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Storia del mobile "picto" in Italia
a cura di Paolo Cesari
Contributo
pubblicato in
“Mobili dipinti”
(Tempera, Lacca ed Arte povera nelle botteghe italiane dal
XVII al XVIII secolo)
Icaro Edizioni, 2004
AA.VV.
* Per note, bibliografia e regesto fotografico si rimanda
alla consultazione della pubblicazione.
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“…
Compositiones ad tingendo musiva, pelles et alia,
ad deaurandum ferrum ad mineralia, ad chrisographiam,
ad glutina, quaedam conficienda alique artium
documenta ante annos nongentos scripta …”
Manoscritto di Lucca (VIII
sec.) |
L’Evo Gotico
(Dalla metà del XII fin oltre il chiudersi
del XV secolo)
Introduzione.
Nel medioevo, la semplicità e la frugalità che
caratterizzarono la vita e la precarietà per le lotte
e le insidie di ogni genere, non favorirono la produzione
di arredi domestici tali da essere conservati con particolare
riguardo, condizione indispensabile perché potessero
essere sottratti agli inevitabili danni dell’uso quotidiano
e all’azione nefasta di agenti che inficiano il legno
- umidità, muffe e tarli - per giungere sino a noi.
A peggiorare questa già grave situazione non deve essere
stato estraneo il giudizio del Vasari che, nel Cinquecento,
definì la produzione medioevale come il frutto di un
gusto barbaro, etichettandola con il termine “gotico”,
sinonimo dispregiativo che si è perpetrato sino ai
giorni nostri, a designare quella mobilia realizzata tra il
XII e il XV secolo.
Tolte rare eccezioni come gli arredi della Cappella degli
Scrovegni a Padova, ben poco di quei tempi ormai remoti è
sopravvissuto. Gli esemplari documentati di mobilia medioevale
sono “filtrati” da testimonianze visive reperibili
nei pur numerosi codici miniati o in virtù di affreschi
coevi, sovente lacunosi, ma che tuttavia rendono merito al
mirabile naturalismo cromatico e tonale che ornò con
insuperabile eleganza la civiltà gotica.
La variopinta metafora tonale del gotico arcaico è
compiutamente percepibile nella statuaria lignea duecentesca,
dove la ieratica predominanza del fondo oro (la luce increata
di retaggio bizantino) è ormai stemperata in un rutilante
e variegato soliloquio di tinte accese, che magnifica i colori
dei troni di possenti madonne coronate.
Intorno alla metà del XII secolo, fenomeni congiunti
di stabilizzazione socio-economica portarono al rifiorire
delle attività edilizie e commerciali, contribuendo
alla formazione di poli cittadini di portata significativa.
Fu per l’Europa il primo effettivo risveglio da un letargo
che perdurava fin dal crollo dell’Impero Romano d’Occidente,
nel lontano 476 d.C., anche se esperienze bizantine, carolinge
e più in generale romaniche seppero manifestare - nel
campo delle arti figurate - detonanti capolavori. Si pensi
a San Apollinare in Classe a Ravenna, o ad Aquisgrana o alla
Cattedrale di Wiligelmo a Modena.
Lo
specifico ambito d’interesse che questo testo si propone
di indagare, impone la verifica di nozioni tecniche e artistiche
riconducibili alla tradizione greco-romana che in quei secoli
- a torto definiti oscuri - risultano tramandate e in qualche
forma recepite. L’erronea credenza ottocentesca (di
matrice neoclassica) mutuata dall’acritica visione delle
vestigia archeologiche, ingenerò un radicato luogo
comune che a lungo configurò il mondo antico come dominato
dal colore bianco marmoreo. Nulla di più distorto:
nell’antichità, governata dalla sacralità
che conferiva anche a specifici elementi cromatici valenza
apotropaica, finanche gli esterni dei templi erano colorati
da squillanti tinte rosse e azzurre, sacre agli dei. Nell’antico
Egitto il colore fu l’incarnazione teandrica della quintessenza
del potere dei faraoni.
I
ricettari pittorici medioevali.
Il
De Architectura di Vitruvio (I sec. a.C.), dedica
ampie note a colori e pittura, la cui conoscenza si perpetua
nei trattati medioevali, tanto da essere già menzionata
nelle Etimologiae di Isidoro di Siviglia (VI-VII
sec.). Ancora Vitruvio ritorna nel Capitolare de Imaginibus
contenuto nei Libri Carolini (fine VIII sec.). Il Manoscritto
di Lucca (VIII sec.) è un ricettario a giusto
titolo da ritenersi come l’anello di congiunzione tra
la cultura artistico-tecnologica dell’epoca ellenistica
e quella sostanzialmente tecnica del medioevo, giacché
in questi anni l’arte non venne percepita come un’entità
autonoma ma piuttosto come un insieme di procedimenti atti
a produrre oggetti utili alla vita quotidiana e alle liturgie
ecclesiastiche. I trattati medioevali nell’opera d’arte
privilegiano l’aspetto tecnico e religioso, trascurandone
la valenza estetica. Nel De Coloribus et artibus romanorum
(X sec.) si ritrovano numerose ricette mirate alla fabbricazione
dei colori, che manifestano la conoscenza della Naturalis
Historia di Plinio il Vecchio (23-79 d.C.).
La Mappae Clavicula (X o XI sec.) opera forse riconducibile
a un miniatore dell’Abbazia di San Gallo, disvela elenchi
di chimica e tecnica artistica e varie prescrizioni sulla
pittura. Nel colto trattato del cosiddetto monaco Teofilo,
la Schedala diversarum artium (XII sec.) viene organicamente
raccolto il compendio del thesaurus culturale e artistico
del mondo romanico. L’autore dovette certo essere un
chierico miniatore operoso entro uno scriptoria tedesco, il
cui eccezionale livello è confermato in ragione della
straordinaria maestria con cui dimostra padronanza nel descrivere
le tecniche dell’arte pittorica, esponendole con rara
chiarezza e inusuale modestia.
L’eterofinalismo dell’arte al servizio della religione
trova avvallo nel De ecclesiae aedificatione, ornatu et
utensilibus seu de officiis ecclesiasticis summa (dal
I libro del Mitrale) di Sicardo vescovo di Cremona,
morto nel 1225. Definizioni teoriche in merito a pittura,
scultura e architettura mutuate da Isidoro da Siviglia e da
Vitruvio sono abilmente esplicate da Vincenzo di Beauveauis
nello Speculum maius (XIII sec.). Un ricettario di
colori scritto nella Francia settentrionale, il Liber
magisteri petri de sancto audemaro de coloribus faciendis
(fine XIII sec.) ribadisce la diffusione dei manoscritti della
Mappae Clavicula e della Schedula.
Si segnala per la particolare veridicità e sperimentazione
dei ricettari il De arte illuminandi (fine XIV sec.),
opera di un miniatore italiano, che per primo filtra con rigore
“illuminista” prontuari di tradizione antica,
la cui stesura era talvolta inverosimile quando non alchemica.
Di
straordinario interesse - per più ragioni d’indagine
- è il Libro dell’arte (fine XIV sec.)
scritto dal pittore fiorentino Cennino Cennini, allievo di
Agnolo Gaddi. Qui ricette e procedimenti artistici trovano
organica e magistrale summa. Si assiste inoltre a un tentativo
di ascrivere alla pittura la dignità che spetta alle
arti liberali, pur senza sfuggire alla mentalità corporativistica
tipica del mondo medioevale, evenienza questa travalicata
solo dall’Umanesimo (si pensi al Brunelleschi, già
in appieno conscio del proprio valore individuale nel rifiutare
l’asservaggio alla confraternita di San Luca). Nel Cennini
il maturare dei tempi si percepisce anche nell’affermazione
del primato del disegno sul colore, mentre il declino dell’arte
intesa solo come rappresentazione da porsi al servizio di
teofanie, viene stigmatizzata nella sua particolare sintonia
d’intenti che lo accomuna ai principi della poesia volgare
trecentesca, allorquando afferma che la pittura, al pari della
poesia “… finge cose non vedute dando ad esse
l’immagine della realtà…”
L’autore pone la prima pietra nel costruendo edificio
dell’arte al servizio dell’uomo e della natura,
nella creazione artistica si insinua il valore primario della
fantasia creatrice e dell’imitazione del reale, a discapito
della stretta osservanza dei canoni imposti dall’imperante
visione teocentrica.
Civiltà
policromatica.
E’ in particolare nell’Ile-de-France che germogliano
i semi di quel vasto movimento artistico e culturale che oggi
denominiamo Evo Gotico. In parte origina dallo strapotere
che l’architettura assunse in relazione alla pittura,
alla scultura o alle arti decorative, anche se è bene
tenere presente che nel medioevo non si identifica alcuna
distinzione tra architettura e arti applicate: sono entrambe
artes mechanicae (solo nel cinquecento si opera la
diversificazione tra arti maggiori e arti minori). Ebbene,
l’introduzione di elementi quali volte a crociera innervate
su potenti costoloni, contrafforti e archi rampanti o soffitti
a vela, edificati nell’ossequio di una diversa logica
statica e estetica, decretò una nuova formulazione
visiva che nei fatti diede forza motrice al concetto primario
di verticalizzazione formale, ponendo le basi per una “moderna”
chiave di lettura della rappresentazione dell’Arte.
Dal primo esempio del coro di Saint-Denis (1140-44) e fino
alle cattedrali di Reims, di Chartres e di Notre-Dame
a Parigi, fu certo la Francia che si rese protagonista di
questo primo “gotico di stile severo”, che non
tardò a trovare larga diffusione in Germania per poi
oltrepassare le alpi nostrane. L’Italia tuttavia, in
ragione di radicate sopravvivenze romaniche e bizantine, mai
recepì integralmente il nuovo “verbo” stilistico,
anche in ragione del fatto comprovato che nel medioevo l’arredo
italico fu di preferenza dipinto piuttosto che intagliato;
è questa una considerazione apparentemente innocua,
ma è tra gli elementi che più avanti ebbero
a favorire lo straordinario successo dell’Umanesimo,
piattaforma che di li a poco originò il Rinascimento.
Che l’Italia fosse un mirabile palinsesto di colori,
è documentato da innumerevoli scritti di viaggiatori
stranieri. Ammaliati dalla varietà coloristica e ornamentale
delle facciate dei palazzi dei nostri centri urbani, in ripetute
occasioni qualificarono con l’appellativo di urbs
picta liberi comuni come Verona, Roma, Bologna, Napoli
e altri ancora.
Architettura,
colore e corporazioni.
Le arti decorative, e con esse il mobile, seguirono passo
dopo passo lo sviluppo dell’architettura, assumendo
come note caratteristiche timbri di leggerezza e di decorativismo
verticalizzante, sviluppando una certa qual eleganza formale
che in breve portò gli arredi a meglio definirne e
differenziarne la funzione specifica di oggetti d’uso.
In un primo tempo l’arte lignaria fu predominio dei
laboratori dei conventi o dei cantieri delle grandi cattedrali,
fenomeno che originò la consuetudine per le maestranze
specializzate in carpenteria - quali i magister lignaminis
e le loro botteghe - di itinerare con spostamenti geografici
anche significativi, decretando in questa prima fase la codificazione
di uno stile omogeneo, una sorta di koiné
figurativa. In seguito, sul finire del duecento, l’affermarsi
di nuove classi sociali quali l’aristocrazia e una ricca
borghesia cittadina, incrementarono la richiesta di arti applicate,
e finirono per agevolare l’insorgere di nuove cellule
operative, pienamente regolamentate nei vari ordinamenti delle
corporazioni artigiane. E’ in questo secondo momento
formativo che si deve ricercare nella mobilia l’origine
di un linguaggio figurativo differenziato: tra città
e città si rileva una netta distinzione formale e costruttiva,
che, almeno per quanto attiene l’Italia, diviene coerente
e individuabile solo verso la fine del XIV secolo.
La nascita delle corporazioni in un tempo a noi così
lontano ci consente di verificare come nella sostanza il mobile
in assoluto più diffuso fosse il cassone. Illuminante
in tal senso apprendere che nel 1254 Etienne Boileau, prevosto
di Parigi, nel riorganizzare il sistema delle corporazioni
cittadine, scisse in diverse categorie i falegnami dai costruttori
di cassoni. E’ fenomeno peraltro spiegabile se si pensa
che in quest’epoca, almeno per quanto riguarda l’arredo
laico, si attenda in primo luogo alla praticità e alla
trasportabilità di un bene, nel caso specifico il cassone
(sovente provvisto di maniglie d’asporto) è d’impiego
polivalente: funge da sedile, da tavolo, da contenitore di
vestiario, di masserizie o beni preziosi, da letto e perfino
da bara, come documenta l’interessante esemplare oggi
al museo Correr di Venezia, che nel 1266 fu asservito ad uso
sarcofago onde contenere le spoglie della beata Giuliana.
Nei cassoni di maggior pregio, anche l’interno del coperchio
era dipinto, mentre nelle pareti si sfoggiavano tappezzerie
di lampasso o broccato. Pari esigenze funzionali limitarono
l’adozione di tavoli, composti da semplici assi adagiate
su cavalletti di veloce allestimento.
Già si è menzionata l’evenienza che in
Italia la civiltà dell’arredo orientò
il proprio gusto in direzione di un decorativismo-pittorico
piuttosto che plastico-scultoreo, conseguendo nel trecento
tipologie largamente differenziate e specializzate anche in
merito ai materiali cromatici posti in opera. Oltre alla consueta
stesura a tempera magra, nelle partiture ornamentali compaiono
numerose finiture a vernice oleosa, con impiego di resine
tra le quali il mastice (nell’antichità
era rinomata quella proveniente dall’isola di Chio e
dall’Egitto) e la vernice per eccellenza, che nel medioevo
era detta ambra orientale: la sandracca (proveniente
in particolare dalle coste dell’Africa Settentrionale).
E’ Venezia che detiene massimamente il monopolio dell’importazione
dei pigmenti da cui derivano i colori o le vernici di maggior
pregio, dunque non parrà strano verificare come almeno
fin dal 1271 in laguna si abbia notizia di un Capitolare dell’arte
dei depintori dove le varie lavorazioni trovano una
diversificazione fortemente specialistica. Nella Serenissima
Repubblica rigide categorie gerarchiche separano i pictores
arcellarum (pittori di cassoni e cofani) dai pittori
di ancone. Parimenti contingentati sono i miniatori, i decoratori
di piadene (tafferie), di deschi o di suppellettili lignee
destinate alla tavola. Bisognerà attendere fino al
1463 per vedere la nomina dei colonnelli anche per le specialità
dei cuoridoro, desegnatori, cartoleri, maschereri, targheri
e indoratori.
Tra il XII e il XIII secolo sono i soli contesti ecclesiastici
a improntare arredi integralmente lignei e in buona parte
strutturati nelle tipologie perpetuate fino ai giorni nostri:
nelle basiliche e nelle cattedrali si potevano ammirare pulpiti
e cattedre sovente di dimensioni monumentali, con cori a grandi
emicicli di postergali appaiati, al cui centro campeggia il
caratteristico badalone munito di colombaia a leggio. Né
mancano panche, sedili, segette e grandi credenze porta paramenti.
Le biblioteche sono affollate di tabulae scriptorialis (progenitrici
della scrivania), di armadi preposti alla custodia delle pergamene
o di codici miniati. Sono tempi, come già si è
detto, che produssero mobilia nella caratteristica foggia
che è propria dello Stile Severo: struttura verticalizzante
ma di forma pulita e lineare, ingentilita da lievi decori
a rosetta o ad archetto, con fasciame ornato da moderate centinature
o al più con specchiature animate da motivi a pergamena
o a graticcio. Con ogni probabilità alla modesta compresenza
di intagli a contenuto bassorilievo, suppliva lo sfondo verniciato
con colori caldi e cangianti, come la malachite, l’azzurrite
o il lapislazzuli, l’indaco o il minio o il rosso cinabro,
triturati e disciolti entro cornici profilate da tratteggi
aurei, talvolta a riquadrare fondali interamente picti a marezzatura,
ad imitare gli effetti delle venatura di legni o marmi pregiati,
in assonanza a quelli effigiati nelle pitture di Cimabue e
di Giotto.
E’ noto che tra gli inizi dei secoli XII e XIV la tecnica
di stesura del colore nella pittura a tempera procede per
sovrapposizioni successive, mediante larghe campiture uniformi,
dispiegando poi ombreggiature e lumeggiature, infine adombrate
dai colori più chiari o più scuri tramite tocchi
ad andamento lineare. Tale procedimento esita una rappresentazione
prevalentemente disposta in piano, dove i lumi non trovano
alcun riscontro con la realtà. Tra gli inizi del trecento
e la metà del secolo a seguire i colori di fondo vengono
accostati già nella consapevolezza delle successive
gradazioni che si ottengono per accostamento e fusione. In
questa fase, oltre al consueto decoro ispirato a temi naturalistici
e geometrici, pur in mancanza di testimonianze dirette, si
può ipotizzare che i soggetti profani maggiormente
diffusi fossero ispirati ai cicli epico-cavallereschi e in
generale all’amor cortese e alle saghe bretoni.
Aurifex
docet.
L’arte orafa ebbe parte incisiva nel processo che lentamente
trasformò lo Stile Severo in Gotico Internazionale
Fiorito. Tra il XIII e il XIV secolo, la metallurgia
conobbe straordinaria fortuna, imputabile alla committenza
ecclesiastica che in quei secoli lontani rivolse singolare
attenzione nell’ostentare entro adeguati contenitori
insigni reliquie. Il reliquiario acquisì nel tempo
sempre maggior ricchezza: plasmato in oro o argento, ornato
da smalti cloisonné o champlevé,
impreziosito da niello o ageminato alla damaschina, rifinito
a sbalzo e a traforo, a cesello o a bulino. Arche, pissidi,
ostensori, calici e quant’altro in breve videro le proprie
superfici ornarsi di svolazzanti pinnacoli, finestrelle archiacute,
figure a tutto tondo, con una magnificenza senza pari. Nel
contempo, anche gli edifici si decorarono di timpani, pinnacoli
e trabeazioni con scultorei ornati a valenza floreale o zoomorfa.
Analogo processo fu assimilato dai maestri d’ascia,
che ben presto si differenziarono anche nella specialità
dell’intaglio, in un primo tempo posto in opera a bassorilievo
minuto e raffinatissimo, ispirato a stilemi ad archetti a
sesto acuto, a monofora, a bifora, a trifora, e ancora pinnacoli,
cuspidi, ogive, clipei (mutuati dai rosoni delle facciate
delle cattedrali), losanghe, nodi di Salomone, girali spiraliformi
o intrecci a graticcio, un repertorio figurativo vivacizzato
da ornati desinenti in forma di svolazzi fiammeggianti di
foglie d’acanto stilizzate, disposte talvolta a perimetrare
blasoni araldici. Questa rivoluzione ornamentale avviene agli
albori del XIII secolo, determinando la fine della fase detta
di Gotico Severo, ove la mobilia era ancora per lo più
di tipo foggiato e priva di elementi ornamentali, per dar
così luogo alla forma gotica detta di Stile Internazionale
o Fiorito, la cui fortuna è dovuta in gran parte a
mode veneziane, città ove fu possibile maturare un
più stretto rapporto con la civiltà orientale,
incline a rappresentare forme a stilizzazione floreale di
singolare ricchezza. Solo nel quattrocento inoltrato, si assiste
all’introduzione anche nell’arredo lignario di
elementi plastico-scultorei a tutto tondo, benché in
Italia di norma si preferì la coabitazione tra ornato
a intaglio e pittura. In puro Stile Gotico Fiorito è
il celebre coro realizzato da maestro Giovanni da Baisio nel
1384 nella chiesa di San Domenico a Ferrara, su commissione
di Tommasina Guarmonti, moglie di Azzo d’Este. E’
questo nell’Italia settentrionale il più antico
e meglio conservato apparato ligneo superstite.
La
tarsia alla certosina.
Agli
inizi del Trecento si diffuse (e fu un fenomeno specificatamente
italiano) la tecnica dell’intarsio mediante utilizzo
di tessere lignee disposte a effetto geometrico. Sebbene questa
tipologia ornamentale sia nota come “tarsia alla certosina”,
deve con ogni probabilità la sua origine ad artigiani
moreschi attivi in Spagna, poi costretti a emigrare in Italia
e più probabilmente in terra lombarda. Dalle terre
padane questa tecnica trasmigrò in Toscana, consacrando
Siena quale terra d’elezione. Dapprima trovò
impiego nell’arredo ecclesiastico, per poi diffondersi
anche alla committenza profana, presso la quale fu di gran
moda fino alla fine del XV secolo.
Le tessere erano di preferenza in noce, larice, cipresso,
bosso, acero, pioppo, quercia, ciliegio, faggio, ma sovente
si impiegò anche gelso, frassino, salice, tamerice,
susino, pino e acacia.
L’arte dell’intarsio in questa fase storica è
coloristicamente ravvivata dai soli effetti chiaroscurali
che si ottengono dalla disposizione alternata di legni chiari
e scuri, con ombreggiature poi rifinite a tecnica pirografica
(annerendo il legno con un ferro o sabbia arroventata). Di
quest’arte ci restano rari e insigni esempi, in particolare
legati ai grandi cori presbiteriali. In periodo tardo Gotico,
la tarsia si orientò verso mode veneto-damascene, di
evidente ascendenza orientale, favorendo l’incrostazione
di elementi eburnei o in osso, come nei celebri esempi di
preziosi cofanetti e altaroli dovuti alla bottega di Baldassarre
degli Embriachi a Venezia, la cui matrice figurativa tuttavia
è da ricercarsi a Firenze, dove nella seconda metà
del trecento operava il cosiddetto “maestro della bottega
a figure inchiodate”, con una produzione che su sfondi
intassellati a bicromie bianche e nere (in alternanza di osso
o avorio e corno) applicava figurine di repertorio boccaccesco,
ornate da minio, indaco, ocra e lumeggiature auree.
Cenni
di carpenteria e metodologie costruttive.
La mobilia gotica è caratterizzata da una struttura
massiccia, con parti lignee tagliate a forte spessore (solo
nel 1322 ad Augusta fu impiantata la prima segheria ad
acqua, un’innovazione che permise l’esecuzione
di arredi di più leggere proporzioni in virtù
delle mutate possibilità di tagli di circa 4-5cm.)
con superfici a vista sgrossate a stondino e rese lisce dall’uso
del vetro o della pietra pomice. I legni utilizzati per l’ossatura
e lo scafo furono generalmente il noce, la quercia, il castagno,
allora reperibili in grande quantità, tagliati in luna
calante e stagionati a lungo, espedienti che certo limitarono
l’insorgere di tarlo attivo. Le diverse parti lignee
vengono assemblate lungo le pilastrate da incastri a coda
di rondine di consistente dimensione, o trattenute da chiodature
lignee coniche o più raramente con utilizzo di chiodature
ferree (a testa quadra irregolare). Mensole e ripiani interni
sono fissati a scassi rifilati entro le superfici interne
dei fianchi, con frequenza si osservano schiene che presentano
le assi appaiate l’un l’altra grazie a innesti
a maschio e femmina opportunamente predisposti, si è
inoltre verificato in più tipologie d’arredo
l’apposizione di montanti verticali interni agli angoli
che, nel loro prolungarsi verso il basso, fuoriuscivano formando
i piedi, conferendo così al mobile una maggior difesa
dall’umidità. La colla nel mobile gotico non
trova significativa attestazione se non per casuali applicazioni
in cuoio o tela dipinta su parti lisce. Il mobile infine,
quando non dipinto, è lucidato con olio di lino e cera.
Nel Quattrocento trionfa la moda del motivo ornamentale detto
a pergamena (noto anche col termine a lenzuolo
pieghettato). L’etimologia del nome è da
ricercarsi nella città di Pergamo, centro ove intorno
al secondo secolo a.C. la pergamena trovò diffusione.
Veniva normalmente eseguita a pittura o a intaglio, trovando
vasta applicazione in epoca tardo gotica. Documentata in Italia
- in particolare in Piemonte - se ne individua la primogenitura
in Fiandra, per poi diffondersi capillarmente in Francia e
soprattutto in Inghilterra nel periodo Tudor. In oggetti di
lusso (quali piccole scatole e astucci portagioielli) venivano
apposti anche fogli membranacei, spalmati con un leggero strato
di colore a olio, generalmente tinti con sfumature a porpora,
azzurre o nere. La vera essenza simbolica della fortuna figurativa
dell’ornato “a pergamena” è da ricercarsi
nella similitudine che la associa al verbo divino.
UMANESIMO
(Dagli Anni Venti agli Anni Sessanta-Ottanta del Quattrocento)
Il susseguirsi di scoperte archeologiche che fin dagli inizi
del Quattrocento permise di ammirare le vestigia di un mondo
perduto noto a pochi eruditi, favorì l’insorgere
di una diversa consapevolezza della storia e della spiritualità.
Con il diffondersi di una visione critica e incline al dato
razionale, nel volgere di pochi anni entrò in collasso
la concezione mistica che aveva permeato la dottrina teocentrica
medioevale, e il Dio rappresentato nelle chiese e nelle cattedrali
gotiche, assunse diverso significato per l’erede della
romanità. Si riscopre il valore sensuale del corpo,
prima mortificato dal misticismo dell’eterodossia ecclesiastica.
La ricerca del vero sospinge l’homo novus all’alba
della rinascenza a ricercare nuovi modelli estetici, riconoscibili
nell’antichità classica, erede del rigore e dell’armonia
della civiltà greco-romana. Nel contempo, si recupera
una nuova relazione con il dato naturale, ora visto come spazio
misurabile e riconducibile in scala e in prospettiva.
La scoperta di trattati di epoca romana replicati dagli amanuensi
nel silenzio delle abbazie certosine o benedettine, permise
di riacquisire informazioni credute perse per sempre. Tra
i molti codici che favorirono il diffondersi della cultura
umanistico-rinascimentale, ebbe importanza decisiva il De
rerum architettura di Vitruvio, un trattato dove la metrica
e la prospettiva architettonica dei romani svelò segreti
destinati a rivoluzionare ogni concetto artistico. La caccia
al codice antico divenne irrefrenabile: durante la prima metà
del quattrocento molti palazzi e innumerevoli tenute furono
sacrificati pur di subentrare nel possesso di un qualche testo
di epoca classica. Ne si può tacere il peso che ebbero
la dottrina e le idee di Giorgio Gemisto Pletone (esposte
al concilio di Ferrara del 1433) relativamente all’importanza
dell’oriente bizantino e del paganesimo greco, idee
che trovarono ampi consensi in toscana e presso le corti di
molte signorie italiane.
Altro elemento di rilievo è il verificarsi di un fenomeno
del tutto nuovo: le mutate condizioni socio-economiche consentono
alle grandi famiglie della borghesia mercantile di poter emulare
il fasto delle grande aristocrazia.
La
pittotarsia.
L’arredo di periodo umanistico è dunque profondamente
intriso di valori classici, che si esprimono in primo luogo
nell’adozione della metrica architettonica che già
fu propria del mondo greco-romano. Spariscono le linee spezzate
o i motivi verticalizzanti per dar luogo a forme geometriche
lineari, contenute entro piani ad aggetto modulare, con snelli
cornicioni modanati su cinture ancora prive di cassetti, magistralmente
bilanciate da basamenti a predella compatta e centinata. In
un primo tempo la mobilia si veste di cornici lievemente innervate,
a riquadrare ante e lesene, solo in un secondo momento adotta
nei cornicioni ornati a dentello o a ovulo e veste di elementi
stilizzati lesene e pilastrate con capitelli e plinti a racchiudere
motivi a colonna scanalata. La nuova veste strutturale continua
ad essere ornata da tarsie alla certosina che se già
furono peculiari della mobilia trecentesca, nell’arredo
del quattrocento si evolsero dapprima in senso figurato per
poi originare l’intarsio pittorico, la cui introduzione
spetta a Cristoforo e Bernardino Canozi da Lendinara. Già
eredi di un’illustre e antica famiglia di magister lignamins,
i Canozi sperimentarono un sistema di tintura del legno mediante
bollitura, che trovò la sua prima applicazione nel
coro della Basilica del Santo a Padova (1462-69). Ma fu Firenze
ad acquistare preminenza nell’arte dell’intarsio
pittorico, in particolare con l’opera di Francesco di
Giovanni detto il Francione, come ben motiva il Vasari. Nella
seconda metà del secolo, la tarsia fu perfezionata
con l’introduzione dell’elemento prospettico,
una tecnica che trova il suo capo d’opera nello studiolo
di Federigo a Urbino, la cui esecuzione, nel 1475, spetta
massimamente a Francesco di Giorgio Martini e a Baccio Pontelli.
In questi anni la pittotarsia, anche in ragione della frequente
tintura a colore delle tessere lignee, riuscì illusionisticamente
a eliminare l’effetto ottico bidimensionale insito nella
natura del materiale posto in opera. Il palazzo di Federigo
da Montefeltro a Urbino è esemplificativo della straordinaria
fioritura e fortuna degli arredi picti ancora sul fare del
tardo quattrocento, si pensi al monumentale letto ad alcova
ancora allestito in loco, dipinto e marezzato a trompe-l’oil
con colonnati e capitelli sorretti da alti plinti, intercalati
dello scudo d’arme dei Montefeltro, mentre nella fascia
d’architrave campeggiano pendoni fogliati di foggia
neoromana, ma sorretti da cherubini.
La
pastiglia dorata.
All’ornato
a intarsio (eseguito in quest’epoca di preferenza con
la tecnica a secco su appositi cartoni predisposti all’uopo)
ben presto si affianca la presenza di decori a pastiglia (un
impasto di gesso, farina e albume d’uovo) infine dorata
o lumeggiata in oro o brunita. Questa metodologia era nota
fin dalla fine del trecento e consentiva di porre in opera
la pastiglia modellandola a mani libere o entro appositi stampi.
L’introduzione di questa tipologia decorativa è
da ricercarsi in ambito dapprima fiorentino e poi senese.
Siena in particolare, posizionata sulla via francigena, divenne
in Italia l’ultimo e tenace baluardo dello stile tardo
gotico fiorito, sebbene fu capace di operare anche con autonomia
tale da tradurre la lezione di Donatello con esiti raffinati
e personali, si osservi in tal senso il pregevole cofanetto
indorato oggi al Castello di Monselice. A Firenze questa tecnica
fu massimamente recepita nella celebre bottega di Apollonio
di Giovanni, un valente pittore che insieme a Marco del Buono,
tra il 1446 e il 1463 ebbe fiorente bottega specializzata
nella pittura di cassoni. Questo tipo di ornato, composto
da un miscuglio di gesso e colla apposta su un tessuto di
lino preventivamente incollato - ad esempio sulla fronte di
un cassone - una volta lavorato a piacimento veniva dorato,
lumeggiato o brunito. La pastiglia si prestò con grande
successo a reintrodurre elementi ornamentali a bassorilievo,
tecnica scultorea che intorno al 1470-80 ritornò in
auge anche a intaglio, sulla scia di mode veneziane, e fu
preambolo indispensabile alle fortune che questa tipologia
decorativa conobbe nel rinascimento.
Il pregio che nei secoli è sempre stato riconosciuto
a questa particolare tipologia di cassoni e cofanetti decorati
a pastiglia dorata o policromata a tempere magre e rifiniti
a biacca e resine, ha consentito la sopravvivenza di numerosi
esemplari, come quello di Apollonio raffigurante L’assassinio
di Cesare oggi al Museo Pushkin di Mosca, o quello di
ambito fiorentino istoriato con scena nuziale, visibile all’Ermitage
di Leningrado. Di schietta ispirazione archeologica sono invece
gli esemplari raffiguranti I vizi e le virtù
del Victoria and Albert Museum a Londra e dell’Istituto
delle Arti di Minneapolis.
Per rendere conto del rilievo che i decoratori di cassoni
ebbero nel quattrocento, si dirà che a Firenze, fin
dalla creazione nel 1349 della Corporazione di San Luca, anche
i cofanai (pittori di cassoni) furono parificati
ai pittori.
Mobili
picti.
Esaminiamo
brevemente il carattere che maggiormente fu distintivo e congeniale
all’arredo quattrocentesco profano: la decorazione pittorica,
che in Italia conobbe largo seguito fin dal XIII secolo. In
un primo tempo, fu il cassone a vestirsi di scenografie pittoriche
di soggetto affine ai nuovi gusti umanistici, ritratti realistici,
novelle del Decamerone, episodi di vita amorosa e virtuosa,
allegorie mitologiche, cortei nuziali, scenari di vita reale
e ideale riquadrati entro partiture a rilievi in pastiglia
o entro fregi architettonici, sempre dipinti a tempera con
studiati effetti a trompe-l’oil. Grandi nomi di pittori
legarono la propria vicenda artistica alla storia del mobile,
tra i molti: Paolo Uccello, Sandro Botticelli, Antonio Pollaiolo,
Domenico Ghirlandaio, Jacopo del Sellaio, Filippo Lippi. Taluni
artisti anche di fama dichiarata, come Francesco di Stefano
detto il Cesellino, divennero specialisti nel decorare cassoni
e spalliere, nel caso specifico, si pensi al cassone del Gardner
Museum di Boston, istoriato con i Trionfi del Petrarca
o al consimile esemplare oggi all’Accademia Carrara
di Bergamo, dipinto con le Storie di Griselda, tratte
da Boccaccio.
La pittura a tempera si prestò meglio d’ogni
altra tecnica a risolvere le problematiche insite a riprodurre
gli effetti delle leggi prospettiche. Dal cassone si passò
a istoriare credenze, stipi, armadi, letti, generando una
mobilia informata strutturalmente alle regole metriche già
proprie della rinascenza e tuttavia ornata con quel sublime
naturalismo espressivo, la cui compostezza e armonia mai fu
più eguagliata.
La mobilia di questo periodo conosce un più esteso
utilizzo di varietà lignee: noce, quercia, rovere e
anche castagno, olmo, pioppo, abete, larice, leccio, cipresso.
I tagli consentono spessori di circa 30 mm., con assi spianate
da segacci a due mani, poi lavorate da lame, sgorbie e pialle,
per essere poi levigate a pietra d’agata o pelle di
pescecane; generalmente le parti non a vista sono sgrossate
con la sola sgorbia. In questo periodo si diffonde l’uso
di servirsi di diverse tipologie lignee tra esterni, ossatura
e parti dello scafo. Spariscono dalle pilastrate anteriori
gli incastri tra fronte e fianchi, ora più facilmente
assemblati con chiodature (ancora a testa quadra irregolare)
poi celate da paraste o cornici variamente modanate, si verifica
il fiorire di una forte differenziazione delle chiodature
che assumono diverse misure in ragione della specificità
a cui verranno preposte. Diviene normale l’impiego di
colle animali (coniglio, capra o altri erbivori), ma fu usata
anche la colla di pergamena o la colla di pesce. Anticamente
in carpenteria si utilizzava anche come collante la caseina.
A partire dal 1450-60, si diffonde l’uso di tornire
la mobilia, mentre la tecnica di pittura a tempera infine
sviluppò l’utilizzo della velatura e il disegno
divenne sempre più particolareggiato e minuto. Si ricorse
inoltre al frequente uso di tecniche miste, con utilizzo di
velature a olio su stesura a tempera, o con l’impiego
di un’emulsione di tuorlo d’uovo, oli essiccativi
e resine: la cosiddetta tempera grassa, destinata a estensiva
diffusione anche nei secoli a seguire.
Il fondo oro, su preparazioni di bolo in terra d’Armenia,
continua a trovare larga applicazione nell’arredo di
committenza di alto rango sociale, anche se nel quattrocento
il suo utilizzo gradualmente conosce un inesorabile declino.
Le corporazioni, in questa fase storica, sovente prevedono
statuti che obbligano i legnaioli a realizzare arredi di tipo
foggiato con tagli di legno a spessore unico, privi di cornici
e listellature (idonee a celare giunture o serraggi). Solo
con l’avvenuto pagamento di una tassa di cinque soldi
il marangone poteva operare assolvendo in appieno esigenze
specifiche, legate al gusto della committenza.
Con l’Umanesimo, la “mobilia picta” conosce
il suo apogeo; ogni manufatto d’uso quotidiano (utensili,
maioliche, vestiario) s’adorna di variopinte gamme cromatiche
a celebrare un’epoca il cui fascino ancora oggi tramanda
arcobaleni tonali di stupefacente armonia.
RINASCIMENTO
(Dal 1460-80c. al 1520-30c.)
Il termine rinascita, benché con ogni probabilità
già in uso, fu usato per la prima volta dal Vasari
nel 1550, a designare l’arco cronologico del fiorire
dell’arte compreso tra Cimabue e il Cinquecento. Gli
studiosi moderni circoscrissero questo periodo storico ponendone
l’inizio al secondo-terzo decennio del XV secolo, pariteticamente
associando Umanesimo e Rinascimento.
L’homo
novus.
Con la rinascenza si giunse a formulare una nuova concezione
dell’esistenza. L’antico venne rivisto con occhio
purificato da formalismi e dogmatismi medioevali, manifestando
principi di dignità individuale e di razionalità
che posero l’uomo al centro dell’universo, essere
raziocinante e creatore che domina la natura attraverso la
conoscenza delle sue leggi ordinatrici. Con la diffusione
dell’individualismo l’amore per il lusso e i piaceri
del corpo e dello spirito si compenetrano. Le corti dei mecenati
divengono motori di propulsione dell’arte, che viene
vista dal potente anche come mezzo ideale per auto celebrare
la propria forza e lungimiranza politica. Colpisce che il
principe dialoghi con l’artista in rapporto paritario
come ben documentata il noto esempio di Lorenzo il Magnifico.
L’arte dunque si laicizza e si imbeve dei segni di una
cultura pagana come quella classica, ponendosi verso i modelli
che derivavano dall’antico con spirito critico e mai
con intento imitativo, estrapolandone aspetti di modernismo
che originarono espressioni figurative del tutto nuove, in
sintonia con la visione critica che pervade l’uomo rinascimentale.
Le arti maggiori pongono a pietra miliare Firenze, legandone
il merito a Filippo Brunelleschi che per primo concepì
spazi precisamente definiti e impostati geometricamente a
principi informati all’arte prospettica. Analogamente,
Donatello e Masaccio li applicano alla Pittura e alla Scultura:
siamo intorno al 1420.
Nel campo di ricerca di nostro specifico interesse - l’indagine
della storia del mobile - si rende necessario formulare una
diversa ipotesi di cronologia. In breve, lo scrivente è
del convincimento che si debba riconoscersi codificato il
mobile rinascimentale solo nella considerazione che ne abbia
assunto compiutamente la formulazione tridimensionale, anche
relativamente alle partiture dipinte, superando quindi la
visione bidimensionale ancora tipica e precipua degli arredi
eseguiti o ascrivibili al periodo umanistico.
Per meglio rendere visibile il non semplice assunto che opera
la dicotomia tra mobilia di periodo umanistico (bidimensionale)
e rinascimentale (tridimensionale), si osservi che durante
l’Umanesimo l’arredo lignario è ornato
da decori pittorici o plastici. Nel primo caso, su superfici
generalmente lineari si dipingevano scene, le più varie,
che solo virtualmente fornivano visioni prospettiche; in ipotesi
di decorazione plastica (intaglio o pastiglia), si noti parimenti
che la tecnica utilizzata è usualmente quella del bassorilievo,
che consente una chiave di lettura univocamente bidimensionale
(ovvero a due piani). Ebbene, con l’introduzione dell’intaglio
scultoreo ad altorilievo o a tuttotondo, l’ideale spettatore
ne percepisce chiaramente la rappresentazione tridimensionale.
Ne consegue che sono a ribadire che l’arredo ligneo
rinascimentale debba considerarsi tale se ne soddisfa l’evidenza
prospettica compiutamente tridimensionale. Solo tra il settimo
e l’ottavo decennio del quattrocento si verifica l’apparire
sul mobile della nuova veste a intaglio scultoreo ad altorilievo,
con caratteristiche e tipologie ornamentali di cui a seguire
si dirà, per involversi già intorno alla terza
decade del cinquecento originando una nuova manifestazione
stilistica, il Manierismo.
L’estetica
della “Città ideale”.
In
epoca rinascimentale il palazzo diviene la sede stabile e
fastosa della vita del signore. Per scopi di rappresentanza
si assegna nuovo rilievo a locali che in precedenza furono
reputati di minor interesse: ingressi, sale, biblioteche e
studioli, mentre si noti che ancora non era configurata la
sala da pranzo, allestita all’occorrenza di volta in
volta in ambienti non specificatamente destinati a tale uso.
Anche la camera da letto - nei casi documentati - non risulta
avere un’ubicazione prestabilita.
L’arredo viene integrato con vasti camini riccamente
scolpiti (o dipinti) e portali intagliati o intarsiati, centrati
da sontuosi battenti; analogamente, alle pareti di norma si
applicavano rivestimenti con spalliere alte oltre i due metri,
nell’intento di preservare il locale da freddo e umidità,
rifinite a intarsio o dipinte e concluse da una cornice. I
soffitti erano piani, a cassettoni in legno o coperti a volta
affrescata. I pavimenti, se sontuosi, erano in pietra o marmo
disposti a geometrie speculari, né mancano pavimentazioni
maiolicate.
In simili contesti trovano naturale disposizione forzieri,
cofani, cassoni, cassapanche, sedie, candelabri, letti coperti
da baldacchini e chiusi da cortine, le prime specchiere, armadi,
credenze, tavole, e per ogni tipologia citata si immagini
una copiosa differenziazione formale. Sovente si è
detto che il mobile rinascimentale potrebbe essere definito
un palazzo in miniatura: è questo un elemento di certo
riscontro, nell’evidenza acquisita che architetti come
Baccio d’Agnolo o Giuliano da Maiano esercitarono quest’arte
fino a poco prima prerogativa dei soli maestri d’ascia.
E’ tra l’ultimo ventennio del quattrocento e i
primi anni del secolo successivo che la tecnica dell’intarsio
tocca i suoi più alti vertici giungendo a rappresentare
con strabiliante veridicità prospettica visioni metafisiche
o reali: personaggi, nature morte, vedute ideate, strumenti
scientifici, si susseguono fino a trarre in inganno lo spettatore
con effetti di trompe-l’oil di rara suggestione.
Se agli albori della rinascenza in qualche corte “illuminata”
viene ormai riconosciuta all’artista la dignità
che gli compete, non mancano ancora esempi di grandi pittori
trattati dal nobile di turno alla stregua di imbianchini.
Si pensi alla corte estense dove un Francesco del Cossa mai
ottiene risposta alle frequenti suppliche rivolte al duca
o dove maestri del calibro di Cosmé Tura vengono variamente
impiegati per grandi imprese come per lavoretti di insignificante
impegno. Oggi il corpo di Tura riposa a Ferrara trionfalmente
festeggiato dal sonoro scampanellio della chiesa di San Giorgio,
dove alla base del campanile ivi sepolto giace, mentre così
non può dirsi del grande Giotto, presto dimenticato
ancor vivente e inumato in una fossa comune con la bocca ricolma
di spiccioli, a spregio della sua attività di usuraio.
Alla corte degli Este si diffuse una peculiare tipologia di
cofanetti, destinata a contenere i “desiderata”
delle belle cortigiane ferraresi. Lo scafo era in cipresso
rivestito di pastiglia muschiata, ne conseguiva un utilizzo
gradevole all’olfatto. L’elaborato programma iconografico
si articolava in minuti bassorilievi restituiti a pastiglia
stampigliata, con scene desunte da vicende epiche o eroiche
(a sfondo moraleggiante) con finiture che non lesinarono in
decori pittorici di rara piacevolezza, variamente indorati,
alla cui esecuzione concorse il Tura, ancor giovinetto.
La
regola aurea.
Con il Rinascimento la mobilia assume forme architettoniche,
proporzioni perfette, si orna di decori disposti razionalmente,
desunti dall’iconografica greco-romana. Sostegni e piedi
scolpiti a foglia d’acanto o a zampa di leone compaiono
almeno fin dagli inizi del settimo decennio del XV secolo,
se ne documenti il raffronto a Firenze negli stalli della
cappella del Palazzo Medici Riccardi, opera di Giuliano da
Sangallo, ove peraltro si nota la precoce introduzione di
parti a intaglio risolte a volute affrontate e annodate. Accanto
ai cassoni parallelepipedi ne compaiono altri a forma di sarcofago
classico, con superfici scandite da metriche ornamentali rigidamente
disciplinate entro lesene e cornici. Trionfa la novità
dell’ornato a intaglio scultoreo mutuato da vestigia
archeologiche, stilemi decodificati e rielaborati in diverse
armonie compositive disposte in alternanza di giochi di dentelli,
ovuli, volute, girali acantiformi, loricature, strigliature,
candelabre a grottesche. Rivive l’intero pantheon della
mitologia pagana, a istoriare in particolar modo cassoni,
che dalla preminente funzione di contenitore della dote nuziale
si connotano di valenze conformi all’arredo da parata.
La mobilia “sfoggiata” veniva in genere riccamente
impreziosita da doratura a foglia aurea. Nei primi decenni
del cinquecento tramonta definitivamente l’uso dell’intarsio
alla certosina, una tecnica di lungo corso che anche durante
la rinascenza conobbe grande rinomanza, basti pensare all’attività
della bottega dei Tasso a Firenze.
Se il seme del nuovo germogliò a Firenze, in breve
tempo maestranze itineranti toscane ne divulgarono l’esperienza
nelle Marche, in Umbria e verso la fine del Quattrocento anche
in area veneta, emiliana e lombarda è recepito l’universo
figurativo rinascimentale, non senza eccezioni: tanto in alta
Italia quanto nel meridione, radicate sopravvivenze gotiche
determinarono nella mobilia una lunga coabitazione di entrambi
gli stili. E’ certo nell’ambito delle corti ducali
di Firenze, Urbino, Mantova, Ferrara, Milano o Venezia (dove
si registra il più alto tenore di vita d’Europa)
che prima l’Umanesimo e poi il Rinascimento conoscono
momenti di gloria imperitura. Tra queste mura vengono contese
figure come Leonardo da Vinci, Benvenuto Cellini, Andrea del
Sarto, Rosso Fiorentino e intere schiere di artisti il cui
nome è scolpito a lettere d’oro nella storia
dell’arte.
Il clima pagano finì per travolgere anche gli stessi
ambienti religiosi: Raffaello popola le Stanze Vaticane con
affreschi che inneggiano ai miti del monte Parnaso, nelle
Logge esegue motivi a grottesche che evidenziano la conoscenza
della scoperta dei resti della Domus Aurea. Presto Michelangelo
è attivo nella Cappella Sistina e vi realizza forse
la più pagana tra le opere sacre: Il Giudizio Universale.
Michelangelo non fu solo pittore, scultore e architetto, ma
anche (in almeno un caso noto) disegnatore di mobili: sua
è l’ideazione dei banchi, dei leggii e degli
scranni della Biblioteca Laurenziana di Firenze, databili
intorno al 1550.
Le
nuove tipologie.
Per quanto riguarda le novità tecniche il Rinascimento
in buona parte conserva le acquisizioni che già furono
note nel quattrocento. Certamente, oltre a elaborare un complesso
organigramma ornamentale apporta talune modifiche sostanziali
anche alla struttura del mobile: la base a predella tende
a scomparire da credenze, cassoni e letti in luogo di sostegni
a piede ferino o a mensola, piani e cornici si uniformano
con perimetri stondati da eleganti modanature, lungo la cintura
di credenze e tavoli per la prima volta ora trova sede il
cassetto. I ripiani interni ai mobili sono fissati alle parti
montanti a mezzo chiodature, poi celate nelle parti a vista
da cornici passanti. Il concetto di metrica a forma tripartita
favorisce l’applicazione di tre ordini di lesene e conseguentemente
di tre ante, in luogo delle solite quattro o sei che caratterizzarono
la mobilia dei periodi precedenti. Nel cassone la fronte è
risolta a monoasse, in epoca gotica era generalmente a tre
segmenti incastrati entro catene montanti. Non si notano dissonanze
di spessore tra il XV e il XVI secolo, ma di certo l’amore
nella rinascenza per l’intaglio scultoreo rese il legno
di noce di gran lunga il più utilizzato da carpentieri
e mastri d’ascia. Intorno alla quarta decade si osserva
il primo diffondersi di lastronature in radica a ornare la
superficie a vista del mobile, dapprima profusa solo sulla
fronte dei cassoni, a partire dal 1560-80 (almeno per quanto
concerne la produzione ligure) compare su pannelli, coperchi
e fiancate.
Si è notato che nel mobile cinquecentesco in legno
massello si utilizza frequentemente olio cotto onde perseguire
effetti di finitura a colorazione brunita.
Nella tecnica d’intarsio alla certosina - il cui impiego
è attestato fino alla metà del secolo –
si osserva una maggiore attenzione nell’adozione delle
leggi della prospettiva a visione centrale (perspectiva artificialis)
con soluzioni che lasciano aperti sportelli e ante virtuali,
destando l’impressione del casuale e del temporaneo.
Vi si nota un elevato grado di astrazione, dove si rinuncia
ad una vasta gamma cromatica in favore di poche tinte sfumate,
con uso di legno naturale o colorato in un bagno di olio di
vetriolo o di acqua arsenicata. In genere, i fondi dei pannelli
(se in rovere) venivano immersi nei maceri di canapa, fino
a conseguire la caratteristica colorazione nero-ambrata che
emulava l’effetto dell’ebano.
Nella mobilia rinascimentale il decorativismo pittorico, a
eccezione della sola Venezia, è certo demandato a istanze
marginali, giacché è di gran lunga l’intaglio
scultoreo a cui si accorda la generale preferenza. Nondimeno,
numerosa mobilia intagliata di timbro aulico è sontuosamente
vestita da dorature a foglia o a oro liquido, talora impreziosite
da cromie in minio o rosso cinabro, quando non vivacizzate
dalle costose resine orientali, in particolare la sandracca
e morlacca o da lacche rosse iridescenti, come la pregiata
porpora di tiro. Analoghi decori laccati si ritrovano anche
su oggetti minuti, si pensi alle note scatolette monacali,
in legno e pastiglia, a forma stellata, ottagona o più
spesso cuoriformi, dove le suore celavano i loro ricordi più
cari.
La
pittura ad olio.
Sempre nel cinquecento si assiste a un più diffuso
utilizzo nella decorazione degli arredi della pittura a olio,
una tecnica già impiegata fin dal XII secolo (come
peraltro comprovano anche i trattati di Teofilo. a discapito
della tesi che vorrebbe l’invenzione assegnata al genio
di Van Eyck, ingenerata dall’errata testimonianza vasariana).
E’ pur tuttavia vero che i fiamminghi intorno alla metà
del quattrocento presero ad usare sistematicamente come legante
l’olio di lino commisto a resine dure. In Italia la
pittura a olio conobbe vasta diffusione grazie a Antonello
da Messina e a Leonardo e in breve si traguardò una
miglior rappresentazione della tridimensionalità, impensabili
se perseguiti con la tecnica a tempera, si pensi a titolo
di esempio all’uso della velature semitrasparenti con
impasti densi che permisero a Leonardo di perfezionare la
tecnica dello “sfumato”.
MANIERISMO
(Dal 1520-30c. al 1630c.)
L’origine del manierismo è da ricercarsi tra
Roma e Firenze. Le sue prime manifestazioni sono di ambito
pittorico: con Pontormo, Beccafumi, i raffaelleschi ed in
particolare con l’opera michelangiolesca. La tendenza
manierista, rapidamente diffusasi in Italia, giunse dapprima
alla corte di Francesco I a Fontainebleau in Francia, ove
operarono numerose maestranze italiane, per investire l’intera
Europa, con un “internazionalismo” e una rapidità
d’adesione che mai invece riuscì al rinascimento.
In questo periodo si verifica una compenetrazione tra arti
maggiori e arti decorative applicate che non trova eguali
nei secoli precedenti. Domina il motivo “a grottesche”,
si predilige il gusto per le forme inusuali e per i materiali
preziosi, accresce l’interesse per soggetti desunti
dal mito classico o da fonti letterarie, per le pose artificiose
o ambigue, con un generale orientamento che conclama un disinteresse
verso le forme della natura (come fu invece nel rinascimento)
ma deriva le direttrici dal testamento artistico dei grandi
artisti come Leonardo, Raffaello e Michelangelo.
Il
mausoleo dell’anima.
Una delle caratteristiche che più colpisce nel manierismo
è la vasta gamma di materiali pregiati che spesso coabitano
sul medesimo manufatto: lo sfarzo e l’ostentata opulenza
sono tali da non conoscere precedenti termini di paragone.
La naturale spiegazione è da ricercarsi nel generale
fenomeno di rifeudalizzazione che interessa l’aristocrazia
europea.
Se prima la figura umana era parte integrante di un insieme
ordinato, ora tende ad assumere funzione predominante. In
ogni tipologia d’arredo tale modificazione risulta evidente:
le gambe dei tavoli emergono a forte aggetto scultoreo in
forme antropomorfe, armadi, letti e cassoni presentano figure
di mascheroni con effetto a tutto tondo, arpie, cariatidi,
e altre immagini figurate acquistano proporzioni scultoree,
mentre una generale tendenza a ornare la mobilia di decori
affollati e soverchianti complica il rapporto tra forma e
ornato, che a stento regge la squillante scenografia.
Dunque ancora dentelli, ovuli, foglie d’acanto, cornucopie,
festoni, putti, rosette, medaglioni, erme, conchiglie, ma
disposti in gran numero e con sfoggio di pompa magna. Esempi
di autentico ipertrofismo decorativo sono attestati nel regesto
dallo scultore-intagliatore francese Hugues Sambin, mentre
il paradigma nostrano di maggior evidenza è costituito
dalla produzione ligure e toscana del secondo cinquecento,
il cui tratto saliente è ravvisabile nelle pilastrate,
interamente ricoperte da figurine di legionari e imperatori
romani, da bambocci o turcomanni, restituite ad altorilievo
o a tutto tondo.
Lo straordinario impulso che ebbe l’oreficeria nel XVI
secolo apportò negli arredi lignari notevoli modificazioni:
alla tecnica dell’intarsio pittorico (che ancora offre
capolavori del rango dello Scrigno-Gonzaga eseguito
intorno al 1550 da Leone Leoni) presto subentrò l’incrostazione,
con applicazioni di tarsie in acciaio, madreperla, avorio,
una moda che in Firenze si impose autorevolmente nelle sembianze
di mobilia preziosamente ornata da insuperabili commessi in
pietre dure, si pensi al celebre Tavolo Farnese oggi
al Metropolitan Museum di New York.
La
moda alla damascena e all’indiana.
Il Manierismo fu il naturale laboratorio di sperimentazione
delle linee mosse e sovraccariche che aprirono la via alla
stagione barocca, anche se il passaggio dall’uno all’altro
stile non fu né univoco, né repentino. Solo
intorno al terzo decennio del Seicento si può osservare
il definitivo tramonto della lezione cinquecentesca. In questa
fase il mobile dipinto è quanto mai negletto, giacché
la pittura parve troppo povera e fuori moda per rappresentare
il fasto aulico delle corti tardo rinascimentali a cui meglio
si addiceva il lapislazzuli vero in luogo del suo surrogato
pazientemente tritato e macinato. Tuttavia, a partire dal
1570-80 si diffonde una moda incline a rappresentare motivi
levantini, in particolare persiani, a forte astrazione geometrica
e floreale, che pone in auge l’ornato alla damaschina.
Celebre in tal senso è il tavolo pittointarsiato iscritto
“Alfonsus II Dux F. 1575” o l’arpa usata
da Laura Peperara nei concerti della “musica secreta”,
visibile a Modena alla Galleria Estense, commissionata dal
duca di Ferrara a Roma nel 1581. I decori spettano al pittore
Giulio Marescotti. La mobilia picta tra la fine del cinque
e gli inizi del seicento registra l’ingresso di una
nuova moda, in auge in particolare nel Granducato di Toscana
- di evidente ispirazione indiana - con rappresentazioni di
repertorio calligrafico naturalistico, fittamente popolate
da uccelletti e scenette a tema venatorio, riquadrate entro
ornati di schietta matrice rinascimentale, quali intrecci
a nodo gordiano o motivi a fuseruola. Tale decoro fu importato
dalla Compagnie delle Indie e conobbe vasta fioritura nella
maiolica, segnatamente in quella ligure.
La
“pittura di pietra” e la “pittura a smalto”.
Se il manifestarsi di opere in commesso spetta a Roma, è
in particolare nella corte granducale medicea che si assiste
alla consueta esecuzione di arredi ornati da intarsio lapideo
(l’opus sectile pliniano). Nei Medici tale inclinazione
risale ai tempi di Cosimo I e si tramanda ai figli, già
nel 1588 si traduce nell’istituzione dell’Opificio
delle Pietre Dure i cui esiti connotarono la “pittura
di pietra” fiorentina tra le insuperabili manifestazione
d’arte. Dall’iniziale introduzione di elementi
plastico geometrici ben presto, con Ferdinando I, si passò
all’adozione di elementi figurali, in breve istoriati
con allegorie scultoree in bronzo, oro e argento sovente verniciate
da smalti colorati in squillanti cromie, degne di celebrare
il fasto granducale. Orafi del calibro di Benvenuto Cellini
e Jaques Bylivelt concorsero a “smaltare” gli
arredi medicei, il cui trionfo ottenne consacrazione nella
Tribuna con lo Studiolo di Ferdinando.
In buona parte perduta, smembrata o dispersa, questa produzione
di “pittura smaltata” corona una lunga tradizione
artigianale che parte dagli smalti limosini alto medioevali,
fino agli smalti traslucidi dell’umanesimo toscano,
per trasfigurarsi - nella tarda rinascenza - con l’apoteosi
traguardata dalla saliera del Cellini.
Gli
stipetti veneziani placcati in marmi archeologici.
A Venezia, intorno al settimo e ottavo decennio del Cinquecento
si afferma una particolare produzione di stipetti e studioli,
ispirati a una comune istanza formativa. Invariabilmente a
formulazione palaziale, nei casi ancora integralmente originali
sono di norma riquadrati entro cornici ebanizzate, modanate
“a saltarello”, di gusto fiammingo. Ebbene, questa
tipologia evidenzia il comune inserimento nelle specchiature
dei numerosi cassettini di rare e pregevoli placcature di
variegati marmi d’antica cava, delimitati entro nicchie,
edicole o timpani scanditi da trabeazioni e colonnette, policromate
a lacche rosse cinabro e fittamente lumeggiate in oro, con
ornati in stile calligrafico arabescato a stilizzazione floreale.
Nelle fasce celano cassetti segreti, il coperchio, apparentemente
fisso, talvolta si apre svelando inattesi vani deputati a
cartonnier, laccati con rossi accesi, di gusto persiano.
Punto di partenza per lo studio di questi interessanti arredi
è lo splendido stipo conservato al Palazzo del Quirinale
a Roma, peraltro affine a quello delle Civiche Raccolte d’Arte
Applicata di Milano. Ancora si segnala l’esemplare in
Collezione Meli Lupi a Soragna e lo stipetto (mutilo del timpano
superiore, incastonato in epoca successiva entro la nicchia
di un trumeau) del Civico Museo di Feltre. Un’altra
decina di manufatti sono stati individuati in collezioni private
e sul mercato antiquario dallo scrivente.
Nell’insieme questa tipologia palesa uno stringente
rapporto di interdipendenza lessicale e costruttiva, tale
da indurre a meditare l’ipotesi di assegnare l’intera
produzione entro l’attività di un’unica
bottega veneziana, un atelier con maestranze altamente specializzate
capaci di tradurre le pulsioni dell’architettura tardo
rinascimentale aggiornandole con decorativismi di squisita
matrice levantina.
BAROCCO
(Dal 1630 agli inizi del Settecento)
Il termine, deriva dal fonema barrueco spagnolo o
barroco portoghese e letteralmente significa “perla
informe”. Già intorno alla metà del settecento
in Francia assumeva significato di irregolare, strampalato,
bizzarro, mentre in Italia la dizione era di memoria medioevale
e indicava una figura del sillogismo, un’astrazione
del pensiero. Ebbene, a partire dalla critica sette-ottocentesca
e fino a non molti decenni or sono, si volle identificare
questo periodo storico con il termine dispregiativo di barocco,
riconoscendovi in esso stravaganza e contrasto con le regole
di armonia e rigore espressivo teorizzati dal neoclassicismo
purista. Dimodoché “barocco” e “secentismo”
d’elezione vennero intesi come sinonimi a forte connotazione
negativa.
Scenografia
e infinito.
Oggi,
in tempi di revisionismo storico, si è ampiamente rivalutato
il Barocco, evidenziandone le peculiarità espressive
e le grandi personalità che ne favorirono la diffusione,
dal Bernini all’Algardi, a Pietro da Cortona, se in
riferimento all’ambiente romano. Vi si riconosce l’inizio
intorno al 1630, allorché la Chiesa, soffocata l’eresia,
sentì la necessità di riaffermare il potere
temporale con fasto adeguato. L’oratoria artistica si
rivelò idonea a rappresentare l’inimmaginabile:
scenografie complesse, sfondi incommensurabili, atmosfere
turbinose e ultraterrene, orizzonti privi di limite.
Decorazioni e architetture di questo periodo si uniformano
al senso illusionistico dell’infinito: in contesto storico
l’artista poté esprimersi con libertà
e fantasia immaginifica, ed è pur vero che se in taluni
casi si degenerò in retorica astrusa se non astratta,
in altri l’arte sublimò se stessa. In breve,
il Barocco dalla Città Eterna dilagò in Europa,
celebrando ecclesia e principati, permeando tutte le sfere
dello scibile artistico, ben radicandosi anche nell’immaginario
del popolo minuto.
Per quanto concerne il mobile, libertà ideazionale,
necessità di sfarzo e virtuosismo originarono una sinergia
destinata a produrre capi d’opera insuperati. I materiali
dispiegati furono degni di competere con i più strabilianti
racconti di Marco Polo: lapislazzuli, malachite, ambra, avorio,
tartaruga, oro, argento, acciai, pregiate e esotiche essenze
lignee o rare vernici “vestirono” gli arredi che
per forma e fantasia diedero vita virtualmente alle mille
e una notte di molti potenti nostrani.
Tipiche del periodo furono parti portanti o accessorie risolte
con motivi a colonna tortile, chiaramente ispirate al baldacchino
berniniano di San Pietro (più volte ripetute anche
in trompe-l’oeil affrescati a olio o a tempera
negli ambienti deputati a esigenze di rappresentanza) e gran
numero di elementi con ricco intaglio ad altorilievo o a tutto
tondo, ammantati entro un vortice di volute, cartocci e girali,
profili curvi e spezzati, cimase agitate da timpani di articolata
sagomatura, grembiuline adorne d’ornati, mensoloni,
contrafforti e quant’altro d’uopo a movimentare
forme e strutture. Il Barocco segna il trionfo del mobile
dipinto, le cui forme - rese massicce da plateali esigenze
di apparato – ben si prestano ad addolcirsi stemperandosi
in pur immodesti giochi di colore. Impera l’illusionismo:
lacche e tempere affollano mobili e apparati d’arredo
per sovente imitare con la marezzatura o paste colorate effetti
di striature marmoree o giochi di venature di radiche pregiate.
Nelle periferie artistiche s’inventa la pittura a scagliola,
dispiegate in monocromie bianchi su fondi neri, il cui primato
spetta a Carpi, che emula con meno dispendio le strabilianti
produzioni in commesso a pietra dura che in questi anni rendono
celebre l’Opificio delle Pietre Dure fiorentino.
Se il mobile profano conosce la sua epoca aurea, la produzione
ecclesiastica controriformata non è da meno: cori,
cattedre, canoniche, pulpiti, bussole e casse armoniche, finanche
inginocchiatoi e confessionali di recente introduzione conoscono
una ricchezza senza pari, riscoprendo un’insistita attrazione
per il decoro aureo.
Questa fase artistica conobbe lunga durata. Lo stile Luigi
XIV, benché autonomo, può a pieno titolo essere
considerato come la germinazione più autorevole dello
spirito che animò il Barocco.
Stile Luigi XIV
(Dalla metà del XVII secolo al 1715)
Con l’avvento al trono di Francia del Re Sole, si accentua
la visione classicistica dell’arte, in evidente contrasto
con le tendenze più appariscenti del barocco romano
imperante in Italia. Per meglio comprendere il mutare del
gusto alla corte di Francia, che fino a pochi decenni prima
importava dall’Italia tendenze e artisti, basti pensare
al clamoroso fiasco che il massimo genio del barocco italiano
ebbe poi a patire quando, nel 1665, fu ricevuto con grandi
onori al cospetto di Luigi XIV. Ebbene, Gian Lorenzo Bernini
non riuscì a imporre il suo sfarzoso progetto per l’erigenda
nuova facciata del Louvre, si preferì optare per una
soluzione più tradizionale, perorata nel progetto di
Claude Perrault.
Tuttavia, in questo periodo, anche per quanto attiene la mobilia,
con giusta ragione si può parlare in generale di “classicismo
barocco”, in ragione del fatto evidente che le direttrici
guida di questo stile sono precettate entro una miscela di
rigore formale commisto a esigenza di fasto, che nel caso
particolare degli arredi destinati alla corte inneggia alla
mistica monarchica. Il carattere curiosamente omogeneo che
esprime la produzione di questo periodo, è probabilmente
imputabile al fatto che un’identica necessità
iconografica fu avvertita nel contempo dai personaggi di maggior
peso politico allora in Francia: dal cardinale Mazzarino al
ministro Colbert. A questo si aggiunga infine la contemporaneità
della gran mole di committenze legate a un programma edilizio
di portata straordinaria, dal castello di Vaux-le-Vicomte
al complesso di Versailles.
Mobili e arredi presentano una calibrata mescolanza di barocco
e di classicismo, di gusto italiano e francese, non senza
influenze mutuate dalla Fiandra. Frequenti erano gli intagli,
le dorature, gli intarsi in legno pregiato, le applicazioni
in metallo e tartaruga, in ossequio a un repertorio ornamentale
che anche nella mobilia picta nostrana comprendeva in particolare
racemi vegetali, ghirlande, volute, conchiglie, mascheroni,
grottesche, foglie d’acanto.
Le
nuove tipologie d’arredo.
Tra i mobili da parata, un posto di riguardo spetta allo stipo
o studiolo (spesso placcato in ebano, incrostato con avorio,
metalli e pietre dure o listrato con vetri dipinti anche da
pittori del calibro di Luca Giordano). Una novità recepita
anche in Italia è la cosiddetta scrivania mazzarina,
a otto gambe generalmente a balaustro raccordate da crociera
sagomata. Tra la produzione a intaglio si cita in particolare
il gueridon e la console (o tavolo da parete);
tra i sedili ritrova auge la versione a sella curiale, di
antichissima origine nelle caratteristiche gambe dai sostegni
a X. Nelle nuove tipologie d’arredo la decorazione pittorica
a tempera conobbe vasta applicazione.
Oltralpe l’italiano francesizzato Domenico Cucci meritò
grande nomea. Operoso anche nella Manifattura Reale dei Gobelins,
realizzò magnifici cabinets in ebano, ornati
di pietre dure (si pensi alla coppia conservata nel castello
di Alnwick). André-Charles Boulle fu autorità
indiscussa: introdusse la moda di incrostare la mobilia con
impiallacciature e tarsie di metallo o tartaruga, poi impreziosita
da bronzi in fusione a cera persa, rifiniti a cesello e dorati
al mercurio (celebre la coppia di commodes a Versailles e
la scrivania per l’elettore di Baviera, oggi al Louvre).
Questa produzione, pur se in senso lato, è da annoverarsi
entro la mobilia picta, poiché influenzò potentemente
anche maestranze italiane capaci di esprimere analoghe formulazioni,
pur con tecniche e esiti diversi.
In Italia, la mobilia realizzata sotto gli influssi delle
mode diffuse nella Francia del Re Sole, trovò larga
eco, sebbene il retaggio dello stile barocco romano mai fu
completamente sedato.
La seconda metà del seicento fu per certi versi l’epoca
aurea dell’aristocrazia italiana e segnò l’ascesa
della ricca borghesia mercantile che aspirava al patriziato:
a tal fine si dilapidarono autentiche fortune per conferire
alle proprietà immobili quel grado di solennità
consono (e necessario) per onorare tale privilegio di sangue
(si pensi ai banchieri Rezzonico a Venezia o ai molti casi
consimili nella Repubblica Ligure o ancora ai Buonaccorsi
di Macerata). La folta schiera di palazzi edificati in Italia
durante il potentato di Luigi XIV certifica con evidenza il
gran numero di arredi che furono commissionati per renderne
gli interni fruibili e…. scenografici, optando sovente
proprio sul decoro pittorico che perfettamente si prestava
a emulare l’illusione di un fasto magniloquente pur
nell’ottica di un moderato esborso.
E’ importante notare che mai prima d’ora furono
realizzati interi arredi in suite destinati a uniformare
la mobilia di una sala di rappresentanza: dalle immancabili
consoles - autentiche protagoniste dell’arredo
assolutista - a imponenti specchiere preposte a dilatare spazi
di per se già notevoli, potenziate dall’ausilio
di specchierine in miniatura (le caratteristiche ventoline),
destinate alla piccola luminaria quotidiana o ad accrescere
la luce diffusa dei grandi lampadari accesi nei giorni di
festa. In ambito romano divenne di moda dipingere anche gli
specchi con allegorie floreali, come nei noti esempi eseguiti
da Mario dei Fiori per la casata dei Rospigliosi. Ancora sedie,
divani e poltrone di rappresentanza (in gran numero) dalla
robusta “pattona” all’elegante “carabiniera”.
Alle pareti era sempre disposta la miglior quadreria di cui
la famiglia potesse dar sfoggio, naturalmente i dipinti erano
di preferenza esibiti entro cornici a cartocci dorate o laccate,
talvolta allietate da motivi floreali dipinti a olio. Mancavano
nelle grandi sale tavole o altra mobilia che fosse d’eventuale
intralcio alla danza o alla conversazione. Tuttavia il tavolo
è ormai presente nel nuovo arredo palaziale sei-settecentesco,
che a differenza dei secoli precedenti ha trovato nella sala
da pranzo definitiva collocazione, allocato in genere vicino
a una coppia di credenza.
Nei primi decenni del Settecento comò, bureau
e trumeau presero a ornare camere da letto e sale
intermedie, mentre i canterani - in gran numero già
nel Seicento - avevano finito per sostituire un mobile il
cui lungo stato di servizio era ormai prossimo all’accantonamento:
il cassone. Al suo posto, lungo le sale o i saloni e disposte
negli interminabili corridoi dell’abitazione signorile
fan bella mostra di sé cassapanche o credenze scantonate,
il più delle volte laccate o marezzate e sovente blasonate.
Pur nella minor ricchezza tipologica che caratterizza la coeva
produzione francese, anche in Italia si assiste al proliferare
di nuova mobilia, dal comò mosso a balestra, a scrivanie
di varia foggia (dalla Mazzarina alla San Filippo), si è
inoltre diffusa la libreria, di cui si conservano magnifici
esemplari decorati a lacca; il nuovo arredo condivide gli
spazi con la credenza a doppio corpo, destinata a custodire
sotto chiave i documenti meno accessibili agli indiscreti.
La mobilia mostra i segni dei tempi nuovi: sedie, tavole e
consoles hanno piani o sedute lievemente sagomati,
le gambe sono del tipo “a balaustro” raccordate
da crociere movimentate a osso di montone. Dalle cimase di
specchiere, ventoline e divani svettano corposi intaglio nastriformi
o a stilizzazione floreale, rigidamente risolti a stesura
simmetrica. Talvolta sembrano conchiglie, o luminosi raggi
solari o lambrecchini, analoghi ornati si ritrovano nelle
grembiuline di sedili e finanche di bureau o di letti
di particolare pregio. Durante lo stile Luigi XIV conosce
larga diffusione la poltrona, intesa come un sedile più
largo, comodo e elastico, provvista di schienali e braccioli,
che viene sostituendo l’austero e scomodo seggiolone
delle epoche precedenti.
Il motivo della mossa a linea spezzata domina incontrastato,
su arredi destinati a qualsivoglia funzione e se il mobile
è di pregio, si può star certi che è
in massello di noce di selezionata qualità o è
lastronato a vista con radiche pregiate, ben disposte a specula,
in taluni casi intarsiate a foggia floreale o incrostate in
avorio.
La mobilia di questo periodo, se di rappresentanza, è
vistosamente “placcata” con oro in foglia o laccata
(se di struttura in legno povero). Verso la fine del Seicento
le forme accentuano movimentazioni curvilinee “a balestra”
e tendono a scantonarsi lungo i lati delle pilastrate, sebbene
permane il rilevante ingombro volumetrico, peraltro consono
ai grandi spazi abitativi, con alti soffitti a cui devono
necessariamente uniformarsi.
Dal primo quarto del Settecento in avanti, si nota il manifestarsi
di forme più raccolte, sempre più spesso in
luogo della tradizionale doratura si utilizza la foglia d’argento
meccata. Il piede, può assumere la caratteristica foggia
“a prosciutto” o perpetua genericamente la forma
“a balaustro” o a mensola sagomata.
Nel Seicento taluni arredi ancora replicano formulazioni cinquecentesche,
sebbene si registri la scomparsa del piede leonino in favore
di forme a mensola o a plinto. Paraste e lesene si liberano
da intagli per ospitare specchiature lisce riquadrate entro
cornici, fianchi e fronte si aggiornano con l’inserimento
di formelle bugnate. L’uso di finiture a olio cotto
nella seconda metà del XVII secolo è frequente.
Tra le poche concessioni che la mobilia di questa tipologia
concede alle lusinghe del barocco, si riscontra l’applicazione
di bulle o borchie in ottone, particolarmente diffuse in area
emiliana e romagnola. Tipici nuovi arredi del periodo sono
la madia e l’arcile. Certo la nota di maggior caratterizzazione
è la frequente presenza di elementi quali montanti,
gambe o traverse, a rocchetto tornito, sempre differenziato
in ragione della stesura regionale.
Mobilia
picta.
Tra
gli ornamenti a effetto pittorico la scagliola trova in Carpi
il centro di maggior diffusione, ben supplendo a specifiche
istanze ornamentali ecclesiastiche, ma radicandosi anche nell’arredo
profano, in particolare con piani di tavoli e consoles,
decorati in monocromo bianco su sfondo nero. Ne infrequente
in Italia è il ricorso alla pittura ad olio, che in
mobilia di alta committenza si traduce in vivide nature morte
rappresentate su pannelli e fiancate.
La mobilia laccata, benché diffusa in ogni ambito regionale,
è in particolare tra sei e settecento a Roma e nelle
legazioni pontificie di Emilia e Marche che conosce notevole
fioritura. L’assunto non deve stupire, se nel primo
caso gli arredi laccati sono complementari alle esigenze del
fasto pontificio e dell’aristocrazia romana, nelle periferie
specifiche contingenze economiche costringono buona parte
della committenza a frenare spese superflue, originando un
singolare fenomeno di insistito barocchetto anche in piena
temperie artistica rocaille. Si darà dunque conto a
seguire solo della produzione connessa all’Urbe e alle
succitate legazioni, riservando al Rococò e al Barocchetto
una più esaustiva esplicazione delle differenziazioni
regionali.
Nella Roma del Bernini e del Borromini (autori fra l’altro
anche di complementi d’arredo) il Barocco conobbe rappresentazione
multiforme, così che stucchi, pittura e pietre dure,
smalti o agopittura convissero l’un l’altro in
rutilanti esercizi di immaginifica invenzione. Questo intreccio
scenografico si perpetuò nel settecento lasciando sulla
mobilia dipinta e laccata vistosi retaggi seicenteschi, con
decori a conchiglia, pendoni, volute, racemi, mascheroni,
teste muliebri, di inusuale dimensione e vivacità cromatica.
Nell’Urbe gli influssi orientalizzanti furono precoci
e derivarono primariamente dall’importazione di manufatti
connessi all’attività dell’ordine dei Gesuiti
e solo in un secondo tempo da mode riconducibili alla Compagnie
delle Indie. Di preferenza i piani marmorei dei tavoli d’apparato
(l’arredo principe romano) continuarono ad essere impreziositi
con inserti in marmo autentico, con placcature a lastre di
gran pregio se estrapolate da vestigia di epoca imperiale.
Vi è gran numero di arredi mirabilmente intagliati
e interamente dorati a foglia d’oro.
Il mobile laccato romano si segnala per una stesura particolarmente
grassa, di non particolare qualità se raffrontata alle
produzioni venete, liguri o piemontesi.
In
Emilia Romagna gli arredi laccati sono in legno dolce (di
preferenza in pioppo o abete) dipinti a tempera grassa. Mostrano
sfondi ravvivati da tinte monocrome, verde-chiaro, giallo-ocra,
celestino e ocra, aranciate o azzurre. Gli ornamenti sono
in genere mutuati da stilizzazioni a intrecci di racemi e
girali acantiformi, con nastri ottagoni da cui dipartono pendoni
floreali, motivi a lambrecchini o a tagliatella. I decori,
pienamente in adesione al lessico Luigi XIV di norma non disdegnano
retaggi barocchi, quali mascheroni o figure antropomorfe.
La matrice formativa della mobilia laccata emiliana parrebbe
individuabile in una riuscita commistione di direttrici venete
e marchigiane, che ben si innestano sulla tradizionale partitura
architettonica che in Emilia è di solida e ben strutturata
dimensione, dimodoché il pittoricismo barocco risulta
quanto mai idoneo a decorarne moduli e partiture. In particolare
a Bologna è frequente l’inserimento di protomi
muliebri, un “motivo firma” che fin dal cinquecento
orna gli arredi felsinei. Negli esemplari di maggior rilievo
i riquadri sono vivacizzati da figure allegoriche e trionfi
floreali, con fregi lumeggiati in oro. Nel modenese si preferiscono
fondi a tempera bianca, allietati da peculiari mazzetti di
rose. In generale la laccatura di preferenza orna armadi,
panche, dispense, tavoli da parete e piani, sovente risolti
in emulazione a effetti marmorei.
In
Romagna la mobilia laccata è nobilitata da studiate
campiture disposte in alternanza di colori dominati da tinte
gialli e verdi o ocra rosso e marrone. Si nota inoltre una
generale adesione a tinte scuro brunastre solo perimetrate
da inserti bianchi. Numerosa mobilia è laccata a marezzatura
e in particolare questa regione si distingue per il ricorso
all’uso di bruniture, che su manufatti in pioppo, olmo
o abete stempera la frequente presenza di pannelli bugnati.
La brunitura consisteva nella verniciatura delle parti lignee
con patine oleose a base di bitume, profusa in gran quantità,
tanto da costituire strati fortemente ispessiti. Anche in
Romagna, come in Emilia, si riscontra l’insistita presenza
di panche o cassapanche laccate a scenografia barocca, una
moda che conosce il suo imprimatur nelle Marche.
Le
Marche hanno mobilia e complementi d’arredo (in particolare
porte, camini e mantovane) ornati da gran varietà di
fondi e decori, la cui codificazione stilemica discende da
prototipi romani. Colori verdi, azzurri e gialli ocra affollano
fondali poi decorati a valenza floreale, profilati entro cornici
scandite da dorature a foglia d’argento, quando non
meccate. Qui l’interpretazione del magniloquente linguaggio
figurativo barocco assume un tratto regionale che si impronta
al contenimento dei moduli ornamentali e esprime una produzione
dominata da linee geometriche, che si traducono nel frequente
utilizzo del motivo a losanga. Pur essendo in ambito provinciale,
ragione per cui nelle Marche la mobilia palesa una sintassi
architettonica non esente da disarmonie che anche nel decoro
esita marcati scadimenti, in generale gli arredi picti risultano
di autonoma e riuscitissima invenzione, soprattutto in manufatti
vicini geograficamente all’area partenopea. Tra i capolavori
di questo periodo è da segnalarsi il pulpito-confessionale
della chiesa di Sant’Agostino a Fabriano, posto in opera
nel 1703 da maestro Giovanni Antonio, che nel consueto lessico
tardo barocco indulge in intagli dorati su fondi dipinti color
avorio.
ROCOCO’
(Dagli Anni Venti agli Anni Sessanta del Settecento)
Il termine, coniato dai denigratori del movimento artistico,
origina dalla dizione rocaille, decorazione ispirata al motivo
della conchiglia, già in uso nel cinque-seicento per
arricchimenti esterni quali grotte e giardini. Per meglio
precisare il differente spirito che anima il Rococò
rispetto al Barocco, si pensi che nel primo caso si aspira
al bellum, nel senso di ricerca di eleganza disinvolta
e raffinata, mentre nel secondo è insito il concetto
di pulchrum che indirizza verso l’aulico, il
fastoso, l’imponente.
Con l’avvento del rococò si persegue la stilizzazione
formale, si prediligono soluzioni curvilinee in forma di C
o di S, le linee spezzate vengono abbandonate in favore di
linee diritte o modulate, si assiste al trionfo di ornati
a intreccio e a conchiglia, con un palese orientamento generale
verso l’adozione di forme asimmetriche. Il consenso
internazionale che presto arride al nuovo movimento trova
anche merito nella notevole diffusione di serie di incisioni
ornamentali, in particolare al Livre d’ornements
di Meissonier edito nel 1734, o a opere di Oppenordt
e Cuvilliés, divulgate presso ogni artigiano europeo,
tanto da rendere ardua l’individuazione dell’eventuale
provenienza.
Quest’epoca segna il culmine della collaborazione tra
artisti, artigiani e architetti. Non v’è dubbio
che il materiale più congeniale sia la preziosa e purissima
porcellana, la cui formula nel 1709 a Meissen in Sassonia
è scoperta dal chimico Bottger. Anche nella mobilia
trova ideale campo d’applicazione: consoles, bureau,
trumeau, mensole, specchi e boiseries sono in
questi anni adorni di ornati in porcellana, quando non interamente
eseguiti in questo materiale, come nei celebri casi di Capodimonte
o di Doccia.
Si assiste a una generale rivoluzione nel gusto di concepire
uso e fruizione della casa: non più solenni saloni
di rappresentanza, bensì piccoli ambienti con disimpegni
e spesso passaggi segreti, stanze private come i boudoirs
per i quali vengono approntate nuove tipologie d’arredo
come i poudreuses o commodes o chaises-longues.
Specchi, ventoline, appliques conoscono massiccia
diffusione.
Il mobiliere in epoca rococò continua ad essere altamente
specializzato: il menusiere e lo stipettaio si occupano del
legno e di piccole opere d’intaglio, l’intagliatore
elabora i lavori di maggior impegno; pittura e doratura competono
ai decoratori, il tappezziere esegue imbottiture e ricoperture
che di norma sono aggiornate con il variare delle stagioni.
All’ebanista spetta la lastronature, l’impiallacciatura
e l’intarsio con legni pregiati e spesso esotici, come
il palissandro, l’amaranto, il bois de rose
e il bois de violette.
In senso lato, il Rococò segna il trionfo della mobilia
pittointarsiata.
Gli stili caratterizzanti questo periodo furono il Luigi XV
e il Barocchetto.
STILE LUIGI XV
(Dagli Anni Venti agli Anni Sessanta del Settecento)
I termini di riferimento cronologici di questa fase stilistica
coincidono solo approssimativamente con gli anni del regno
del sovrano francese (dal 1722 al 1774). Si è infatti
visto come già in periodo di reggenza dell’Orleans
affiorino precognizioni e ampi sviluppi in senso rococò,
e peraltro fin dal quinto decennio il mutare del gusto in
senso neoclassico diviene moda conclamata già intorno
al 1760.
Ebbene,
in Francia, fin dai primi decenni del Settecento si verificarono
grandi cambiamenti che influirono non solo nel campo delle
arti figurative e decorative. L’etichetta di rigida
solennità che fin allora aveva permeato la vita pubblica
segna il passo verso una più vitale e in parte spensierata
concezione della vita, favorendo l’introduzione di un
gusto più leggero e fantasioso. In questi anni letteralmente
esplode la mania per il collezionismo degli oggetti d’arte
e per le curiosità, ingenerando la ricerca per tutto
ciò che è prezioso, estroso, personale, futile
o esotico: le astrazioni ornamentali dell’arte dell’estremo
oriente si intrecciarono indissolubilmente con il nuovo verbo
rocaille.
Meccanismi che - se azionati in una classe sociale già
erudita e incline al bello - determinarono un irrefrenabile
desiderio di raffinatezza. Luigi XV e la sua favorita Madame
de Pompadour diedero per primi l’esempio. Il re mai
troppo amò dedicarsi a fondo alla res pubblica ed è
anzi noto il suo interesse per l’esecuzione di oggetti
di lusso quali avori torniti o cimenti nel campo dell’orologeria,
la Pompadour fu il vero ago della bilancia in fatto di gusto
e di moda: divenne autentica protettrice delle arti e mecenate
di talenti come Boucher e Falconet. L’aristocrazia di
corte non tardò a emularne lo stile di vita. Le ricche
residenze di città o di campagna furono preferite a
Versailles e si ricercarono interni più piccoli e accoglienti,
resi eleganti da raffinate boiseries a la façon
de la Chine, con un moltiplicarsi di generi di mobili
e di oggetti - sempre più spesso di dimensioni contenute
- che corrispondevano alle accresciute esigenze di una vita
quanto mai comoda.
Nuove
tipologie d’arredo.
E’ questa l’epoca dove l’arredo si perfeziona
e si differenzia sulla base delle rispettive funzioni: le
scrivanie “a giorno” sviluppano comodi cassetti
ben disposti sotto il piano, differenziandosi in varianti
dette “a dorso d’asino”, “a doppio
dorso” o a “a cilindro” (se con saracinesca
arcuata che si ripiega all’interno del piano). Si moltiplicano
i tipi di tavolini per gli usi più svariati, a scrittoio
o a toilette, informati a mode francesi, come il
bonheur de jour a due corpi per le signore o la tipologia
en chiffonnière con piano in porcellana
e ancora una moltitudine di tavolini da lavoro o da gioco.
Tra le sedie si definisce la versione munita di schienale
piatto e destinata ad arredare i muri delle stanze con sola
funzione ornamentale, diversificate con nuovi modelli provvisti
di schienale ricurvo e da disporsi al centro della stanza.
Per quanto concerne le poltrone non mancano novità:
è di gran moda la bergère, la marquise
e la duchesse o la versione detta a tete-à-tete
(per due persone), la chauffeuse per meglio assaporare
il tepore che emana il camino acceso. Fra i giocatori è
in auge la voyeuse provvista di spalliera superiore
imbottita per permettere a un eventuale spettatore di appoggiarsi
o sedervi a cavalcioni, vi sono poi poltrone da toilette e
una miriade di divani e canapè. I letti non manifestano
grandi novità se rapportati al tempo del Re Sole, vengono
tuttavia quasi interamente ricoperti di stoffa, montano baldacchino
o “imperiale” e si tende a collocarli entro un’alcova
resa accogliente da vivaci tappezzerie.
Altre tipologie sono i bas d’armoire, a metà
tra le credenze e l’armadio, un gran numero di angoliere
e molte varianti di consoles. Tra i complementi d’arredo
figurano paraventi e parafuoco, in genere ornati da tappezzerie
ricamate ad aopittura.
Il mobile principe dello stile Luigi XV è la commode,
di norma a fronte e fianchi bombati, poggianti su sinuose
gambe a capriolo. Presenta volumetria contenuta se raffronta
alla mobilia della generazione precedente, ma in epoca rococò
raggiunge una dignità e un’armonia formale insuperabile
anche nella produzione foggiata. Se destinata a committenza
agiata si assiste a un vero e proprio sfoggio di raffinatezze,
da intarsi o lacche a rocailles stilizzate su fondi
impiallacciati con essenze di radiche pregiate, spesso esotiche,
disposte a effetto speculare o a marchetteria, con studiato
effetto geometrico, né mancano guarnizioni metalliche
dorate a vestire le pilastrate o incamiciare i piedi. Medesima
fortuna incontra il bureau mentre il trumeau
(sebbene ancora in auge) inizia il suo irreversibile declino.
L’Italia
rocaille.
In Italia, dove il passaggio al rocaille è
graduale, l’arredo si impronta all’uso di materiali
di minor pregio pur perseguendo una notevole finezza ornamentale.
Alla corte sabauda il nuovo stile lascia autentici capolavori,
dispiegati tra il Palazzo Reale e la Palazzina di caccia di
Stupinigi, dove il virtuoso Pietro Piffetti opera mirabili
tarsioincrostazioni su mobilia di squisita ideazione formale,
né manca il decoro bronzeo dorato - che se “firmato”
dalla dinastia dei Caffieri – esita traguardi strepitosi.
Venezia in questi anni, per quanto attiene il mobile, diviene
un centro di prestigio a diffusione europea. Qui si eseguono
esemplari sagomati e bombati con proporzioni nuove e dagli
esiti irripetibili, si preferisce al decoro bronzeo l’intaglio,
che per armonia e compostezza formale risulta impareggiabile.
In particolare, la Serenissima Repubblica conosce rinomanza
per mobilia dipinta e laccata, con una vasta produzione di
vassoi, cofanetti, candelieri, servizi da toilette o ventoline
dipinte in lacca povera, grande attenzione si presta alle
tendenze orientalistiche. Domina nella nostra penisola il
gusto per la lucentezza, gli arredi vengono rifiniti a gomma
lacca, parquets e tappezzerie mostrano tinte chiare,
in gran profusione di oro e argento a sottolineare ornamenti
e partiture.
La predilezione per la finitura a lacca trae linfa vitale
dal generale favore che si accorda alla luminosità.
Si spiega così anche la straordinaria stagione che
quest’epoca riserva alle vetrerie veneziane: nell’arredo
diviene indispensabile l’utilizzo di luminarie, lampadari,
specchi e specchiere che in alcuni casi si “vestono”
di elementi policromi, detti “chiocche”.
La
marezzatura e la marmorizzazione.
La marezzatura trova grande diffusione nel XVIII secolo, sebbene
fin dal cinquecento sia una tecnica pittorica ampiamente attestata.
E’ una procedura tesa a imitare effetti di venature
lignee o marmoree, con risultati intriganti e talvolta convincenti,
a costi contenuti. Su scafi in legno dolce si distende uno
strato di vernice di base per poi con il pennello pazientemente
imitare la venatura lignea o la varietà marmorea che
si intende emulare, lo strato finale di sandracca o altre
emulsioni contribuirà a dar l’illusione che gli
arredi così posti in opera siano effettivamente in
noce massello o ciliegio intarsiato, mentre l’uso di
cere a caldo simulerà alabastri, diaspri o rari marmi
damasceni.
Questa tecnica definibile “lastronatura povera”
trionfa in ragione della straordinaria fortuna che la più
blasonata mobilia placcata in radica (o intarsiata) incontra
tra gli inizi e la fine del settecento.
In epoca Luigi XV nell’intera penisola italica questa
pratica divenne consuetudine tanto da contraddistinguere intere
gerarchie di arredi, come l’armadio emiliano o il comò
siciliano e gran varietà di mobilia marchigiana.
La
lacca povera.
L’introduzione della cosiddetta lacca povera
o contraffatta spetta a Venezia. In laguna il depintore,
sollecitato dalla grande richiesta di mobilia laccata, sull’onda
del rinnovato entusiasmo che la committenza accorda alle cineserie,
si ingegna di emulare gli effetti della lacca orientale con
manufatti di veloce esecuzione e costo contenuto. La scorciatoia
è in breve così traguardata: applicando delle
stampine incise su carta sottile, previamente colorate, basterà
ritagliarle e incollarle alla superficie lignea per poi uniformarne
lo spessore mediante aspersione con vari strati di sandracca,
conseguendo un prodotto finito di rilucente nitidezza cromatica,
tanto da simulare l’ambita lacca orientale.
Il successo fu di tale portata, che anche casati veneziani
di censo ragguardevole (Rezzonico, Correr, ecc.) ornarono
le loro dimore con arredi in “lacca povera”. La
stamperia Remondini di Bassano del Grappa si specializzò
nella produzione di una serie interminabile di incisioni a
soggetto galante, popolare, allegorico, tanto quasi da monopolizzare
il mercato italiano, europeo e giungere fino nelle americhe.
Anche nelle Marche e in Germania valenti stamperie seppero
guadagnarsi buone fette di mercato.
La lacca povera ornò ogni sorta di tipologia d’arredo,
dal prestigioso trumeau alle scatolette da toiletta
per signora, ai porta parrucca, ai ferma porta o minuterie
come tabacchiere, guantiere e astucci per messaggi d’amore.
Abili pittori talvolta dipinsero le figurette del Remondini
con abili e guizzanti colpi di pennello, alla maniera dello
Zais o dello Zuccarelli, tanto che il mobile a stesura ultimata
poté veramente dirsi qualitativamente raffinato.
Mobilia
italiana picta e laccata.
Se il primato indiscusso spetta a Venezia, nondimeno in Italia
numerosi centri ebbero manifatture in grado di produrre mobilia
laccata di alto tenore estetico-qualitativo. In particolare
Torino, Genova, Milano, Parma, Ferrara, Roma e Lucca, in generale
nelle Marche e in Sicilia.
In
Piemonte, terra tradizionalmente incline a orientarsi verso
mode francesi, la lacca fu in auge compenetrando trasversalmente
ogni classe sociale, manifestando una produzione che si sviluppa
con tratti fortemente distintivi e eleganti, con esiti di
raffinata delicatezza tonale, fittamente ornati da composizioni
dipinte a tempera su fondi a tinte chiare, panna, crema, giallini
e celesti con soffuse campiture floreali, arabeschi rocaille
o cineserie (di peculiare formulazione) non di rado impreziosite
da raffinate riquadrature in pastiglia o legno dorato. L’affermazione
di pulsioni orientali trae sostentamento dal “Gabinetto”
ideato dallo Juvarra nel Palazzo Reale di Torino dove si ammirano
lacche orientali autentiche, rosse e nere. In Piemonte la
lacca è magra e viene rifinita con una o due sole stesure
di vernice, si segnala il frequente ricorso di ombreggiature
chiaroscurali a morlacca, come testimoniano taluni arredi
eseguiti da Francesco Maria Servozelli nel 1757 per la Palazzina
di Caccia di Stupinigi. Tratto precipuo della mobilia di area
sabauda legata a committenza di rango sociale elevato è
la convivenza tra fondi laccati e ornati associati a minuti
e impeccabili intagli, di norma dorati. Fin dal 1731 è
ebanista di corte Pietro Piffetti: si distingue per l’esecuzione
di mobilia pittointarsiata a incrostazione (in avorio e madreperla)
traguardando risultati di tale portata, da meritare nomea
imperitura.
In
Liguria l’arredo laccato assume valenze e decori caratteristici
e ben distinguibili, conoscendo diffusione nelle ville di
campagna e in particolare nelle camere da letto, come si evince
dagli inventari dell’epoca. La lacca genovese è
connatura da uno standard tecnico esecutivo altamente qualificato
e si differenzia per la preparazione particolarmente leggera
a base di gesso e colla di pesce intrisa a mestica, detta
colla di guanto, e per l’effetto opaco che sortiva la
verniciatura di finitura distesa in pochissimi strati, in
alternativa alla sandracca. Le cromie più diffuse sono
a tinte chiare e soffuse, con fondi avorio, verde tenue, azzurro
e colori pastello, mentre il repertorio figurativo indulge
su ghirlande, cespi floreali a corolle rosse e arancio, uccelli,
insetti o figurine à la chinoiserie sovente
estrapolato dalla maiolica savonese coeva, è peraltro
noto che il rinomato ceramista-pittore Giacomo Boselli avesse
in prima persona dipinto comò. I viaggiatori settecenteschi
rendono testimonianza di come le scatolette laccate eseguite
nei pressi della Chiesa della Maddalena fossero non meno celebrate
della Vernis Martin parigina. Gli arredi laccati
liguri più propriamente sono definibili come dipinti,
poiché nel tempo la vernicetta di finitura tende a
dissolversi e la stesura picta è profusa di norma con
maestria in tocchi guizzanti e veloci.
La
Lombardia non sviluppò particolare indulgenza verso
la mobilia laccata. Risulta tuttavia attestata con significativa
produzione nell’interland milanese, dove si segnala
per cromie di preferenza verde-oro o comunque evidenzia tavolozza
intesa a rappresentare colori accesi, profilati in giochi
di specchiature delimitate entro i consueti ornati a ricciolo
sfilacciato (detto anche “a buccia di rapa”) variamente
indorati o lumeggiati. Il repertorio a cineserie viene rappresentato
senza particolare inventiva. In generale la laccatura fu posta
in opera a tempera magra, verniciata in un solo strato, dimodoché
al tatto risulta sovente ruvida e granulosa. In queste terre
si continuò a prediligere arredi lastronati o intarsiati,
in coerenza con una tradizione ormai secolare.
Nel Veneto la mobilia laccata trovava antica consuetudine.
Con l’avvento del rococò il terreno già
fertile produsse frutti destinati a larga eco, tanto che in
breve gli arredi veneziani conobbero la via dell’esportazione.
Lo scafo lignario in preferenza deriva da tagli di cirmolo
cadorino o dall’abete, sul quale veniva dispiegata un’imprimitura
di gesso frammisto a colla. Si apponevano poi strisce di tela
ben levigate e stuccate per poi procedere con le dorature,
su mordente o bolo di terra d’Armenia. La lavorazione
successiva era la stesura pittorica con tempera all’uovo
che in ultimo veniva ricoperta e verniciata con sandracca,
in infusione di gomma lacca sciolta nello spirito, fino a
diciotto strati. In ultimo si levigava a tampone imbevuto
d’olio. La vernice trasparente esitava sulla mobilia
un effetto giallo-ambrato che emulava la lucentezza e la consistenza
delle lacche orientali.
Nel primo settecento di gran moda sono gli ornati a cineserie,
su fondi neri o rossi, con scenette talvolta in rilievo, in
breve si predilige l’ornamento con figurine occidentali
vestite all’orientale per poi evolversi in una moltitudine
di immagini arcadiche di squisito gusto rocaille,
ispirate di norma ai regesti dei grandi maestri della pittura
veneziana.
Questo secolo vede Venezia trionfare anche con la produzione
di lacche povere, di cui già si è detto. La
lacca (o la sua contraffazione) si prestò a ornare
le movimentate quando non spericolate curvature o bombature
della mobilia veneta, conferendo a questi arredi note distintive
di inconfondibile evidenza.
In Emilia Romagna la vena barocchetta ripropone - con formulazioni
meno ridondanti - le sinuose forme del barocco. Negli arredi
laccati tale tendenza si traduce in stesure a fondi dipinti
di preferenza a cromie giallo-ocra, verde e azzurro, solo
negli arredi di altolocata committenza cornicette (o partiture
a intaglio) mantengono la finitura indorata. In alternanza
al rarefatto decoro con doratura a foglia si dispiegano lacche
marroni, argentature o meccature (dal caratteristico colore
bruno ramato) fino a esitarne un saliente tratto regionale,
un’evenienza che rende testimonianza della grave crisi
economica che attraversa questa regione, in particolare nella
seconda metà del secolo. Parte attiva spetta all’architetto
Alfonso Torreggiani (Bologna, 1682 – 1764), protagonista
anche nell’esecuzione di arredi “firmati”
da moduli ancorati a forme seicentesche edulcorate da felici
intuizioni informate a mode rococò. In tal senso si
osservino gli arredi di villa Malvezzi a Bagnarola nei pressi
di Bologna, databili tra il 1736 e il 1750.
Nel XVIII secolo si diffonde una nuova tipologia d’arredo,
i cassa-lunga, nella cui sommità si colloca l’orologio
a lanterna. La singolare forma si presta al decoro laccato,
con esiti in più occasioni di notevole pergiungimento
estetico. Si registra inoltre il diffondersi nella pittura
a tempera della stesura a grisaglia, che si traduce in monocromi
a tinte azzurre, ocra e brumati, connotati da una forte valenza
chiaroscurale.
La vicinanza e il tradizionale interscambio commerciale che
lega Ferrara a Venezia sortisce anche nella mobilia ferrarese
esiti che per inventiva formale e compositiva nulla hanno
da invidiare alla più bella produzione laccata lagunare.
Un tratto distintivo si ravvisa nelle partiture floreali policrome,
profilate entro volute acantiformi in pastiglia a forte rilievo,
lumeggiate in oro. Fondi bianchi e specchiature auree sono
in questo periodo un altro precipuo tratto distintivo della
mobilia ferrarese, non dissimile da esiti parimenti sperimentati
anche in area parmense.
La Toscana conobbe anch’essa arredi dipinti e laccati,
ma grava sulla conoscenza della produzione regionale una carenza
di studi che non consente di precisarne tratti e valenze con
la necessaria compiutezza.
Il Lazio ha Roma come caput mundi. Qui la tradizione della
mobilia laccata è di lungo corso e data agli albori
del seicento, allorquando era sede dei principali ordini missionari.
In particolare la Compagnia di Gesù si rese responsabile
della prima introduzione in Europa delle esotiche lacche orientali.
Non dovrà dunque stupire se nella Città Eterna
un affollato numero di botteghe di maestri laccatori (a cui
era riservata via de’ Coronari) lacca mobilia ordinaria
e d’apparato, con esiti ragguardevoli e maturando una
cifra stilistica tipicamente locale, di timbro barocchetto,
dove la moda delle cineserie disposte in gruppetti restituiti
a forte bassorilievo, in pastiglia policroma, profilate entro
cornici a dorature opache o in oro rosso, assume movenze distintive.
Raramente i ripiani romani sono in lacca marmorizzata, in
genere sono placcati con marmi, alabastri o diaspri. Matericamente
la lacca capitolina non è particolarmente raffinata,
si presenta grassa e spessa.
Nelle
Marche il Rococò viene recepito nelle sue più
stemperate pulsioni barocchette e di preferenza si continua
a manifestare ampio favore al lessico tardo seicentesco. Tale
modus agendi si riscontra anche nella mobilia dipinta a tempera,
con decori che prediligono scansioni a ondulazioni verticali,
piuttosto che l’affastellarsi di curve e contro curve
distintive dello stile rocaille. Le pulsioni romane continuano
a dirigere le mode locali, che si declinano solo occasionalmente
alle novità venete. Qui il decoro a cineserie giunge
tardivo. Notevole e ben edotto della stagione rococò
risulta l’organo fabrianense della chiesa dedicata a
san Biagio e san Romualdo, con raffinati intagli dorati su
fondi in lacche azzurre, databile al 1757 e forse riferibile
all’operato di Filippo Rosati. La vasta gamma cromatica
delle lacche marchigiane anche in questo secolo rende peculiare
la produzione locale, capace anche di riconvertirsi introducendo
la lacca povera, grazie all’adozione di incisioni calcografiche
stampate autonomamente che seppero ben gareggiare con la coeva
produzione veneta. I piani dei tavoli a muro o delle credenze
sono laccati a marezzatura marmorea, generalmente in verde
antico. In specifico, la lacca marchigiana si presenta magra
e uniformata da un’unica stesura di finitura.
In
Puglia si producono complementi d’arredo interamente
eseguiti in cartapesta rifinita a tempera magra o dipinta
a olio. E’ Lecce il centro propulsivo di queste manifatture.
Qui, fin dal Quattrocento, botteghe di cartapestai ingenerarono
un’autorevole tradizione che tra Sette e Ottocento ebbe
indiscusso primato. Relativamente a complementi d’arredo
in cartapesta o papier maché (carta macerata,
colla e gesso, variamente incrostata, dipinta o laccata) si
segnala una vasta produzione tipologica riconducibile a mode
inglesi (in particolare a Birmingham fu inventata la metodologia
che permise di incurvare pannelli mediante l’uso del
vapore). Nel Settecento, gran numero di mobiletti e scatolette
in cartapesta a fondo ebanizzato (o laccato) fu imitata anche
in area leccese.
La
Campania trova in Napoli un centro di produzione caratterizzato
da arredi laccati su scafi normalmente in albuccio, decorati
con preferenza a motivi monocromi allietati da florilegi naturalistici
o orientalizzanti, scanditi entro profili a doratura meccata.
La moda alla façon de la Chine trova in Napoli
precoce diffusione, con produzione qualitativamente autorevole,
che culmina nei tanto celebrati capolavori interamente condotti
in porcellana conservati a Capodimonte. Una peculiare tipologia
locale è da individuarsi nell’esecuzione di pitture
a marezzatura disposte a emulare nel mobile l’effetto
dell’incrostazione tartarugata.
In
Sicilia la peculiarità regionale seicentesca segnò
il trionfo di mobilia a scenografia barocca improntando forme,
materiali, colori e decori al ridondante gusto spagnolo e
moresco. Permane anche nel Settecento la consuetudine di incrostare
gli arredi con madreperla o avorio, corallo trapanese o acciaio
palermitano. La produzione laccata, significativa, si distingue
per un’eleganza e una raffinatezza che gareggia con
altri centri italiani di corale rinomanza. Dapprima a Palermo
si emulò la lezione ligure, che aggiornò la
mobilia locale con cromatismi più accentuati e ornamenti
insistiti e fantasiosi, in seguito si impongono mode veneto-romane.
L’effervescente vena rococò siciliana esita mobilia
laccata popolata da colori squillanti, dominati dal rosso
porpora o da azzurri pastello, o da fondi in avorio velati
di bruno, di suggestiva eleganza, non di rado affiancati da
intagli o pastiglie dorate in commistione di foglia d’argento
e oro, finiture che sono da ritenersi un tratto distintivo
della produzione siciliana.
L’interpretazione locale della lezione veneta è
così simbiotica che in ripetute occasioni, pregevoli
esempi di comò laccati autoctoni sono stati erroneamente
attribuiti a maestranze veneziane (la forzata volumetria architettonica
della mobilia siciliana dovrebbe tuttavia indurre a repentine
identificazioni).
BAROCCHETTO
(Dal 1720/30 al 1770/80)
Con questo termine si designa, per quanto specificatamente
attiene alla mobilia e segnatamente all’arredo picto,
una parte della produzione eseguita in Italia nel periodo
di tempo compreso tra l’epoca rococò e la prima
fase del neoclassicismo. Si caratterizza per l’impianto
formale e decorativo ancora rigidamente in adesione ai dettami
cari al periodo barocco (da cui il termine barocchetto) e
alle mode Luigi XIV. Il mutare dei tempi si coglie nell’adozione
di volumetrie più contenute, moduli decorativi più
eleganti - spesso ispirati a mode francesi - ma eseguiti in
accordo a principi di simmetria ornamentale. Da taluni studiosi
è definito il Rococò italiano, ma si mediti
l’evidenza che mobilia eseguita in Italia e limpidamente
rocaille, non è certo rara a documentarsi.
La tendenza ad assimilare novità formali e volumetriche
ma non a recepirne l’elaborazione ornamentale trova
naturale spiegazione in Italia nel fatto che in questo secolo
la grande aristocrazia conosce un irrefrenabile declino politico
e economico. Se nel secolo precedente vi fu gran profusione
di arredi destinati a ornare dimore di recente costruzione,
per mostrare con orgoglio la potenza della famiglia committente,
nel Settecento, con le dovute eccezioni, si bada piuttosto
ad aggiornare il palazzo con la sola mobilia strettamente
indispensabile alle nuove esigenze imposte dalla moda o da
necessità funzionali. Si mantiene il vecchio apparato
scenografico e il nuovo non deve troppo contrastare.
Un
esempio periferico risulterà illuminante: nell’interland
bolognese la bella Imola trovava nei conti Tozzoni un’alta
espressione di antico censo nobiliare. Ebbene, a Palazzo Tozzoni
vi è significativa presenza di arredi laccati, di timbro
barocco e pur tuttavia databili al settecento inoltrato, né
mancano tavoli da parata di formulazione pretenziosa ma di
esecuzione frettolosa, e a ben guardare lo sfavillio più
che l’oro in foglia emula la mecca. L’aristocrazia
fondiaria volge al tramonto e con essa un’intera epoca,
per implodere e mai più ricomparire.
NEOCLASSICISMO
(Dal 1740/50 al 1820/30)
Questo periodo storico comprende una prima fase propriamente
definibile di stile Luigi XVI. Solo in un secondo momento,
con il maturare delle mode archeologiche, si formula e si
codifica una nuova visione della civiltà d’arredo,
ora compiutamente ascrivibile allo Stile Neoclassico e permeata
da pulsioni coloristiche che conferiscono all’arredo
dipinto preminenza autorevole. Nei fatti, entrambe le tendenze
convivono all’unisono fino agli ultimi anni del settecento.
Gli stili del neoclassicismo sono Direttorio, Retour d’Egypte,
Consolare e Impero.
STILE LUIGI XVI
(Dal 1770c. al 1790c.)
Lo stile Luigi XVI precede di molti anni l’avvento al
trono del sovrano da cui deriva il nome. Origina dal rinnovato
interesse per la cultura classica dovuto al grande clamore
che in Europa suscitarono i reperti archeologici riportati
alla luce negli scavi di Pompei e Ercolano, iniziati tra il
1748 e il 1752. Non a caso lo spettro cromatico che caratterizza
l’arcobaleno pittorico neoclassico è profondamente
imbevuto di tinte pompeiane.
La rinnovata prevalenza della compostezza delle forme geometriche
che caratterizzano la mobilia di questo periodo, viene accolta
come un salutare antidoto alle formulazioni più libere
e capricciose imposte dai dettami rococò, ormai degenerato
in rutilanti esercizi di bizzarria. Il passaggio dal genere
pittoresco al gusto greco non discende da scelte
esclusivamente formali, ma piuttosto da un preciso orientamento
ideologico in base al quale la civiltà greca e quella
romana assurgono a paradigma di ogni perfezione etica a estetica.
Nelle arti decorative, la nuova moda non traduce in Italia
mere imitazioni: la fantasia dell’artista opera libere
interpretazioni desunte dagli esempi del mondo greco-romano,
etrusco o egizio, da cui solo la metrica architettonica viene
riproposta con stretta osservanza. In tal senso, si osservi
come solo a partire dal 1770/80 si assiste al tramonto della
fioritura pittorica a intarsio, in favore di modelli dove
prevale l’ornato geometrico.
Già intorno al 1775 trova consenso un arredo improntato
a un gusto più sobrio, anche se sempre di raffinata
esecuzione e attento ai più minuti dettagli, confermato
nel rigore geometrico dell’ornato e modellato sulla
nitidezza dei volumi. Il rigore lineare, esita nella mobilia
un gusto incline all’astrattismo e al protofunzionalismo,
dominato da tinte tenui.
In Italia, lo stile Luigi XVI trova naturale diffusione e
da luogo a una tipologia del tutto peculiare. In un primo
tempo si ama ornare la mobilia con colorazioni bruno-chiare,
che ricordano i timbri cromatici delle essenze lignee più
in voga. Campania, Toscana, Emilia e Lombardia sono le regioni
che riescono a esprimere un’elevata scuola d’ebanisteria,
con artisti destinati a legare il proprio nome alla storia
dell’arte. Si pensi all’esempio di Giuseppe Maggiolini,
protagonista della diffusione della “nuova maniera”
tradotta a intarsi di mirabile riuscita che, grazie all’invenzione
di particolari bruniture chiaroscurali dovute all’uso
di sabbie arroventate, si aggiornano con il deposito del brevetto
della tecnica detta “pittotarsia”. Nel 1788 il
maestro presentò agli accademici milanesi un pannello
pittointarsiato adombrato da bruniture a fuoco, la commissione
non se ne disse persuasa e rimase del convincimento che tale
artificio fosse il frutto dell’azione del pennello:
Maggiolini fu costretto a raschiare l’opera con una
lama, sbalordendo gli increduli.
Cenno distintivo dell’arredo italiano è l’uso
delle caratteristiche gambe a piramide troncoconica innestate
su moduli a geometria lineare, con piano, fianchi e pannelli
centrati da eleganti decori a ornato geometrico o a rappresentazioni
archeologiche, variamente intarsiate o dipinte a tempera,
dove l’intaglio solo raramente giunge a lambire partiture
come le pilastrate o la grembiulina.
Stile Neoclassico
(Dal 1760/70 al 1790c.)
Il maturare delle tendenze già introdotte durante lo
Stile Luigi XVI, gradualmente portò all’insorgere
di una produzione più improntata a un’aderente
riproposizione di arredi in marcata adesione al repertorio
archeologico. Alla base di questo fenomeno sono i testi a
stampa che trovarono larga diffusione a partire dagli scavi
di Pompei e Ercolano. Per quanto concerne la pubblicistica
ispirata al mondo greco, le descrizioni dei monumenti edite
da R. Dalton (1749, 1751-52) a cui seguirono quelle di Le
Roy (1758), Stuart e Revett (1762) e di Choisel-Gouffier (1782)
influenzarono profondamente il gusto del tempo, mentre il
mondo romano trova felice epigono nel veneziano G.B. Piranesi,
che da Roma rivendica il primato architettonico dell’Urbe
nella sua Magnificenza ed Architettura de’ Romani
del 1765. Il Piranesi, incisore e architetto, conobbe immenso
prestigio in Europa e il suo studio in via Lata fu meta d’obbligo
per artisti ed eruditi del tempo: per l’ultima volta
nella sua storia, Roma tornò ad essere capitale delle
arti. L’anno precedente J.J. Winckelmann pubblica la
sua Storia dell’arte presso gli antichi, un
testo consacrato a “bibbia” dell’estetica
neoclassica. Infine, la pubblicazione tra il 1762 e il 1779
in sei volumi illustrati delle Le pitture antiche di Ercolano
concorsero alla definitiva codificazione del gusto neoclassico
in senso archeologico. A Londra, nel 1777 il disegnatore e
incisore Michelangelo Pergolesi, iniziò a pubblicare
i suoi lavori editi nel Original Designs, un prontuario
di modelli ornamentali ispirati al repertorio classico destinato
a conoscere larga diffusione, anche presso decoratori e pittori
di mobili.
Con il diffondersi del verbo archeologico, anche gli arredi
tendono ad assumere una rinnovata veste ornamentale, una novità
che ben si riconosce nell’affollarsi su superfici (che
certamente permangono lineari, tonde o ovali) di elementi
plastico-scultorei in omaggio all’architettura classica.
Protomi, divinità, bucefali, clipei, strali, rosette,
fregi militari, motivi a candelabra, foglie d’acanto
e l’intero pantheon decorativo greco-romano prende a
ornare parti strutturali come pilastrate, cinture e crociere.
Il rinnovato interesse per l’ornato a intaglio introduce
nuove tipologie di sostegni, con gambe “a unicorno”
o “a faretra scanalata”, veri e propri emblemi-firma
della mobilia neoclassica tanto da essere definiti “a
consolle”. Il tavolo da parete diviene l’arredo
di gran lunga più alla moda e verso la fine del secolo
mostra gambe raccordate da traversa a mezzo di dadi montanti.
Gran numero di sedie, poltrone e divani allietano gli incontri
mondani della società bene permeata dal razionalismo
degli “enciclopedisti”. Fin dal 1765 sono note
poltrone a schienale ovale, mentre le sedie da parata, destinate
ad affollare le pareti, presentano il caratteristico schienale
diritto; sedili meno voluminosi trovano disposizione al centro
della stanza, vengono detti courrants perché
all’occorrenza facilmente spostabili. Divani e poltrone
di norma montano gambe ribassate e solo con l’ausilio
di comodi cuscini ricolmi di piume si riguadagna l’altezza
di sedie e poltrone.
Particolare favore consegue la scrivania “a giorno”,
che assurge quasi a status symbol del periodo e se è
opera di un maestro attivo in centri rinomati, sarà
certamente provvista, di vani segreti o piani di fuoriuscita
per consentire l’estensione del piano scritturale o
l’appoggio di oggetti e candelabri.
La commode in epoca neoclassica, spodesta in importanza
perfino il trumeau che dello stile precedente fu
l’arredo principe. Finanche la credenza (opportunamente
trasformata) acquista le sembianze del comò.
I
colori degli arredi sono di preferenza il bianco, il giallo
paglierino e l’oro, sebbene anche il rosso pompeiano,
l’azzurro indaco e il verde pallido non manchino di
sortire la preferenza della committenza. La mobilia laccata
conosce capillare diffusione per mai più ritrovare
in fasi successive momenti di auge così perentoria.
Si accorda gran favore all’uso del piano marmoreo, con
larga preferenza al bianco di Carrara, al giallo di Siena
e al verde del Belgio.
In Italia, pittoricismo cromatico e apparato ornamentale in
questo periodo si uniformano anche in arredi di differente
estrazione regionale. E’ questo un fenomeno del tutto
nuovo, che polverizza le tipizzazioni locali ora percepibili
solo in ragione della forma dello scafo, dei materiali lignei
posti in opera o in virtù della tecnica di finitura
a tempera.
Emergono tuttavia soluzioni che talvolta divengono personalissime
se realizzate da maestri di prima grandezza come Giovanni
Maria Bonzanigo, mobiliere della corte sabauda a Torino. Piemonte,
Milano e Napoli si distinguono per l’esecuzione di mobilia
ad alto tenore qualitativo: qui ebanisteria, pittura e intaglio
convivono in pacate e equilibrate armonie. A Venezia, il fenomeno
neoclassico giungerà tardivamente (intorno al 1785)
e mai riuscirà a svecchiarsi di taluni retaggi rococò,
come intagli e linee curve ad arricchire spalliere di divani,
cimase o braccioli, pur recependo negli arredi laccati il
repertorio coloristico di timbro squisitamente archeologico;
ne consegue una produzione apparentemente ibrida, ma non senza
una personalissima eleganza.
E’ nella mobilia laccata napoletana che i rossi e gli
azzurri pompeiani trionfano incontrastati. A Roma analoga
produzione esita risultati di rilievo, come si evince dall’osservazione
degli arredi dipinti e laccati eseguiti intorno al 1782 per
Villa Borghese, dove calligrafiche figurette di grifi, testine,
trionfi floreali, profuse in monocromie che sconfinano con
la tecnica a grisaglia, campeggiano su fondi in rosso pompeiano,
resi traslucidi da lacche di cinabro. Roma in particolare
è permeata dal gusto del Piranesi, che non disdegna
interventi anche in arredi, come nel caso della nota console
oggi all’Institute of Arts di Minneapolis. Il timbro
fastoso capitolino giunge in epoca neoclassica ancora improntato
al prezioso utilizzo di materiali quali la malachite, i cammei,
ne si dirada la moda di incrostare gli arredi con pietre dure
e metalli, con risultati cromatici di irresistibile eleganza,
come nel caso della scrivania commissionata da Pio VI, opera
di Rosario Palermo (Roma, collezione Braschi).
Peculiare di Roma è una singolare tipologia di mobilia
che presenta piani eseguiti con tessere a micromosaico (lapidee
o vitree), riconducibili all’attività del Laboratorio
Pontificio o alla produzione di singoli ateliers. Trovano
usuale rappresentazione scenografiche immagini di vedute romane
di vivido colorismo prospettico, “capricci” archeologici
o si replicò il noto mosaico delle colombe. Con l’utilizzo
di tessere vitree si poteva ottenere una gamma cromatica capace
di sfoggiare fino a 15.300 toni. Mosaicisti d’eccellenza
attesero a queste opere: il Cristofani, il Moretti o Pompeo
Savini, autore del piano asservito al tavolo commissionato
da Stanislao Poniatowski, re di Polonia (Varsavia, Museo Nazionale).
RIVOLUZIONE FRANCESE
(Dal 1789 al 1791)
E’ improprio parlare di Stile Rivoluzionario applicato
alla storia della mobile, tuttavia anche in Italia vi è
testimonianza in taluni esemplari di mobilia ornata da emblemi
giacobini, la cui applicazione ha trovato funzione decorativa
anche in arredi dipinti di foggia neoclassica. Si tratta di
cappelli frigi, sanculotte, bandiere tricolori, immagini della
dea Ragione e della Libertà, fasci di faretre da cui
fuoriescono picche minacciose o criptati simboli massonici,
cari alla borghesia che all’inno liberale aveva immolato
l’Ancien Regime. Il dramma dei nuovi tempi
portò a un crollo della produzione di lusso (la bottega
del Maggiolini a Parabiago molto patì il rovescio politico)
e se i nuovi padroni del Direttorio pur commissionarono mobilia
di pregio, alle pubbliche aste era possibile comprare a cifre
insignificanti quanto di meglio era appartenuto alla monarchia
decaduta o al clero umiliato. In questi anni, russi e inglesi
arredarono vasti castelli con merce frettolosamente posta
all’incanto in Francia e in Italia.
STILE DIRETTORIO
(Dal 1795 al 1804)
In questo breve lasso temporale si assiste nella mobilia ad
un’accentuarsi delle premesse neoclassiche in termini
di maggior rigore archeologico, nel contempo si precisa quella
tendenza a perseguire la severità lineare che di fatto
prelude e anticipa forme e ornamentazioni poi tipizzanti l’arredo
di epoca Impero. Si registra un generale fenomeno di scadimento
qualitativo, imputabile al frettoloso scioglimento delle antiche
corporazioni.
Questo periodo è condizionato dalla cifra stilistica
imposta dagli architetti Percier e Fontane, che fin dal 1797
fornirono a Jacob i disegni per i mobili destinati alla Convenzione
e al Consiglio dei Cinquecento.
L’arredo di Stile Direttorio abbandona le delicate cromie
pastello che caratterizzano la produzione neoclassica in favore
della cupa magnificenza del mogano, che nella sua vasta gamma
di essenze risulterà il legno di gran lunga più
apprezzato in questo periodo. L’insistito abbandono
degli intarsi a valenza floreale origina da un gusto più
sobrio che impone il semplice inserimento di filettature lignee
o di lievi profilature lineari in ottone.
Le novità si innestano su una tendenza che di norma
trova tipologie già diffuse in epoca neoclassica, ne
mancano significative innovazioni: le sedie, sovente tinteggiate
a colori chiari e motivi archeologici, si distinguono per
il tipico schienale tappezzato o rifinito a traforo che si
arrotola “a esse”, le gambe posteriori sono in
auge se incurvate “a sciabola”, si diffonde la
tipologia a schienale avvolgente (detto a gondola). In studi
e biblioteche si prediligono modelli caratterizzati dall’alto
schienale concavo, detto “a emiciclo”, con struttura
di norma massiccia e sedile rivestito in cuoio. Continua l’uso
delle popolari bergères e compare una grande
poltrona a due, detta causeuse. I comò presentano
rispetto al passato meno varianti formali e in genere si classificano
in due categorie: con cassetti a vista o celati da ante. L’uso
di secrétaires a abattant trova vasta diffusione
e del tutto nuova è la tipologia della toilette, ora
simile a una console sulla quale poggia uno specchio
basculante. Certamente la novità più fantasiosa
è la leggiadra psiche, costituita da un grande
specchio ovaliforme o rettangolare, montato entro alti sostegni
lignei e generalmente retta da gambine sciabolate.
Il tavolo da pranzo, ovale o rotondo, diviene una consuetudine.
La scrivania mantiene la foggia dei modelli à bureau
plats già nota in epoca precedente. Altro
complemento d’arredo di gran moda è l’athénienne,
una sorta di alto brucia profumo dalla forma a tripode (ma
noto fin dal 1763, quando per la prima volta appare in un
dipinto di Vien).
STILE RETOUR D’EGYPTE
(Dal 1798 al 1815)
Questo stile deve le sue movenze alla fulminea campagna militare
dell’ancor giovane generale Bonaparte in Egitto, nel
1799. La moda delle “egizianerie” aveva già
in Italia trovato un precedente interprete nell’incisore
Giovan Battista Piranesi, ma la vasta applicazione che ebbe
nel mobile l’ornamento egizio è da ricercarsi
nella pubblicazione del Voyage dans le Basse et la Haute
Egypte pendants les campagnes du Général Bonaparte,
edita nel 1802 da Dominique Vivant Denon, il barone-egittologo
che seguì con uno stuolo di disegnatori il futuro imperatore
nella terra dei faraoni, copiando diligentemente ogni vestigia
archeologica che fu loro possibile fissare nella carta.
Se fu in particolare nel primo decennio dell’ottocento
che gli arredi si “vestirono” di sfingi, palmette,
urne funerarie, cariatidi, profili egizi, obelischi (non di
rado disposti in simbiosi con elementi greco-romani) si sottolinea
che fino alla fine degli anni trenta del XIX secolo, quindi
ben oltre la Restaurazione, la moda del Retour d’Egypte
ispirò ebanisti e committenza. In Italia questo fenomeno
fu ben recepito, trovando particolare consenso a Roma e a
Napoli.
STILE
CONSOLARE
(Dal 1799 al 1804)
Nel 1799, Napoleone Bonaparte viene proclamato Primo Console.
La tendenza (già assimilata durante il Direttorio)
incline a concepire arredi improntati a sobria linearità,
con mobilia a conclamata preferenza per colori a tinte scure
la cui diffusione aveva trovato come protagonista indiscusso
il legno di mogano, diviene vera e propria moda mediatica.
Il nuovo gusto interpreta alla perfezione quel processo di
vittoriosa identificazione culturale-militaresca che le guerre
napoleoniche lentamente diffondevano nel subconscio collettivo
francese. I decoratori d’interni Percier e Fontane sono
arbitri del nuovo gusto, che “lanciano” dapprima
trasformando gli arredi della Malmaison; a lavori ultimati,
risulterà codificato quel rigoroso principio di stretta
connessione tra ambiente, decorazione e arredo, che resterà
alla base della loro estetica.
Supporti e gambe sagomati “a sciabola” (introdotti
dall’ebanista Jacob) trovano ora impiego generalizzato,
i venti di guerra che ovunque vedevano trionfare il tricolore
del Bonaparte contagiarono l’intero modo di concepire
l’arredo. L’orientamento di ebanisti e decoratori
fu indirizzato verso produzioni in sintonia con modelli di
evidente richiamo romano-imperiale: le sale giunsero a imitare
vere e proprie tende campali, fedelmente ricostruite con l’ausilio
di decori ad affresco. E’ in questa fase che trova la
sua prima comparsa il piede tornito “a triclinium”,
a reggere letti, divani, dormeuse, comò e
comodini. Ai lati del letto, in genere alla polacca (sovrastato
da baldacchino e tendaggi) si allineano comodini “a
colonna”, per richiamare la forma dei tamburi che guidavano
la marcia dell’invincibile armata. Si confermò
nella camera da letto la presenza della psiche e l’armadio
nell’anta centrale ora sfoggia un grande specchio. Tra
le sedie è apprezzato il modello “curiale”
con gambe e braccioli composti a formare una X.
Dopo
i primi anni seguiti alla crisi della rivoluzione di luglio,
rifiorì sulla mobilia la consuetudine di apporre forniture
bronzee dorate: cinture, pilastrate, gambe, crociere, predelle,
braccioli e quant’altro furono ornate da clipei, stelle,
strali, fregi, acroteri e divinità del pantheon greco,
romano, etrusco o egizio, sovente lavorate a traforo entro
motivi a losanga. Nel loro insieme costituiscono il vero “motivo
firma” della produzione di questo periodo.
In Italia, questo stile sortì echi marginali, e non
di rado si assiste sulla mobilia all’adozione di pitture
marezzate ad imitazione del legno di frutto o di noce o dell’esotico
mogano. Gli ornati in rilievo sono generalmente in pastiglia
dorata o meccata.
STILE IMPERO
(Dal 1804 al 1815)
Questo stile ebbe dominio indiscusso nell’arte francese
ed europea durante il primo quarto del secolo. Protagonista
assoluto fu l’ultimo dei sovrani mecenati, quel piccolo
corso che nel 1804 in Notre Dame conobbe la propria apoteosi
con l’investitura imperiale strappata a un pontefice
umiliato, un riconoscimento concesso così incondizionatamente
al solo Carlo Magno, mille anni prima. Napoleone seppe riconoscere
all’arte la funzione primaria di veicolo di diffusione
della propria fortuna politica.
Protagonisti d’elezione della civiltà dell’arredo
napoleonico furono i fedeli architetti Charles Percier e Pierre
Fontane. Seppero mirabilmente combinare le esigenze di fasto
e grandiosità, traducendoli in elementi simbolici e
allegorici, con ricercata grazia, intimità e leggerezza.
Tra i motivi “firmati” dai due architetti troviamo
la N (incorniciata entro serti di alloro), le api, le aquile,
i cigni araldici.
Percier e Fontane diedero alle stampe (in due diverse edizioni,
nel 1802 e nel 1812) il Recueil des décorations
intérieures, un manuale di inesauribile ispirazione
che divenne il prontuario più consultato da decoratori,
tappezzieri, orafi, bronzisti.
Con l’Impero, nel mobile giunge a definitivo compimento
la rigorosa ricerca filologica delle forme e delle decorazioni
classiche. In questa fase storica sono ben riconoscibili due
diverse tendenze: una eroica, grandiosa e solenne, l’altra
contenuta, discreta, privata.
In questo periodo i sedili di moda presentano la caratteristica
unione della gamba anteriore con il supporto del bracciolo,
a volte risolto a intaglio scultoreo in forma di cigno, leone
alato, sfinge, cariatide o erma. Torna di moda la poltrona-trono,
con esigenze di parata, riccamente ornata da intagli dorati
in foglia su fondi laccati in azzurro-lapislazzuli. Tra i
sofà, furoreggia la méridienne
e torna in auge lo sgabello a X. Le consoles continuano
a godere di immutata fortuna, ma si prediligono forme strette
e allungate e nel contempo si impone al pubblico la nuova
tipologia a mezzaluna. I comò conoscono diffusione
capillare e rispetto alla mobilia di epoca neoclassica si
è altamente differenziato, per ospitare lungo le pilastrate
colonne ebanizzate a emiciclo o a tutto tondo, incamiciate
entro capitelli (lignei, in pastiglia, in bronzo o ottone)
di stile dorico. Si codifica il caratteristico piede a plinto
fasciato (detto anche “a zampa d’elefante”)
che insieme alla tipologia “a zampa ferina”, “a
triclinium” o “a globo e artigli d’aquila”,
costituirà l’intero organigramma figurativo dei
sostegni di epoca Impero. Spesso i mobili montano piani in
marmo italiano o in granito belga.
Fra i complementi d’arredo si segnala l’immancabile
guéridon, foggiato a tripode o l’athénienne,
con uso di piccolo lavabo o giardiniere. La toilette conserva
la foggia a console e la psiche diventa un elemento d’arredo
immancabile presso le nuove classi sociali di potere, insieme
all’arpa.
Le scrivanie incontrano diffusione capillare. Una nuova tipologia
– peraltro prediletta da Napoleone – detta bureau
méchanique, si connota per il largo ripiano apribile
a scatto.
Tipici del periodo sono i letti “a navicella”
a doppie testiere laterali diritte o sagomate a tulipano,
oppure nella variante della alla greca, dotata di un’unica
testiera. Ai lati del letto fa la sua comparsa il “somno”,
un tipo di tavolino munito di piano marmoreo e adorno di fregi
bronzei e iscrizioni dotte.
In Italia, questo stile conobbe una vita straordinariamente
lunga, tanto da essere continuativamente realizzato fino al
1850 e oltre, sortendo una penetrazione capillare e trasversale
giungendo ad arredare l’abitazione di ampie fasce sociali.
Si “importarono” i nuovi moduli dalla Francia,
pur traducendoli in ogni regione con sembianze peculiari e
autonome. Non è infrequente notare in questi arredi
la finitura pittorica a tempera, con colori che si uniformano
senza particolare differenziazione regionale.
L’insistito uso di laccature a marezzatura, intese a
imitare gli effetti della venatura di mogano (fino a lambire
porte e camini) origina da fattori molteplici, a cui certo
concorre l’embargo francese che vieta l’esportazione
del mogano d’India. I colori che dominano l’arredo
sono di norma a tinte accese, combinate in vigorosi contrasti,
mentre un soffuso colorismo a predominante monocroma caratterizza
la mobilia di area provinciale, che perpetua la gamma cromatica
già in voga in epoche precedenti; grande favore si
continua ad accordare alla tinta bianca profilata entro cornici
indorate, reminescenza neoclassica che anche in arredi commissionati
da casati di rilevante censo economico, continua a dominare
qualora destinata ad ornare palazzi di provincia, come nel
noto caso di Palazzo d’Arco a Mantova.
Raramente in altre epoche l’uso della radica fu così
asservita al colore. Le venature di noce, tuja, o ciliegio,
esaltate da abbondanti stesure a gommalacca, parvero imbrigliate
entro specchi rilucenti. La ricerca di effetti pittorici nella
radica trova in Paolo Moschini (un seguace del Maggiolini)
l’inventore di una particolare tipologia di taglio che
consentiva nell’acero fiorito o nell’olmo di ottenere
sezioni a venatura concentrica, tale da emulare gli effetti
della tartaruga.
In Toscana, si diffuse una peculiare produzione di mobilia
nobilitata da decori pittorici, con ornati in scagliola a
policromie bianche e nere, a riprodurre con meno dispendio
gli effetti della tarsia pittorica.
Si nota inoltre l’insistito uso di risolvere a tempera
riquadri in pannellature inserite in un contesto massimamente
lastronato o impiallacciato, come in frequenti caminiere o
specchiere disposte su tavoli a parete.
RESTAURAZIONE
(Dal 1815 al 1830)
Trova così definizione quel periodo storico che inizia
con la sconfitta dell’egemonia di Napoleone I con la
conseguente restaurazione in Francia della monarchia borbonica.
La Restaurazione termina con la rivoluzione in Francia del
1830.
Inizialmente, nella mobilia le novità si limitano a
leggere ripercussioni che di fatto esitano la sostituzione
dei simboli di evidente riferimento all’epopea napoleonica.
In seguito, si codificherà un nuovo “prontuario”
decorativo, che si caratterizzerà nelle formulazioni
di moda durante lo Stile Carlo X in Francia. E’ da sottolinearsi
la significativa comparsa negli arredi di tendenze a revivol
di mode gotiche o medioevali che nei fatti esitano l’insorgere
di un fenomeno stilistico denominato Neogotico.
STILE CARLO X
(Dal 1825 al 1830)
Con il Congresso di Vienna, si restituisce in Francia il trono
al legittimo rappresentate della monarchia, che era stata
allontanata e in parte annientata con la Rivoluzione. Spetta
il regno a Carlo X, fratello del ghigliottinato Luigi XVI.
L’arredo in auge in questo breve periodo storico si
segnala per la tendenza morigerata, quasi borghese che ne
contraddistingue gran parte della produzione, che solo raramente
è dipinta a tempera.
Quasi per una necessitante antitesi politica, l’arredo
ora muta completamente impatto coloristico, come per meglio
sottolineare il rinnovamento del clima sociale, che vuole
cancellare ogni memoria storica legata al bonapartismo. Trionfa
l’introduzione di arredi inclini a utilizzare materiale
lignario chiaro (probabilmente l’affermarsi di questa
moda è riconducibile all’influenza della duchessa
di Berry), come l’acero e il frassino, il satin, il
tasso, il platano o il limone in evidente contrapposizione
alle colorazioni scure di cui fu portabandiera in epoca Impero
il mogano. La “restaurazione cromatica” rende
compromettente anche la mobilia laccata che troppo ricorda
nostalgie imperiali. Anche il repertorio decorativo - così
caro al Bonaparte - di forniture metalliche in bronzo o in
laminella di ottone diventa improvvisamente obsoleto, e gli
viene preferito l’intarsio con essenze scure come il
palissandro, il sicomoro, l’acajou, l’ebano e
l’amaranto, sempre felicemente disposto in ossequio
a formulazioni di richiamo archeologico, ma di più
stretta osservanza geometrica e astrazione formale.
L’arredo Carlo X predilige decori minuti e leggiadri,
incline a un gusto che si potrebbe definire femmineo, in aperto
contrasto con la filosofia militaresca che aveva determinato
le forme severe della stagione napoleonica. Nel nuovo stile
si nota una graduale tendenza ad addolcire le forme, che in
breve determina un riaffiorare di linee curve che culmina
nel motivo “a tulipano”. Alla grandiosa retorica
dell’arredo Impero si preferisce la ricerca della comodità
e della funzionalità.
Nei sedili si diffonde lo schienale a gondola, i piedi cessano
di essere a forma ferina o ad artiglio in favore di soluzioni
a mensola, a ciabatta o a rocchetti torniti, quest’ultima
formulazione fu tipizzante di questo stile e conobbe poi larga
fortuna per tutta la seconda metà del XIX secolo. I
braccioli sono a voluta o a doppia voluta, o ancora a collo
di cigno.
Nei letti la tipologia “à méridienne”
è ancora in auge, ma monta capezzali di altezza ineguale,
il letto “a navicella” con le testiere sagomate
a tulipano conosce una fioritura senza eguali. I guéridons
si moltiplicano acquistando sempre maggiori dimensioni e montano
piani in marmo, in vetro, a specchio o in porcellana. Si crea
una vasta gamma di tavolini multiuso, di peculiare formulazione
francese: i travailleuses, i écrans-pupitres,
i vide-poches, i nécessaires. Oltre
ai comò con la cintura che si dilunga al piano sempre
modulata “a tulipano” (in Italia detti anche comò
alla cappuccina) si diffonde una nuova tipologia di cassettone
a scarabattolo, con il cassetto di testa a calatoia amovibile
e estraibile che svela nel vano interno la cassettiera scritturale.
Tra i motivi ornamentali a intarsio di essenze scure si notano
viticci, foglie, palmette, acroteri, ghirlande, rosoni, cornucopie,
mentre scompaiono del tutto allegorie mitologiche o militari.
Grande importanza ebbero anche le profilature delle incorniciature
o delle fasce passanti, sovente ebanizzate, per meglio armonizzare
le tarsie a valenza scura. Vi è inoltre una caratteristica
e per certi versi curiosa tipologia di comò, con la
fascia della cintura interamente ebanizzata, detti impropriamente
“in lutto del Bonaparte”.
In Italia questo stile sortì esiti marginali, anche
se per certi versi l’architetto-designer Pelagio Pelagi
trovò nella nuova moda francese feconde fonti d’ispirazione
che elaborò poi nella produzione di arredi a foggia
neoetrusca, come si evince osservando la mobilia allestita
nel celebre Gabinetto Etrusco nel Castello di Racconigi (inizio
lavori nel 1834).
In particolare fu in Toscana, nella lucchesia e a Ferrara
che lo stile Carlo X conobbe una stagione di assoluta preminenza,
perdurando lungamente fin quasi il quinto decennio del secolo.
A Ferrara si è rilevata una singolare produzione di
arredi informati a questa tendenza, caratterizzati da un lessico
formale e decorativo originale e qualitativamente raffinato,
a sottolineare l’attività di maestranze locali
di livello non comune. Entro questa produzione vivificata
da pregevoli intagli dorati e da singolari intarsi minuti
quasi definibili “calligrafici” (riconducibili
a istanze damascane) si è infine notato che le tarsie
erano illusionistiche, trattandosi nella più parte
dei manufatti osservati di paste a base gessosa, abilmente
colorate a emulare gli effetti dell’acero, del ciliegio,
del bosso o dell’amaranto.
STILE NEOGOTICO
(Dal 1825 al 1830)
Una novità introdotta in periodo Restaurazione, di
rilevante interesse anche in ragione dell’effettiva
grande risonanza che seppe polarizzare, fu il recupero, per
certi versi romantico, dello stile gotico. Il fenomeno che
innescò questa nuova tendenza stilistica data al 1825,
con l’incoronazione di Carlo X nella cattedrale di Reims.
Per tale occasione, l’ornatista Hirtorff allestì
addobbi goticheggianti dando involontariamente l’input
ad un’incontenibile mania che ben presto contagiò
ogni tipo di arredo, dal più minuto oggetto d’arte
applicata alle grandi sedie dall’alto dorsale “à
la cathédrale”.
Il desiderio di medioevo originò interi arredi ispirati
al repertorio iconografico gotico, ne è celebre testimonianza
l’Oratorio nel padiglione di Marsan al Louvre, eseguito
per la principessa Maria d’Orleans, figlia di Luigi
Filippo. Fu un delirante (e per certi versi affascinante)
rifiorire di pinnacoli, volte archiacute, motivi a pergamena,
rosoni, clipei, spirali, girali e ogni altro emblema ornamentale
che il misticismo medioevale, aveva saputo tramandare nell’inconscio
collettivo dell’europeo di metà ottocento.
Lo Stile Neogotico può dirsi a ogni evidenza il precursore
di quella generale tendenza neostoricistica che più
avanti germinerà nel multiforme Eclettismo. Tra i divulgatori
dello stile gotico ebbe notevoli meriti il disegnatore Aimé
Chenavard (1798-1838).
In Italia il movimento neogotico conobbe nel suo primo manifestarsi
poco proselitismo, per poi trovare numerosi estimatori nella
seconda metà del secolo, con una produzione d’arredi
che se dipinti, si uniformarono a sfondi bianchi lievemente
profilati da dorature, ne mancano pittoricismi risolti in
monocromiche grisaglie o marezzature a effetto marmoreo.
L’arredo picto tra fine ‘800
e inizi ‘900.
Intorno al 1840, il manifestarsi di pulsioni neorococò
durante lo stile Luigi Filippo, accentuato negli anni a seguire
da orientamenti in sintonia a mode Napoleone III, riservarono
alla mobilia picta un momentaneo ma tenace oblio, per poi
conoscere nuova auge nella seconda metà dell’Ottocento,
complici le Esposizioni Internazionali, che favorirono l’insorgere
di tendenze estetiche eclettiche, particolarmente inclini
a reinterpretare stili e tradizioni del passato.
Pur riconoscendo a questo periodo sovente erroneamente dileggiato
i limiti che gli sono propri, si deve tuttavia constatare
che l’arredo picto italiano ritrovò consensi
e degni interpreti, con esecuzioni immaginifiche e fantasiose
di non secondario interesse, in buona parte non semplicemente
riconducibili al repentino ritorno di mode egizie, cinesi,
giapponesi o moresche.
Si pensi ai pittoricismi restituiti con intarsi o xilotarsie
dovuti alla perizia del faentino Gian Battista Gatti, ne si
dimentichino gli esiti traguardati dalla bottega fiorentina
dei fratelli Falcini. E ancora degni di nota sono i mobili
di fantasia intagliati in forme volatili dal fiorentino Andrea
Baccetti, poi ornati da argentature e laccature e infine rifiniti
con vistose vernici e resine pregiate. Si distinguono i virtuosismi
delle ditte veneziane “Pauly et Cie” o “Remi
& Ci”, che sul finire dell’Ottocento divennero
protagonisti nell’esecuzione di autentici capolavori
nello stile detto “da grotta”, con manufatti ispirati
al mondo marino densi di policromie iridescenti.
Con la Belle Epoque la mobilia muta sembianze e si
trasforma in natura allo stato puro, assumendone forme e colori,
come dimostrano gli esemplari dovuti al genio di Emile Gallé
ebanista o di Carabin, dove intarsio, intaglio, incrostazione
e pittura si fondono in un’eleganza sublimata, che si
perpetua anche in arredi italiani, come nei manufatti della
ditta Zen. Il crepuscolare colorismo orientale in Italia ha
come vate indiscusso la mobilia di Carlo Bugatti, attivo tra
il 1890 e il 1920, e più in generale nel Novecento
il colore domina anche talune linee di mobilia, variamente
applicato su inserti in pergamena o ceramica, prodotti serialmente
dalla ditta Casalini di Faenza o da valenti mobilifici fanesi.
Falsi
“autentici”.
In
ultimo, al lettore andrà segnalato un’insistita
frequenza nel mercato antiquario riconducibile a un consistente
fenomeno di falsificazione pertinente il mobile picto, dovuto
massimamente a maestranze italiane, che tra la fine dell’Ottocento
e i primi decenni del Novecento investe in particolare la
produzione di manufatti riferibili ai cosiddetti primitivi
o alla rinascenza e più in generale al settecento veneziano
laccato. A Siena, una pletora di valenti falsari, tra cui
si distinsero Federico Icilio Ioni e Umberto Giunti, il Catani,
Casprini e il Vizia o il Nelli, fecero rifiorire il pittoricismo-plastico
quattro-cinquecentesco con l’esecuzione di cassoni,
credenze, ancone, torcieri, biccherne, fondi oro, ancora oggi
ritenuti originali e esposti nelle più prestigiose
sedi museali internazionali. Falsi “autentici”
dove rivivono le più preziose e intriganti eleganze
cromatiche in profusione di tempere, lacche o sandracche dispiegate
dagli antichi maestri, di così abile e convincente
veridicità da trovare estimatori nella critica del
tempo (tra cui il Cavalcaselle o Berenson) e acquirenti ignari
presso il miglior collezionismo inglese e americano. Anche
in epoca odierna si avvallano, magnificandole, queste opere
che sebbene false, sono pur “storicizzate” e per
più ragioni a pieno titolo da annoverarsi tra i capolavori
dell’ingegno umano.
Molto meno qualifica è invece la massiccia riproduzione
di arredi veneziani laccati contraffatti, un fenomeno che
già negli Anni Venti interessava il 20% della produzione
complessiva.
Nell’ultimo
decennio si è verificata la comparsa di un nuovo e
aggressivo tipo di falsificazione, inteso a riprodurre mobilia
italiana laccata a tempera grassa o magra di epoca sei-settecentesca,
sfruttando scafi originali, ad arte dipinti e ornati con fare
convincente.
Questi falsi, se riconducibili ad area meridionale o campana,
veneta o romagnola, risultano mediocri e ben individuabili
- ma se l’imprimatur è fiorentino – sono
di tale perfezionane da indurre a inganno anche esperti di
lungo corso. In alcuni casi, l’invecchiamento, la crettatura
delle cromie, l’interpretazione coloristica e ornamentale
è condotta con tale perfezione, che senza esitazione
si può affermare che un qualche nuovo Ioni in Firenze
operi indisturbato.
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