredi che Arduino da Baisio, Pantaleone De Marchi,
Lorenzo e Cristoforo da Lendinara eseguirono alla corte estense,
mobili il cui fasto non trovava precedenti con altre dimore
principesche coeve. Probabilmente, spetta a Cristoforo e al
figlio Bernardino Canozi il primo utilizzo in Ferrara dell’innovazione
tecnica nella tarsia ottenuta con tintura del legno mediante
bollitura, procedimento da loro inventato e applicato per
la prima volta tra il 1462 e il 1469, nell’esecuzione
del coro della Basilica del Santo a Padova. Prima, l’alternanza
dei colori era ottenuta con impiego di legni chiari e scuri,
mentre le ombre venivano rese annerendo il legno con un ferro
rovente.
Dati documentali e arredi superstiti parrebbero nel loro insieme
sottolineare come, nel suo primo delinearsi, la storia della
mobilia in regione debba ascriversi al frutto di esperienze
“importate” da maestranze esterne itineranti provenienti
da centri come Firenze, Venezia e Milano, che in questa prima
metà del secolo - in virtù di diverse vicende
storiche e culturali - hanno già fortemente sviluppato
un repertorio formale maturo e autonomo. In Emilia Romagna,
il primo arredo nasce dall’intreccio combinato di queste
tre direttrici: toscana, veneta e lombarda.
Sebbene in tono minore se rapportata a Ferrara, anche in Bologna
non mancarono commissioni di rilievo: i due cassoni nuziali
Bentivoglio, oggi nelle Collezioni d’Arte Comunali,
da ascriversi alla bottega del De Marchi, la cui fama è
ora affidata al coro della Cappella Maggiore di San Petronio,
testimoniano la straordinaria vitalità e inventiva
di queste maestranze itineranti ed è da ipotizzare
che famiglie come i Sanuti e i Malvezzi, per abbellire le
loro sontuose dimore ispirate ai canoni del Rinascimento,
usufruissero di analoga mobilia. Verso la fine del Quattrocento
è attivo a Bologna Giovanni da Baisio con la sua bottega,
e certamente la presenza del celebre intarsiatore dovette
molto inflluenzare gli artigiani operosi nella città
felsinea.
La conoscenza parziale della mobilia ferrarese consente di
tracciare un percorso di evoluzione stilemica che giunge fino
alla soglia del secolo successivo: l’inventario del
1436 che precisa gli arredi del marchese Niccolò III
d’Este e gli inventari che documentano le commissioni
eseguite per Leonello e Borso d’Este per gli arredi
delle delizie di Belriguardo e di Belfiore intorno alla metà
del Quattrocento, forniscono notizie di cassoni in cipresso,
armadi e credenze arricchite da intagli dorati munite di cerniere
e serrature in argento e già compare descritta la cornice
a specchiera. Nei decenni a seguire, decresce l’interesse
per il gusto del gotico fiammeggiante, diminuì il gusto
per l’ornato coloristico e per l’intaglio, utilizzato
solo per decorazioni di rilievo marginale, e sempre con maggior
successo si radicò il gusto per il commesso ligneo,
che con giochi di tarsie abilmente connesse l’una all’altra
simulavano effetti realistici e chiaroscurali che gareggiavano
con la stesura pittorica. Arduino da Baisio inserisce negli
arredi pannelli raffiguranti elementi naturalistici che trovano
illustri paralleli e predecessori a Ferrara nell’arte
della miniatura: a tutt’oggi è ancora celebre
la Bibbia miniata di Borso d’Este. Contemporaneamente,
i suoi allievi Lorenzo e Cristoforo Canozi da Lendinara, ricollegandosi
a esperienze toscane, cominciano a sperimentare commessi intesi
a ricreare effetti prospettici per rappresentare vedute ideate
o metafisiche di città e paesaggi. Tra i maestri d’intarsio
attivi a Ferrara negli anni Settanta compare anche fra Sebastiano
da Rovigno, al quale spetta l’esecuzione del coro della
chiesa di San Giorgio.
Gli inventari parlano anche di sedie snodabili, di panche
sormontate da bancali in seta o lana fine ricamati con disegni
forniti da artisti di corte come Cosmè Tura e Ercole
Roberti.
Intorno agli anni Sessanta in regione si diffonde la moda
di utilizzare la tornitura come elemento decorativo della
mobilia.
Solo verso l’ultimo quarto del secolo, con Ercole I
d’Este, si delineò un nuovo orientamento a scapito
della decorazione a tarsia alla quale fu preferita la nuova
tendenza che reintrodusse l’intaglio ispirato a tematiche
desunte dal mondo greco-romano. Benché le fonti testimoniano
di mobilia ancora con Ercole di tarsie su suoi tavoli eseguite
con l’insegna del diamante, uno delle insegne care al
duca. Tale indirizzo è da imputarsi a mode veneziane,
città che con Ferrara aveva frequenti contatti, e che
finì per imporre un repertorio figurativo che vide
l’intaglio espresso con finezza quasi ellenistica, a
riprodurre candelabre, serti di fiori, delfini, grottesche,
cavalli marini, fino a interessare l’intera superficie
della mobilia, conferendole un’intonazione fastosa e
magniloquente.
Di questo universo raffinato e permeato di cultura umanistica,
rimangono scarne tracce, fra cui il noto armadio da sinagoga,
oggi a Parigi al Museo Jacquemart André, la celebre
credenza intagliata e intarsiata alla certosina da Arduino
da Baisio oggi al Metropolitan Museum di New York, a sei ante
e ancora priva di cintura con cassetti, e una nutrita serie
di eleganti cofanetti in pastiglia muschiata e dorata, destinati
alle donne di corte e pochi altri manufatti di minor rilievo.
Inserita nella scia geopolitica estense Reggio Emilia ebbe
in questo secolo una ricca produzione di sedie, sgabelli e
forzieri e una singolare specializzazione nella costruzione
di strumenti musicali ornati da commessi in osso, simili alla
foggia ottenuta con la tarsia alla certosina e talvolta impreziositi
dall’utilizzo del raro e pregiato ebano, giungendo a
risultati paragonabili al decoro detto “alla damaschina”.
A Piacenza, è attiva una vivale scuola lignaria: Domenico
da Piacenza importerà la lezione dei Lendinara fino
a Padova, ove esgue il coro di Santa Giustina, mentre Antonio
Giolfino, fin dal secolo precedente è attivo a Verona,
ove a lungo sarà attiva la sua progenie.
Il
Cinquecento
Questo
secolo mostra una mobilia regionale fortemente influenzata
da elementi rinascimentali mutuati dal repertorio strutturale
e iconografico toscano. Pare significativo notare che alla
difficoltà nel reperire modelli di arredi emiliani
cinquecenteschi corrisponda un altrettanto vasta produzione
tradizionalmente attribuita a maestranze toscane: è
verosimile che buona parte di questi mobili siano invece da
ricondurre ad ambito emiliano-romagnolo. E’ importante
sottolineare come verso la fine del secolo, trovi diffusione
l’uso di impreziosire i mobili con lastronatura di radica,
già applicabile in spessori di 3mm, grazie alla scoperta
della sega meccanica che si ascrive alla città
di Ratisbona. Tra le novità del tardo cinquecento si
segnala il canterano, mutuato dalla sopraelevazione
del cassone, mobile che presto la nuova tipologia relegherà
alla pura funzione di arredo da parata. In questo secolo trova
grande diffusione il tavolino a deschetto e la credenza
sviluppa nel sottopiano una cintura munita di cassetti: quest’epoca,
la credenza svolge più che altro la funzione di contenitore
di argenterie e oggetti preziosi e di rado serve per riporre
suppellettili da cucina. Altre innovazioni sono l’introduzione
delle librerie e degli attaccapanni, seguiti
dalla moda della specchiera che si è fortemente
radicata rispetto ai pochi modelli documentabili nel Quattrocento.
Per quanto pertiene la mobilia ecclesiale, nella seconda metà
del secolo, le norme di attuazione dei canoni tridentini come
le notissime Instructiones di Carlo Borromeo, edite
nel 1577 o nell’ambito prettamente emiliano il “Discorso
intorno alle Immagini sacre e profane” del cardinale
Gabriele Paleotti del 1582, investono di contenuti operativi
le singole realtà parrocchiali, esitando nei fatti
un rinnovamento degli arredi di vasta portata.
Bologna
Agli
inizi del secolo la mobilia mantiene inalterati i tratti peculiari
tipici dell’ultimo quarto del Quattrocento. Ma a partire
dal secondo decennio, sopraggiungono le prime novità:
Andrea Marchesi da Formigine si rese interprete di una svolta,
abbandonando definitivamente nell’intaglio ogni formulazione
tardo gotica, ancora in voga presso gli intagliatori attivi
in regione: elaborò decori e proporzioni in chiave
compiutamente umanistico-rinascimentale, restituita con finezza
e improntata al naturalismo. Le tematiche care a Andrea da
Formigine, elaborate nella sua affollata bottega, si ritrovano
anche a secolo inoltrato in elaborazioni di maggior impegno
plastico di impronta manierista, fra cui alcuni cassoni ascrivibili
al bergamasco Alessandro Bigni, attivo a Bologna.
Nella città felsinea, dopo la cacciata dei Bentivoglio,
si è radicato un gusto di estrazione borghese, che
fino alla fine del secolo si esplica in formulazioni che privilegiano
un arredo civile permeato da tratti rustici, una mobilia foggiata
e improntata a una corposa volumetria scevra da ostentazioni
di lusso, con paralleli che trovano riscontri negli arredi
del nord Europa, dove prosperava una società mercantile
e artigianale simile a quella bolognese. Ne consegue una tipizzazione
quasi standardizzata che conferisce agli arredi locali caratteristiche
stilemiche che si protrarranno prive di significative mutazioni
quasi fino agli ultimi decenni del Seicento. Sono tavoli,
credenze e piccoli arredi come i deschetti, di cui fra Damiano
da Bergamo ancor oggi ci lascia testimonianza visiva in una
tarsia su una porta della chiesa di San Domenico. Sarà
sempre fra Damiano che in città realizza il celebre
tavolo oggi a Palazzo Guicciardini a Firenze e donato appunto
al Guicciardini in occasione delle sue nozze con Maria Saviati:
per ricchezza e bellezza è tra i capolavori di ogni
tempo. L’attività dello Zambelli in città,
ove operò tra il 1528 e il 1549, esitò una sorta
di rinnovamento della tecnica e del gusto della tarsia: la
rigida dicromia derivata dall’uso dell’avorio
e dell’ebano, gli intarsi geometrici alla certosina
e l’imitazione dell’effetto del mosaico che caratterizzavano
i lavori quattrocenteschi, vengono abbandonati in favore di
scene realistiche, brani di vita cittadina, figure vivaci
in movimento, nature morte, e in generale un piccolo mondo
animato, pieno di poesia e di particolari attraenti e minuziosi,
rappresentato con varietà di colori ottenuti con legni
tinti, e ombreggiature verosimili per mezzo di una nuova tecnica.
La mobilia in questo periodo monta piani di notevole spessore
contraddistinti da forti aggetti laterali, le formelle e le
specchiature sono di forma rettangolare e solo nel secolo
successivo accennano a smussarsi negli apici; le gambe sono
a sezione quadrata negli esemplari di minor rilievo, tornite
a boccia, a pilastrino, a vaso, a balaustra, a trottola nei
modelli di maggior impegno, ove è possibile cogliere
mutuazioni lombarde di ascendenza spagnoleggiante e altre
di derivazione toscana. La decorazione è talvolta affidata
a bulle in ottone, di varia forma, applicata a guarnire credenze,
piattaie madie e arcili, un vezzo che trova particolari riscontri
anche in Romagna. La sedia, il seggiolone e la poltrona, a
Bologna come in tutta la regione, quando si presenta impreziosita
da intagli e da cartelle sagomate è elemento che ne
sottolinea la funzione da parata e spesso mutuano le forme
da modelli veneto o lombardi, in consonanza alla moda spagnola,
che in regione trova larga diffusione specialmente nella tinteggiatura
a nero della mobilia.
Ferrara
La
città estense apre il secolo con il matrimonio di Alfonso
I d’Este con Lucrezia Borgia, avvenuto nel 1502. Ferrara
è ormai una città che per fasti e ricchezza
d’arredi è alla pari con le corti più
raffinate dell’Italia settentrionale, come Mantova e
Milano e la nuova coppia ducale trasforma il capoluogo estense
in una vero e proprio cantiere d’arte. Lucrezia arriva
a chiamare doratori fin dalla Spagna, e il nuovo look non
risparmia nemmeno la cagnolina bretone della bella Borgia,
costretta a indossare fibbia e catenella dorata. Gli stipettai
e i marangoni di corte sono impegnati a realizzare tavolini
da giochi con intarsi in ebano, tavoli con piani in commesso
lapideo sono di gran moda, arredi muniti di maniglieria in
oro, letti con colonne e intagli classicheggianti. Schiere
di pittori impreziosiscono la mobilia ducale che si veste
anche di borchie sempre dorate. Modena e Reggio Emilia, allora
provincie estensi, offrono il loro contributo con produzione
di mobilia intarsiata e la vicina Venezia non manca mai di
influenzare l’arte ferrarese. Artisti come Michelangelo,
Raffaello e Tiziano sono in stretto contatto con Lucrezia
e Alfonso e in questi anni diverranno celebri in tutta Europa
i camerini d’alabastro estensi, oggi perduti dopo l’incendio
del 1634. In un primo tempo fu l’arte della tarsia a
prevalere nelle decorazioni, e a Ferrara, nel 1506, gli intarsiatori,
presenti in gran numero e consapevoli del rilievo del loro
operato, rivolgono una supplica al Duca al fine di potersi
separare dall’Arte dei marangoni, dotandosi di statuti
autonomi: tale beneficio fu loro puntualmente concesso. Tra
il 1515 e il 1520, si diffonde la moda di utilizzare piani
di meschie di marmo arricchite da commessi lapidei, tanto
apprezzati dal Cardinale Ippolito d’Este, fratello del
duca Alfonso. Ercole II sposa nel 1528 Renata, nientedimeno
che la figlia di re Luigi XII di Francia e una nuova ventata
di mobilia ove ricorre con maggior diffusione l’intaglio
e l’intarsio celebra in città l’avvento
del manierismo. E’ questa l’epoca aurea di Ferrara,
che emula sfarzi regali e raffinatezze alla cui esecuzione
partecipa anche Benvenuto Cellini, presente in città,
insieme al marangone-intagliatore Stefano Seghizzi, l’artefice
in questi anni degli arredi di maggior impegno, sebbene anche
Andrea Marocco, il vecchio Tusino, il Lovati e Giacomo da
Lugo non sono da meno.
L’architettura ducale vede il fecondo apporto di Pirro
Ligorio e sotto il profilo urbanistico è una città
modello. Si diffonde la moda dello stipo-medagliere, delle
librerie e di studioli portatili e scrittoi, oltre a tavoli
appositamente realizzati per mostrare sul piano tappeti di
pregiata esecuzione e a trespoli trattati a valenza scultorea;
Ferrara eccelle anche nella produzione del cuoio impresso.
Nel 1559, il nuovo duca Alfonso II conferma il timbro aulico
della politica estense e l’arte della tarsia rifiorisce
dopo decenni di quasi oblio grazie all’arte della bottega
Cavazza e di Baldassarre da Mirandola e il gusto per la finzione
scenica prelude ormai al barocco. Il matrimonio di Alfonso
II con Barbara d’Austria si celebra nel 1565, con enorme
sfarzo e meraviglia pubblica: ogni bottega d’arte cittadina
prepara l’evento con somma cura, dissanguando le casse
ducali. Dagli anni Sessanta si diffonde la doratura a foglia
d’argento meccata e la mobilia è sovente laccata.
Il linguaggio figurativo di questi anni è sempre più
incline all’introduzione di motivi a grifi, grottesche,
erme, palmette, cupidi, stilemi che orienteranno il manierismo
verso la diffusione del magniloquente barocco. Il motivo “a
ottagono” tanto caro al Ligorio veste anche gli arredi,
come documentano le opere dell’ebanista Alessandro Milanato.
Morta Barbara il duca si risposerà nel 1579 con Margherita
Gonzaga e l’arte estense giungerà al suo culmine:
raffinatezza rinascimentale e spirito d’inventiva si
combineranno in tale armonia tanto da trovare difficilmente
termine di paragone. Di questa splendida avventura artistica,
terminata tragicamente nel 1598 con la devoluzione di Ferrara
allo Stato Pontificio, ben poco è giunto fino a noi.
Parma
e Piacenza
Parma,
il cui ducato farnesiano risale al 1545, risente di un’agiatezza
derivante dalla corte ducale e dalla ricca aristocrazia che
determinò una ricca produzione di mobili che, in taluni
casi, sviluppa tipologie decorative e strutturali del tutto
indipendenti: il cassone, sostenuto da piedi o mensole inusualmente
verticalizzati, presenta fronte bombata a valenza veneziana
e apparati ornamentali ispirati al gusto archeologico di derivazione
romana, ma interpretato con morbido plasticismo che rimanda
a coevi esempi veneziani, montano su piedi a zampa di leone
o a foglia d’acanto. Inoltre l’assiduo interscambio
con le Fiandre, con cui i Farnese avevano intrecciato contatti
e scambi, determinarono collegamenti di gusto oltralpe che
si innesta a quello locale, con esiti che nel secolo successivo
sfoceranno in elaborate scenografie barocche. Tra i marangoni-intagliatori
che meglio esprimono il plasticismo scultoreo di gusto nordico
è da segnalare la bottega dei Zucchi.
La committenza ecclesiastica nel Cinquecento vede artefici
di primo piano operare in città: l’arte dell’intarsio
prospettico, portata a esiti di grande rigore e raffinatezza
dai Canozi, viene appresa e diffusa dai maestri locali, che
danno vita a una prestigiosa tradizione. I Lendinara lavorano
a Parma nel duomo, realizzando coro e sagrestia, mentre al
solo Bernardino da Lendinara spetta l’esecuzione del
coro del Battistero. Le tarsie della sacrestia del Consorziati
in duomo vengono terminate e firmate da Luchino Bianchino,
che inserisce vedute prospettiche di Parma entro le specchiature
del celebre armadio, visibile a tutt’oggi. Al Bianchino
si devono anche gli stalli del coro e il leggio dell’oratorio
De Rossi. Marcantonio Zucchi è il parziale esecutore
delle tarsie e degli intagli del coro di San Giovanni Evangelista,
terminato nel 1534 da Francesco e Pasquale Testi, Pasquale
è peraltro ricordato come intagliatore di mobili per
il duca Ottavio Farnese. I parmensi Bartolomeo Spinelli e
Giampietro Panbianchi sono autori del coro di San Sisto a
Piacenza.
Reggio Emilia
Nella
prima metà del secolo a Reggio ebbe a svilupparsi una
singolare scuola di intarsio, ove divenne di gran moda l’utilizzo
di tessere in osso. Grandemente apprezzata, questo particolare
ornato decorativo ebbe in città artisti di rilievo,
come Nicola Sanpolo e Ludovico da Reggio.
Carpi
In
questo secolo anche Carpi si segnala come centro di importante
vitalità, vi operano le botteghe dei Meloni e dei Papacini,
che nell’arte dell’intaglio e della tarsia lasciano
opere di significativo livello.
Il Seicento
Il
repertorio rinascimentale lentamente si evolve in chiave manierista
che nel Seicento apre la strada al Barocco che in Emilia Romagna
raggiunge il suo apice tra gli anni Sessanta e Ottanta del
secolo, vestendo d’oro la mobilia d’apparato.
Grande influenza verrà esercitata dalla Roma papale,
ove il gusto berniniano impone la nuova moda che nei casi
di maggior decoro e ricchezza plastica assorbe anche la lezione
spagnola, dove lo stile churrigueresco suggerisce decori che
interessano ogni superficie del mobile. Solo verso gli ultimi
anni del Seicento alle sfavillanti dorature a foglia si preferiranno
le argentature a mecca, che nel loro caratteristico colore
bruno ramato vivono un momento di grande auge.
Tra l’ottavo e il nono decennio del Seicento e fin oltre
la metà del secolo successivo, si diffonde in regione
la moda lombarda di ebanizzare i profili e le cornici della
mobilia. Dalla seconda metà del secolo lo stile Barocco
in regione spesso assume le forme della mobilia francese ispirata
allo stile Luigi XIV, che sebbene sia fortemente connotato
da valenze auliche e da parata, nei fatti contribuisce a contenere
e a imbrigliare gli eccessi dettati dalla magniloquenza del
gusto barocco. Solo negli anni Sessanta, pur conservando forme
strutturalmente rigide, la mobilia adotta apparati decorativi
di impronta propriamente barocca, sebbene ancora ispirata
a repertori tardo manieristi ma trattati con intagli più
accentuati, ricchi d’inventiva e citazioni naturalistiche.
Il vocabolario barocco si esprime con volute dai fastigi intrecciati
a fogliami, colonne tortili, pendoni di foglie e frutti, cariatidi
scolpite a tutto tondo, pannelli a profilo mistilineo. Si
distinguono, fra gli aderenti a questo movimento il maestro
d’ascia di origine milanese Giovanni Battista Mascheroni,
autore degli armadi della Sacrestia Nobile di Santa Maria
della Steccata a Parma, capolavoro di mobilia ecclesiale barocca,
eseguiti tra il 1665 e il 1670, Antonio Maria Bianzola, di
cui si conserva un armadio proveniente dal Castello di Robecco,
e ancora Lorenzo Aili, Francesco Perocchi e Giuseppe Bosi,
che furono tra i principali esecutori dei principeschi arredi
della Rocca di Soragna. Esiti che si approssimano alle opere
di Andrea Fantoni e a quelle dello scultore cremonese Giacomo
Bertesi, chiamato a Parma per allestire le sontuose carrozze
che dovevano servire alle nozze di Odoardo Farnese con Sofia
di Neuburg. Al suo lussureggiante barocco si ispirano alcune
consoles intagliate e dorate presenti in varie collezioni
private. In Emilia, il proliferante sviluppo delle volute
e dei racemi floreali è profondamente influenzata dai
disegni ornamentali di Stefano Orlandi.
Anche nelle altre città emiliane l’evoluzione
del gusto fu lenta, e le concessioni al barocco riguardano
solo gli elementi decorativi. A Bologna, i mobili continuarono
a essere costruiti nelle forme che si erano affermate nel
tardo Cinquecento, i canterani, ancora verso la fine del secolo,
mantennero il primitivo carattere di sobrietà e di
solidità, con la variazione degli ornati perimetrali
che si traducono nell’adozione per le filettature del
giallo angelino e di una massiccia adesione all’introduzione
della formella bugnata, oltre al generale fenomeno di ridimensionamento
volumetrico che interessa ogni tipologia di mobilia. A Seicento
inoltrato, a differenza dei mobili chiesastici che già
avevano aderito al barocco, in sincronia con il rinnovamento
di alcuni palazzi patrizi, gli arredi da parata acquistarono
un profilo sinuoso e ornamenti ispirati al gusto romano. Al
tradizionale noce naturale o tinteggiato in nero si preferì
il legno dorato, intagliato con effetti di turgida naturalezza.
La capitale felsinea in questo secolo si distingue anche per
l’elevata qualificazione dei suoi “ottonari”,
che pergiungono ad elevata specializzazione tecnico-stilistica.
Nelle botteghe cittadine si fondono forniture metalliche come
picchiotti, boccole, maniglie, borchie, ecc. che giungeranno
a conquistare mercati anche extra regionali.
Il cassone, nella seconda metà del secolo,
perde l’originaria funzione per trasformarsi in semplice
mobilia da parata, diventando ornamento degli scaloni e dei
grandiosi ingressi dei palazzi patrizi: il profilo dello schienale
e della fascia acquista un andamento sinuoso, trasformandosi
in cassapanca, dalle superfici spesso animate da
vivaci policromie. Sempre per esigenze d’apparato, si
diffonde la moda francese della consol, che a partire
dalla seconda metà del secolo diventa sempre più
frequente e che talvolta presenta elaborazioni così
sfarzose e raffinate da poterne difficilmente distinguere
il confine tra arte applicata o scultura vera e propria. Compare
anche la scrivania, che negli anni Ottanta conosce
notevole diffusione sviluppando tipologie dette alla “San
Filippo” e alla “Cardinal Mazarino”. Il
seggiolone nel Seicento subisce radicali modifiche: il sedile
e lo schienale sono rivestiti in cuoio inciso o in stoffe
pregiate, e i braccioli, precedentemente rigidi, si incurvano
e terminano con riccioli molto pronunciati e intagliati. I
tavoli e i deschi continuano a riproporre
la struttura cinquecentesca, ma adottano pannelli centinati
sulla fascia e sui cassetti e sotto la cintura compaiono talvolta
grembiuline o mensole sagomate. Almeno fino alla metà
del secolo, si accentua l’utilizzo di ornare la mobilia
foggiata con borchie e guarnizioni in ottone. Il canterano,
all’approssimarsi del secolo seguente in taluni casi
si trasforma a parziale funzione di scrittoio, reso possibile
dal piano parzialmente amovibile e dal cassetto di testa a
calatoia, che ne svela il vano interno con cassettiera.
Parma
e Piacenza
In
città la mobilia si orienta sempre più verso
connotazioni fiamminghe con decorazioni fitte e affollate,
l’ebano è essenza lignea molto alla moda nel
ducato farnesiano, gli inventari citano sedie in ebano con
pomoli in ottone e tavolini di pero con piano in ebano, benché
numerosi arredi venissero eseguiti in legno di poco pregio,
in quanto destinati a essere coperti o tappezzati da ricchi
tessuti che ne occultavano in gran parte le strutture. L’armadio,
imponente e sfarzoso, si tinge di nero a imitazione dell’ebano,
si innova montando uno o due cassetti nella fascia inferiore
e il cappello si verticalizza in fastigi con fitti intrecci
di decori a valenza vegetale, nelle pilastrate montano in
intaglio figurazioni quasi a tutto tondo, simili alle erme
scolpite dal borgognone Huges de Sambin che nel 1572 pubblica
Ouvre de la diversité des Termes, destinata
a contribuire grandemente alla diffusione delle cariatidi
nella mobilia.
L’intaglio parmense si caratterizza rispetto alle mode
lombarde o di derivazione spagnola-fiamminga per un plasticismo
scultoreo trattato con intaglio più turgido e aggettante,
il trapasso dal manierismo al barocco è meno lento
rispetto ad altri centri; nelle città del ducato farnesiano
si trova ancora mobilia a struttura architettonica rigida
e definita, cui si sovrappone un ornato reso in modo già
naturalistico. L’affermazione del Barocco investe dapprima
Parma, poi si diffonde in Piacenza: la cantoria intagliata
e dorata della chiesa di san Sisto, che data al 1689 ed è
stata probabilmente eseguita su disegni del Mazzocchi, ne
è felice testimonianza, sempre in San Sisto Giovanni
Sete, intorno al 1697, orna di intagli dorati la fastosa cornice
destinata a custodire il celebre dipinto di Raffaello, ora
a Dresda. La presenza nel ducato dello scultore-intagliatore
cremonese Giacomo Bertesi influenzò profondamente un’intera
generazione di artisti che produrranno mobilia dal carattere
riccamente decorativo e plastico, di ascendenza romano-bertesiana.
Tuttavia, il mobile piacentino nel Seicento mantiene generalmente
i connotati della mobilia periferica, che raramente è
incline ad aggiornarsi verso le sollecitazioni dei vicini
centri più alla moda. Persistono forme e dimensioni
che fin quasi si manterranno inalterate oltre la metà
del Settecento, con pannellature centrate da motivi a spizza
ottagonale, riquadrate entro cornici modanate a forte aggetto,
tanto nella fronte quanto nei fianchi. Tipicamente locale
è l’adozione nelle pilastrate di fregi a forte
intaglio plastico, risolti a pendoni floreali. Il piede nel
mobile piacentino è solitamente di dimensioni contenute.
Reggio
Emilia
A
Reggio Emilia, il cassone perde la valenza aulica per assumere
il carattere più sobrio del mobile d’uso, di
solida carpenteria: si caratterizzano per la modestissima
decorazione affidata a cornici modanate ad andamento mistilinea,
motivo decorativo che a lungo “vestirà”
l’arredo locale. A partire dalla seconda metà
del secolo anche a Reggio si cominciano a sentire i benefici
influssi del trasferimento della corte estense da Ferrara
alla vicina Modena, che si traducono in una produzione di
maggior interesse.
Carpi
Fin
dagli anni Venti, in questo centro trova larga fortuna l’utilizzo
della scagliola per ornare mobili e arredi ecclesiali. Dalla
scuola del Fassi escono numerosi maestri che nel corso del
secolo diffondono l’utilizzo di questa tecnica in modo
particolare a Ferrara, a Bologna e a Ravenna, giungendo a
esportare oltre regione i loro preziosi manufatti.
Modena
Gli
inizi del secolo vedono a Modena la corte estense, con il
duca Cesare esule nel 1598 da Ferrara, passata in drammatica
devoluzione allo Stato Pontificio. Nella nuova sede estense,
anche in fatto di mobilia, si era portato via da Ferrara quanto
si era potuto. Dagli inventari ducali apprendiamo che oltre
agli arredi tradizionali, nella prima metà del secolo
compaiono nuove tipologie come tavolini in ebano incrostati
in avorio e numerose credenze di dimensioni contenute, dette
buffetti. Le maestranze di cui giunge memoria sono:
l’ebanista Fra Bernardino Forte, l’intarsiatore
Alessandro Guasconi e il reggiano Alessandro Vasconi, scultore
su avorio, che intarsia con materiale eburneo uno scrigno
in ebano, tutti attivi in commissioni ducali.
Con Francesco I, duca dal 1629 al 1658, la corte vive una
stagione che per modernità e sfarzo sembra emulare
i fasti ferraresi dei tempi ferraresi di Alfonso II. La mobilia
assorbe influenze francesi, spagnole e in particolare risente
delle novità romane: lo stesso Bernini, di passaggio
a Modena, contribuirà direttamente a dare alla capitale
ducale una svolta in chiave barocca.
A sottolineare il favore che lo stile barocco incontra presso
gli Este, pare significativo che, tra gli anni Trenta e gli
anni Cinquanta, un’autentica schiera di doratori è
impegnata a impreziosire gli arredi della nobiltà locale:
Stefano Quirini, Alberto Campana, Paolo Vensani, Angelo Manzoli,
Tommaso Panoni, Giovanni Fini, Sforza Campi, Giovanni Riccò,
Antonio Migliani, Giacomo Barbanti, Pellegrino Trevisi, Ilario
Barozzi e Sebastiano Caula, autore delle dorature nella lettiera
detta di Faraone, che nel 1640 ricopre con ben 3.300
foglie d’oro e sempre il Caula, nel 1650 utilizza 1215
foglie d’oro per “vestire” la cornice contenente
un ritratto della duchessa Vittoria.
Lo stipettaio-intagliatore autenticamente protagonista di
questa fase stilistica è il sassuolese frate servita
Carlo Guastucci, le cui opere sono spesso dorate dal suo collaboratore
Bartolomeo Bratti. Il Guastucci, è autore oltre che
di arredi lignei chiesastici e nobiliari, di un gran numero
di importanti cornici destinate a ornare i dipinti della Quadreria
Ducale, veri e propri capolavori del barocco emiliano.
Nella seconda parte del secolo, oltre al Guastucci che è
operoso almeno fino al 1666, troviamo altri intagliatori-ebanisti
attivi in commissioni ducali: nel 1674 Bartolomeo Bonvicini,
nel 1690 Giuseppe Roduzzi e nel 1689 l’intagliatore
Lorenzo Aili attivo a Parma e stipendiato dai Farnese, esegue
per il principe Luigi d’Este una lettiera a intagli
dorati.
Tra il 1680 e il 1690 ha bottega in città il veronese
Benedetto Corberelli, specialista nel commesso in pietre dure,
alla maniera fiorentina. E’ stipendiato dalla corte.
Realizza, in collaborazione con l’ebanista Gherla con
la sovrintendenza del pittore Francesco Stringa, alcuni medaglieri,
tavolini e mobili d’esposizione, impreziositi da materiale
in commesso lapideo, a testimonianza che il fascino esercitato
da questa lavorazione toscana riesce talvolta a sostituire
la tradizionale tecnica della meschia a scagliola, ormai fortemente
radicata in Emilia.
A sottolineare come ancora in regione si continui a rivolgersi
a maestranze straniere per l’esecuzione di arredi di
particolare sontuosità, si pensi al canterano commissionato
dal duca Francesco II a Venezia, e fatto eseguire nel 1690
dal celebre mobiliere-intarsiatore Zuane Sugioldi: si trattava
di un canterano in ebano, con filettature, maniglie, boccole
e chiavi in argento, preziosamente incrostato di madreperla,
lapislazzuli e pietre dure e con pilastrate che montavano
colonne a torciglione, dai capitelli e piedi argentei.
Il
Settecento
Bologna
Con
l’affermarsi dello stile Rococò, che in regione
matura intorno alla metà del secolo, e che curiosamente
viene detto “alla torinese”, influenze francesi
e veneziane suggerirono l’adozione di proporzioni aggraziate
e misure decisamente contenute. La diffusione della nuova
moda trae in buona parte spunto dagli apporti di Giovan Battista
Toselli, appunto reduce da un viaggio in Francia. Tali nuove
ideazioni trovano come divulgatori Alfonso Torreggiani, Francesco
Minozzi, Antonio Cartolari e Francesco Casalgrande. Tuttavia,
alle dorature e alle lacche che altrove furoreggiavano, si
preferì vestire la mobilia con radiche di rara e pregiata
qualità, come il noce biondo, che nelle sue varietà
più pregiate emula l’effetto della tartaruga.
L’impiallacciatura, spesso delimitata da filetti in
giallo angelino, sostituì l’ornamento a intaglio,
demandato solo a vivacizzare la mobilia realizzata in massello.
Di rado si usò arricchire gli arredi con applicazioni
bronzee dorate alla moda francese. Il perdurare del gusto
seicentesco anche a Settecento inoltrato, determinò
di fatto nel bolognese una mobilia ove il gusto di tipica
derivazione Luigi XIV lasciò traccia di sè nella
valenza strutturale, che tuttavia venne mutata almeno nelle
proporzioni, che si fecero più contenute e aggraziate,
mentre le nuove mode rococò trovarono felice applicazione
nelle parti destinate al decoro: l’intrecciarsi di questi
due fattori stilemici apparentemente contrastanti diede vita
a uno stile barocchetto che talvolta raggiunge esiti raffinati
con artisti come i Toselli e i Cartolari, che meglio seppero
interpretare la “vaghezza” delle nuove mode. Sebbene
documentato anche nella prima parte del secolo, il trumeau
trova maggior diffusione negli ultimi quarant’anni del
Settecento. Di fatto, il petit meuble di gusto francese
venne realizzato solo a partire dal settimo-ottavo decennio
del secolo benché Bologna fosse la patria di Pier Jacopo
Martello, un letterato che visse a lungo oltralpe e che scrisse
il celebre Il vero parigino italiano, un testo che
ebbe larga risonanza e che molto favorì in Italia il
diffondersi dello stile rocaille.
Tra le nuove tipologie che si diffondono c’è
il comodino, che talvolta presenta lo zoccolo inferiore
sfilabile per consentirne la funzione a inginocchiatoio. La
moda orientale in Bologna trova scarsa applicazione e si diffonde
intorno agli anni Settanta.
Ferrara
Intorno
al 1730-1740, la vicinanza con Venezia, che in quel momento
era la città più moderna ed “europea”,
contribuì a formare un singolare fenomeno artistico
di eccezionale raffinatezza: i mobilieri locali interpretarono
i modelli veneziani con una grande felicità d’invenzione
e con un morbido e sciolto plasticismo, mediato da una diversa
restituzione volumetrica, in maggior adesione al gusto emiliano,
che tradizionalmente si mantenne meno leggiadro o capriccioso
rispetto all’arredo francese o veneziano.
La presenza della dominazione pontificia ben si ravvisa anche
nella mobilia settecentesca, per l’adozione di pilastrate
ornate alla romana e per certe soluzioni strutturali, ma è
questo un retaggio che meglio si percepisce per gli arredi
aventi committenza ecclesiastica.
L’uso diffuso di radiche di noce di selezionata e pregiata
varietà locale, crea effetti decorativi in perfetta
simbiosi con il profilo modulato della struttura. Nei mobili
di maggior pregio, le belle radiche venate furono utilizzate
anche per creare le cornici sagomate degli zoccoli, delle
calatoie, dei cappelli e finanche delle profilature di testa
delle catene, queste ultime spesso sagomate “a coda
di toro”. Ferrara sviluppa una singolare tipologia di
scrittoi muniti di sopralzo a cassettiera, che non trova riscontro
a livello regionale ma dove si ravvisano riferimenti francesi;
in taluni casi questi esemplari sono di straordinaria bellezza
formale. Tipicamente locale è il caratteristico piede
a prosciutto, sovente “firmato” per la presenza
di lati unghiati.
Soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo,
la mobilia presenta la fronte mossa da sagomature, a comporre
la caratteristica foggia detta “a balestra”. Il
trumeau, monta cimase che sempre mantengono un forte timpano
verticalizzato, a ripetere motivi cari all’architettura
locale. Benché influssi di mode francesi e veneziane
risultino evidenti, molto di rado si notano nel ferrarese
mobili arricchiti dall’uso di lacche e dorature.
Nell’arredo liturgico che lungo l’intero secolo
raramente si concede apertamente a una chiara metrica rococò,
preferendo espressioni piuttosto modulate dalle linee barocchette
e talvolta di ispirazione romana, tra gli artefici di maggior
spicco attivi in città è da segnalarsi l’intagliatore
Antonio Cozzetti, monaco Domenicano, che nel 1739 realizza
con gusto classicheggiante i rivestimenti lignei della Cappella
Canani in San Domenico; da sottolineare anche la bottega dei
fratelli Baseggi, il cui capolavoro è il coro della
chiesa di San Giuseppe.
Parma
e Piacenza
Il
nuovo secolo si apre nel ducato farnesiamo ancora fortemente
all’insegna della stagione barocca, e si colgono gli
influssi della lezione di Giacomo Bertesi. Se ne ravvisano
tracce significative nel soffitto della sala della Rocca di
Soragna, intagliato nel 1701 da Giuseppe Bosi, nella cornice
dell’altare della chiesa di san Fermo a Piacenza, eseguita
da Odoardo Perfetti nel 1711 e nella mobilia ascritta allo
stesso Bertesi e a quella ove si legge la mano di Bernardino
Barca. Parma e Piacenza, a partire dal secondo quarto del
secolo, ebbero fruttuose contaminazioni anche da Genova e
da Torino, dove la lezione delle opere di Filippo Parodi trova
notevoli riscontri e applicazioni locali. Nel 1748, l’arrivo
dei Borbone nel ducato segnò l’inizio di un generalizzato
fenomeno di innovazione delle residenze di corte. La presenza
di mobilia francese trasferita per arredare i palazzi ducali,
determinò anche nelle case dell’aristocrazia
locale l’adozione di arredi con decorazioni a tarsia
sovente impreziositi da guarnizioni bronzee dorate, e per
gli esemplari di minor rilevanza il decoro è demandato
all’intaglio a sgorbia che introduce specchiature a
cartouches che si ispirano a modelli piemontesi e provenzali.
Un nuovo mutamento di gusti coincide con la presenza della
duchessa Louise Elisabeth, che dalla reggia di Versailles
aveva derivato un gusto raffinato e incline alle novità
alla moda di gusto rococò che tuttavia a Parma ebbe
breve durata. Due figure furono determinanti alla realizzazione
di un nuovo e ambizioso progetto di riordino: il ministro
Du Tillot, sostenitore delle più moderne teorie illuministe
e collezionista di gusto raffinato e di Ennemond Petitot,
decoratore e architetto tra i più fervidi sostenitori
dell’antichità classica e rinascimentale, le
cui innovazioni determinarono un definitivo allontanamento
dal gusto rocaille, sottolineandone il ruolo di antesignano
precursore del neoclassicismo emiliano. Le tavole della Mascarade
à la Grécque e della Suite de
vases saranno la fonte d’ispirazioni delle nuove
generazioni di decoratori, stuccatori, ornatisti e intagliatori.
Ebanisti come i francesi Michel Poncet e Marc Vibert, il fiammingo
Michiel Drugman e intagliatori di corte come Ignazio Marchetti
e Odoardo Panini operano alle dipendenze del Petitot, che
nel parmense per primo introduce elementi ornamentali come
teste d’ariete, corone d’alloro, figure alate,
greche, ghirlande. Celebri saranno gli arredi eseguiti nella
reggia di Colorno, ora dispersi. Tra il 1766 e il 1768 vengono
realizzate le scaffalature della Biblioteca Palatina, una
delle poche realizzazioni ispirate a progetti del Petitot
ancora in situ, insieme agli arredi della chiesa
di San Liborio a Colorno. Il Marchetti, intagliatore di corte
fin dal 1769, esegue numerose opere di rilievo nelle chiese
parmensi, rinomata testimonianza ne è l’oratorio
De Rossi in San Quintino. Odoardo Panini occupa un posto di
primo piano fin quasi alla fine del secolo: a lui sono da
ascriversi l’ancona e l’altare eseguiti in San
Pietro, le cantorie e l’organo in Santa Croce, che datano
al 1785, i candelieri, vasi e pulpito per la Madonna della
Steccata, le placche portacero (su disegni del Callani) per
la cattedrale.
Tipica nella mobilia parmense è l’adozione di
una forma ornamentale che è da ritenersi come una vera
e propria “firma”: motivi “a cartella”
applicati o più spesso intagliati a sgorbia sul legno
massello, che entrarono anche in gran numero nelle case della
borghesia locale.
L’elevato livello qualitativo e formale che contraddistingue
la produzione del secondo settecento, trae origine anche dalla
costituzione, nel 1765, della Scuola di Disegno e Architettura,
la cui frequenza era obbligatoria per coloro che volevano
essere iscritti all’Arte: si formarono così nuove
generazioni di ebanisti altamente qualificati.
A Piacenza, al contrario, il gusto rocaille avrà
lunga applicazione, con un’ornamentazione raramente
trattata a sgorbia su massello. I mobilieri locali, fra i
più noti si ricordano Pietro Canavesi e Luigi Cardinali,
si specializzano in una produzione eseguita a commesso ligneo,
con intarsi a disegno esile e diradato, svolto ritmicamente
intrecciando forme vegetali a elementi nastriformi con un
eleganza ancora affina al gusto barocchetto. Nella produzione
piacentina della prima metà del secolo sono caratteristici
gli armadi di struttura massiccia, ornati di riquadri e ricchi
di fregi, tipiche anche le panche da anticamera, sovente decorate
con pitture a carattere illusionistico. In seguito, Piacenza
è dapprima contaminata dalle vicine realizzazioni di
ebanisti piemontesi e lombardi e nella fase neoclassica si
esprime con repertori decorativi mutuati dalla lezione del
Maggiolini, trattati sovente con rigore geometrico e con mobili
di dimensioni particolarmente contenute se rapportate alle
produzioni limitrofe.
Modena
Vicende
belliche e la naturale austerità del duca Rinaldo d’Este
non furono certo un connubio vincente per favorire il diffondersi
di tipologie d’arredo di particolare sfarzo. Solo il
matrimonio del figlio Francesco con Carlotta Aglae d’Orleans,
abituata alla vita di corta parigina, portò nel ducato
una qualche ventata di novità, che si concretizzò
con la costruzione della grande villa di Rivalta, concepita
su modello di quella di Versailles. In questo cimento troviamo
attivi il Torreggiani, e i molti, intagliatori come Giovanni
Piò e Silvestro Giannotti. Con lo stile Luigi XV e
l’imperante uso della lastronatura in radica, nel mobile
locale spesso si ricorre all’utilizzo della radica di
pioppo per i fondi delle specchiature. Le ribalte locali spesso
presentano il vano superiore con i fianchi che si incurvano
stringendosi verso l’alto e solitamente montano piedini
di misure contenute. Emblema modenese è la cartella
a blasone con ali laterali molto sagomate e allungate. Verso
la fine del secolo la moda francesizzata della vicina Parma
non manca di influenzare l’arredo cittadino che negli
arredi a boiseries realizzate intorno agli anni Quaranta
da Antonio Salvatori per il Gabinetto d’Oro del Palazzo
Ducale trova formulazioni già precocemente aveva accolto
le tendenze del Rococò, in quest’occasione, per
conto del nuovo duca Francesco III, lavorarono anche ebanisti
di rilievo, come Bartolomeo Battaglioli e Antonio Cavana.
Con il neoclassicismo molta della mobilia cittadina si presenta
nella veste laccata e dorata e l’ideatore d’arredi
Giuseppe Soli è personalità di rilievo in Modena
per la spinta al rinnovamento Neoclassico.
Reggio
Emilia
Verso
gli anni Settanta del secolo, nella bassa reggiana a Rolo
si sviluppa una fiorente produzione di mobilia di stile Luigi
XVI e Neoclassico. L’influsso della moda della tarsia
“alla Maggiolini” è qui colto con grande
favore e in breve il centro sarà in grado di esportare
mobilia anche di significativo livello: il mobile rolino è
acquistato abitualmente a Modena, Bologna e ben presto anche
oltre i ristretti confini regionali. Nel 1777 si contano almeno
dieci botteghe attive e variamente specializzate.
L’Ottocento
Bologna
La
città felsinea, con l’orientamento di Felice
Giani e di Antonio Basoli, matura nell’arredo un repertorio
improntato al gusto neoclassico e rinascimentale. Indirizzo
che seguì anche nei suoi arredi l’architetto
Pelagio Palagi, differenziandosi da Luigi Moglia e da Giuseppe
Borsato, fautori di un’intonazione di stampo borghese
e inclini al gusto biedermeier di ispirazione austriaca. Il
Palagi è artefice di mobilia che esalta l’aulica
fastosità dello stile impero, con innovazioni spesso
desunte dal repertorio etrusco.
Parma
Piacenza e Guastalla
Dal
1814 Maria Luisa provvede al ripristino della reggia introducendo
negli arredi di gusto francese, laccati e dorati, una nota
di borghese semplicità. I motivi a grifoni, cigni e
cornucopie impiegati per i sostegni dei mobili passano nel
mobile d’uso parmense caratterizzandone la tipologia
per lungo tempo. All’interesse per l’antichità
proposto dal Petitot nel Settecento si rifaranno ancora architetti
come Annibale Bettoia e Paolo Gazzola quando, nel quarto decennio,
curarono per Maria Luigia il riordino degli appartamenti ducali,
i cui arredi furono eseguiti dagli ebanisti Guglielmo e Massimo
Drugman, Ezechiele Abbate, Antonio Bosio, Pietro Canavesi
e Giuseppe Musini.
A Piacenza, la vicinanza con Cremona favorisce il diffondersi
dell’intaglio: in città è attivo Luciano
Pezzoni, ebanista di talento che ancora nel 1820 esegue mobilia
ispirata allo stile Impero, felicemente intarsiata da preziose
vedute ideate eseguite a tarsia, di gusto neoclassico.
Modena
Con
la Restaurazione, in città la mobilia si orienta verso
dimensioni più consistenti e massicce, quasi sempre
di gusto fine e moderato. Fino al 1860, anno in cui Modena
entra a far parte dell’Italia unitaria, la mobilia non
presenta connotati ancora contaminati dall’imperante
gusto eclettico. Nel 1876 si distingue in città anche
Lampridio Giovanardi, che esegue un tavolo di fine fattura
con il piano impreziosito da quattromila personaggi legati
alla storia d’Italia.
Faenza
Nel
centro romagnolo persiste l’influsso neoclassico tutt’altro
che provinciale, ispirato alla lezione di Felice Giani, che
in Palazzo Milzetti affresca la Sala delle Feste, con la mobilia
sempre progettata dal Giani ed eseguita da Giovanni Mingozzi
e da Giuseppe Casalini. A partire dagli anni Venti, con il
progressivo decadere dello stile impero, la tarsia in Faenza
conobbe momenti di grande fortuna e prestigio. Nella bottega
del Mingozzi si maturò una specializzazione che vide
il commesso di acero e avorio su fondo di noce scura che per
virtuosità tecnica ed eleganza grafica si avvicina
al movimento preraffaellita, che aveva riscoperto il valore
per i primitivi e per la tarsia rinascimentale.
Raffaele Bucci e Giovanni Battista Gatti detto “Il Giove
della tarsia” arricchirono talvolta la tarsia con materiali
come la madreperla, l’avorio, la tartaruga e altri metalli
con esiti di particolare ricchezza cromatica, affini a quelli
che a Firenze produssero i fratelli Falcini. Antonio Liverani
è decoratore e ideatore d’arredi che contribuisce
a diffondere il gusto Restaurazione in Faenza.
Il Novecento
Dopo
il 1870, con l’unità d’Italia, le caratteristiche
regionali andarono sempre più affievolendosi per essere
assorbite da quel generale processo di eclettismo che investì
la mobilia fin dagli anni Sessanta del secolo decimonono.
Verso la fine dell’Ottocento e a lungo nel nostro secolo,
lo stile Liberty nelle sue varie componenti lessicali ebbe
nella mobilia pochi influssi originali e di reale interesse,
a differenza del notevole apporto che diede alla produzione
grafica e alle arti decorative in generale.
Lo stesso movimento bolognese “Emilia Ars”, fondato
nel 1898 da un gruppo di mecenati e di artisti sull’esempio
inglese delle Arts and Crafts, accostò elementi
eclettici ripresi da modelli storicistici a suggestioni Art
Nouveau nell’ambiguo desiderio di essere moderno
pur senza rinunciare alla continuità di una tradizione
degna di nota. Dei mobili presentati dall’associazione
bolognese alla mostra di Torino del 1902, l’esuberante
decorazione floreale eseguita da Vittorio Fiori è trattenuta
entro rigide metriche di ascendenza neorinascimentale. A Villa
Leonardi di San Domenico presso Modena, gli arredi la cui
esecuzione risale al 1911, offrono, per sobrietà compositiva
e accuratezza esecutiva, interessanti assonanze con i modelli
della Secessione viennese.
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