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Paolo Cesari
Consulente Tecnico Antiquariale


“Storia dell’orologeria”


a cura di Paolo Cesari

Contributo pubblicato in:
“Simboli del Tempo”
Icaro Edizioni, 2004
AA.VV.
* Per note, bibliografia e regesto fotografico si rimanda alla consultazione della pubblicazione.


I. Introduzione.

Orientarsi nel tempo, fin dai primordi, fu per l’uomo una necessità fondamentale.
La nozione temporale e la scansione delle ore del giorno, dei mesi e degli anni (ritmi biologici circadiani e circannuali) è insita anche nel nostro “orologio biologico”. Si annida nel codice genetico, assecondando sinergie predeterminate dal nostro genotipo e fenotipo. In particolare, si ritiene che nella corteccia cerebellare ne sia celato l’inconscio ricordo ancestrale: in caso di estrema necessità si attiva l’impulso che risveglia l’archetipo del computo temporale. Già all’alba della psicanalisi, Froid e Jung notarono che talune malattie mentali determinavano la totale rimozione del meccanismo di attivazione biologica che consente di orientarsi nel tempo, configurando nei soggetti in analisi dissociazioni di grave entità.
Nell’uomo multimediale questa percezione “sensoriale” è silente, vanificata dall’ausilio delle tecnologie, ma solo qualche centinaio d’anni fa un nostro predecessore per verificare l’ora avrebbe quantomeno di giorno contato i passi della proiezione del proprio cono d’ombra, mentre durante la notte si sarebbe orientato volgendo lo sguardo alla posizione di talune stelle. La gestione del tempo (con buona pace di Einstein) è dunque relativa e viene percepita e parametrata in modo differenziato in ragione della fase storica a cui si appartiene.
Solo a partire dal tardo medioevo, qualche fortunato poté usufruire di un “servizio gratuito” orario: nel XIV secolo i grandi centri cittadini cominciarono a dotarsi di orologi civici provvisti di potenti campane, i cui rintocchi scandivano (non senza sonore imprecisioni) le ore diurne e notturne. Chissà che stupore provarono quei villici che nelle campagne o nelle vallate montane sentirono per la prima volta l’eco inquietante di così strani e incomprensibili rintocchi.
Se le generazioni che si avvicendarono prima dell’anno mille non ebbero l’opportunità di meravigliarsi per i prodigi delle applicazioni che il genio umano andò poi disvelando, certo un babilonese o un antico egizio fu in buona fede convinto di vivere in tempi straordinari, giacché gli eruditi ritenevano il computo del tempo già un’arte altamente specializzata. A riprova, già nel secondo millennio a.C. era noto l’orologio idraulico (poi detto clessidra) e all’epoca del faraone fanciullo Tutankhamon si consultavano imponenti orologi solari: gli obelischi, che altro non erano che monumentali lancette di un più vasto computatore temporale disposto a terra, in grado di rilevare anche il tempo astronomico, il solstizio d’estate e gli equinozi; ne mancavano in numerose civiltà preistoriche orologi idraulici capaci di calcolare il passare delle ore, il cui funzionamento era in parte anche azionato da rotismi meccanici. All’epoca dell’impero romano, in Italia, già nel I secolo d.C. Cicerone, durante le sue ben note arringhe, teneva sempre d’occhio l’immancabile orologio azionato ad acqua di cui era provvisto ogni buon tribunale romano (a monito di prolissi avvocati), mentre il fondatore dell’Impero - l’augusto Ottaviano – installò a Roma un obelisco egizio (oggi in Piazza Montecitorio), comandando inoltre che il matematico Facondo lo corredasse della necessaria meridiana, onde garantirne la funzionale lettura oraria. Ma nel caso di meridiane e gnomoni, l’affidabilità oraria fu certo relativa e in buona parte affidata alla benevolenza del dio Cronos o al capriccio di altre divinità: in caso di brutto tempo ogni consultazione oraria era vana.
Negli ultimi tremila anni l’uomo si è sempre misurato col tempo orario avvalendosi di ombre, gnomoni, meridiane, clessidre, candele, lampade a olio e altro ancora.
A ogni buon conto la storia dell’orologeria “moderna” può dirsi solo vecchia di un millennio, e trae origine propulsiva dall’adozione sistematica di precise applicazioni acquisite dalla sperimentazione delle leggi della meccanica, con scoperte che negli anni a seguire valsero al genio umano straordinari traguardi.

Tra gli antesignani agli albori della storia dell’orologeria meccanica vi è ampia storiografia relativa ai cosiddetti svegialtori monastici medioevali, provvisti di un rudimentale martelletto che percuoteva stonate campanelle onde officiare le frequenti liturgie diurne e notturne entro le mura dei monasteri benedettini. Lo scarno meccanismo era bilanciato e animato sostanzialmente dal solo ausilio di contrappesi, la cui affidabilità temporale era quantomeno dubbia, tanto che le cronache del tempo ci tramandano la memoria di lagnanze a cura di monachelli ligi al dovere che ebbero ripetute sveglie forzate nel cuore della notte, così accreditando la celia che prima e dopo l’anno mille il clero volle vedere nel segnatempo un instrumentum satanicus.
Dietro alle favole, sovente si nasconde una verità diametralmente opposta, tant’è che proprio la Chiesa diede attiva propulsione all’avvento dei segnatempo meccanici. E non è quasi “divina” l’odierna precisione dell’orologio atomico, basato sulla frequenza naturale di un atomo di cesio che vibra a 9.192.631.770 cicli al secondo di ora astronomica, con una possibilità di margine d’errore stimata in un solo secondo in tremila anni…

Si vedrà, di qui in avanti, come la conquista della misurazione del tempo – condotta a tappe forzate - sia avventura tra le più entusiasmanti, a maggior ragione se si pensa che lo strumento principe che li pose in opera fu il tornio azionato a arco, più o meno lo stesso che seimila anni fa già usavano in mesopotamia. Una versione successiva, il tornio ad asta, fu praticamente operativo fino a ieri l’altro: nel 1970 in Inghilterra era ancora in funzione.

II. Dal genio individuale all’atelier organizzato.

Beninteso: poco sappiamo in merito a eventuali orologi il cui funzionamento era coordinato da funzioni meccaniche prima del X-XI secolo, tuttavia, un esempio emblematico risulterà illuminate per meglio chiarire come già in quegli anni, da molti erroneamente chiamati “oscuri”, non mancassero nozioni e uomini la cui mente era animata da geniali luccicanze.
A riprova che i primi tenaci passi furono percorsi da individui mossi da genio proprio, piuttosto che da specifiche conoscenze in materia di scienza meccanica, si addurrà a esempio un fatto accaduto nel lontano celeste impero. La trattazione a seguire, molto semplificata e resa accessibile a un pubblico di lettori curiosi ma non specialisti, occupa tuttavia volutamente uno spazio significativo poiché ad essa in particolare è affidata la dimostrazione della casualità che talvolta è artefice di eventi di portata epocale. Non è forse un caso se nell’Atene del V secolo a.C. nacque una generazione capace di dar vita all’epoca aurea di Pericle? Parimenti, se nella Firenze del terzo decennio del ‘400 quasi simultaneamente non fosse nato quel manipolo di artisti destinati a cambiare la storia dell’Arte, il Rinascimento avrebbe avuto diversa storia? E quale sarebbe stata la vicenda umana di questi individui animati dal genius loci se il loro virtuosismo non fosse stato favorito da mecenati pur essi vivificati dall’amore per l’arte o per la scienza? Al lettore le debite conclusioni.

L’orologio a torre idromeccanica di Su-Sung.

Correva l’anno 1086 della nostra era allorquando un imperatore cinese fanciullo (verosimilmente consigliato da un qualche saggio ministro), comandò che tutto lo scibile in materia di astronomia tramandato dal passato, fosse compiutamente rielaborato onde provvedere alla costruzione di un orologio astronomico capace di superare ogni conoscenza precedente, onde così celebrare degnamente il proprio regno e glorificare il lignaggio della sua stirpe.
L’arduo cimento fu infine affidato al diplomatico Su-Sung, i cui interessi in materia scientifica erano a K’aifeng (capitale della dinastia Sung) noti e stimati. Quest’uomo lungimirante organizzò una squadra di maestranze variamente idonee, infine coordinate da un soprintendente e progettista (un certo Han Kung-lien, definito come un impiegato di rango minore del Ministero del Personale - in nulla esperto di orologeria - ma di assodata mente incline a tradurre la teoria in pratica).
In due anni fu predisposto un modellino in legno funzionante, due anni dopo i rotismi e i meccanismi bronzei erano già fusi. Nel 1094 la relazione e il monumentale orologio furono presentati all’imperatore.
L’orologio, alto come una torre di quaranta piedi circa e polifunzionale, era a dir poco prodigioso: un globo celeste, inclinato alla linea d’orizzonte ruotava intorno a un asse polare, e insieme alla terra, varie sfere armillari - a loro volta rotanti - riproducevano l’orbita del sole, della luna e di talune stelle, così permettendo il calcolo del calendario perpetuo e della divinazione astrologica. Il movimento simultaneo era azionato da rotismi sovrapposti (con diametri variabili da sei a otto piedi), connessi a una coppia di assi in trasmissione che consentivano finanche il calcolo delle ore e dei quarti, entrambi segnalati da automi semoventi. Vi erano inoltre targhette che indicavano i cambi notturni delle guardie. Il cuore pulsante dell’orologio era azionato da una ruota mossa dall’acqua, che girava a ritmi intermittenti. La ruota dentata aveva perni preposti al posizionamento di contenitori d’acqua aritmicamente riempiti da una clessidra, quest’ultima garante del funzionamento dell’intero sistema idraulico e meccanico.
Siffatta meraviglia ebbe vita breve: nel 1126 un’invasione dei tartari Chin la danneggiò irreparabilmente, tanto da vanificare ogni successivo tentativo di rimessa in opera.
Questa vicenda, parrebbe destinata all’oblio che è quasi d’obbligo nei racconti dove mito e leggenda si confondono con la realtà, ma nel caso di specie si tenga conto che nel XVII secolo uno studioso ritrovò proprio la copia della relazione (ristampata nel sud della Cina nel 1172) presentata da Su-Sung all’imperatore. Dopo vari contributi, nell’ultimo dopoguerra, spetta infine a un inglese, lo storico della scienza Joseph Needham (e agli sforzi di un suo collaboratore, l’ingegnere John Combridge che si costrinse a imparare il cinese per meglio poter interpretare le fonti in lingua originale) il merito di aver dimostrato con la ricostruzione di un modello funzionante l’effettiva verità storica della torre idromeccanica di Su-Sung. Questa vicenda eponima oggi a pieno titolo assurge a “simbolo del tempo”: in quest’orologio astronomico si deve riconoscere il precursore dell’orologeria meccanica europea. Lo stesso Needham (e dopo di lui altri) furono infine del convincimento che “…l’orologio di Su Sung non fu superato fino al Seicento, quando Christiaan Huygens inventò l’orologio a pendolo.”

Se l’orologio-torre fu un punto d’arrivo, l’invenzione dell’ingranaggio e del rotismo in Cina datava già a tremila anni prima. Dal Celeste Impero migrò in India, poi dall’Islam giunse in Grecia: qui è descritto da Vitruvio nel I secolo a.C., con applicazioni idromeccaniche e eoliche.

Astronomia ars maior.

Ricalcare le orme dei primi passi compiuti da singoli individui che applicarono concetti meccanici tali da dar nuovo corso alla storia dell’orologeria medioevale europea, è per gli studiosi impresa oltremodo ardua, quasi come recuperare uno spillo in un labirinto oscurato da una fitta nebbia. I fattori a sfavore sono innumerevoli, a partire dalle fonti documentali che utilizzano il termine latino horologium o la dizione volgarizzata oriolo (l’etimologia, origina dalle divinità egizie Horus e Ra, non a caso il dio delle tenebre e il dio della luce). Ebbene, nell’età di mezzo i predetti termini designavano entrambi i più svariati tipi di computatori del tempo, dalla clessidra all’orologio a torre. Medesimamente generica rimane la descrizione dell’azionamento, fosse esso a fuoco, meccanico o idraulico. In tale aridità linguistica, è solo a partire dal XIV secolo che l’orologio meccanico può vantare riprove illustri e numericamente consistenti, iniziando con l’orologio a torre costruito tra il 1321 e il 1325 da Roger Stoke per la cattedrale di Norwich (già dotato del pertinente quadrante astronomico). D’obbligo citare Riccardo di Wallingford, che intorno al 1360 ultima un orologio astronomico per l’abbazia di Sant’Albano, in grado di calcolare una lunazione di 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 7,64 secondi (un margine d’errore di 1,8 milionesimi con dati di stima attuali), per finire con il celeberrimo astrario del padovano Giovanni de Dondi, la cui ultimazione risale al 1380. Giovanni era figlio di quel Iacopo, medico e astrologo, che costruì il primo orologio astronomico italiano.
Ne manca letteratura (anche di folclore) in merito a orologi animati da scappamento meccanico fin prima dell’anno mille, si pensi all’agiografia relativa al canonico (matematico e astronomo) Gerberto, poi divenuto tra il 999 e il 1003 papa Silvestro II e al di lui allievo e “biografo”, il monaco Richiero. Quest’ultimo descrive un globo e due sfere armillari, concepite per la rilevazione di astri e pianeti, il cui funzionamento tutto spettava all’ingegno di maestro Gerberto. Tale invenzione presuppone anche la capacità di porre in opera il segnatempo orario. Circa duecento anni prima, nell’807, il califfo Haroun al Raschid invia in dono a Carlo Magno un orologio (al solito di tipo idraulico) ma che negli Annales di Eginando viene descritto come “… arte mechanica mirifice compositum ...”. Allo scoccare del mezzogiorno era in grado di sfoggiare la parata di una schiera di dodici cavalieri che fuoriuscivano da finestrelle, per poi ordinatamente rientrare, non senza muovere a grande stupore lo spettatore di turno.
Nessun esemplare di segnatempo orario databile tra l’undicesimo e il dodicesimo secolo è a noi pergiunto, ne tanto meno giova l’ausilio di fonti figurative. Questa cortina fumogena, non deve favorire l’insorgere di un’ipotesi che già in passato è stata caldeggiata, fino al punto da divulgare l’erronea credenza che l’introduzione del computo orario fosse invenzione ritenuta di superfluo interesse.
Certo risponde al vero il fatto che gli uomini che vissero nel medioevo cristiano prima del mille furono devoti figli di Dio, ma anche se alla lontana, rimanevano parenti di una dea minore, la superstizione.
Il medioevo, non meno che il mondo antico, fu dominato dalle scienze occulte, da maghi millantatori, da teoremi simbolici. In altre parole, i nostri predecessori dipendevano dall’astrologia e questa “scienza” traeva la sua forza motrice dall’astronomia. Al lettore più attento non sarà sfuggita l’evidenza che fino a queste righe lo si è intrattenuto massimamente disquisendo di orologi astronomici.
Questo era il genere di merce che più interessava allora! I mesi, le stagioni, i cicli della vita, gli oroscopi, le divinazioni, le profezie, la semina e i raccolti, il potere, la salvezza dell’anima. Il resto erano futili facezie. Figuriamoci un orologio che calcolava solo le ore: da ricaricare ogni tre due, impreciso, spesso inservibile perché inceppato o rotto, oneroso se da riaggiustare (erano in ferro e ottone, materiali a quel tempo semipreziosi). L’orologiaio doveva essere introvabile: era infatti un mestiere ancora da inventare. I primi prototipi furono certo considerati alla stregua di un curioso giocattolo, inizialmente divertente ma poi che noia!
Al costruttore di orologi astronomici veniva invece accreditata stima incondizionata. Fin da tempi antichissimi fu corteggiato da principi e sovrani. Nel Medioevo conobbe la sua apoteosi, fu richiesto e conteso dalle municipalità cittadine - in Italia particolarmente riottose - il cui spirito competitivo ingenerò una sorta di corsa all’orologio astronomico. Se grande e complicato, il libero comune trecentesco magnificava e autenticava la propria gloria con uno status symbol di ineludibile potere autocelebrativo e totemico.

L’orologio da polso - a noi tutti così caro - null’altro è che il lontano discendente di un succedaneo dell’orologeria astronomica. In quei complessi quadranti rotanti, quando fu inserita anche la prima lancetta (inerziale) preposta al solo computo delle ore, le venne attribuito un ruolo marginale, fu dunque un’incidentale applicazione secondaria. Non fece notizia. D’altronde, anche nella mitologia classica, le ore vennero considerate figlie di una dea minore, Temi.

Dalla conoscenza ermetica al segreto condiviso.

All’albeggiare del nuovo millennio, i germogli della prerinascenza sono potenzialmente verificabili. Il lento rifiorire dell’economia di mercato consente a modesti borghi di trasformarsi in potenti città dotate di nuove autonomie politiche e civili. l’Europa si ripopola. Intorno alle costruende cattedrali rifiorisce la cultura. Maestranze itineranti depositarie di un sapere plurimillenario rinverdiscono i fasti dell’antichità, si pensi ai maestri d’opera, che in gloria di Dio erigono monumenti anche all’uomo. La loro scienza è ermetica, inaccessibile. Applicano la regola aurea, sembrano conoscere i segreti della pietra, del tempo e dello spazio, orientano le loro cattedrali come astronavi celesti, rivolte verso la Gerusalemme terrestre, in taluni casi dominano le ore in rapporti di causa e effetto tali da indurre un raggio di sole a illuminare il Corpus Christi sacramentale durante l’elevazione eucaristica nella liturgia del mattutino o del vespro, con l’artificioso ausilio delle vetrate dei rosoni del protiro o dell’abside presbiteriale. Hanno nozioni di astronomia tramandate dal sapere esoterico orientale.
Il costruttore di orologi astronomici meccanici è l’alter ego del maestro d’opera. Le sue conoscenze gli valgono un potere straordinario, è uno scienziato taumaturgo. I pochi eletti in grado di comprendere e applicare i rudimenti dei segreti del cosmo sono merce preziosa perfino per gli imperatori, che ne richiedono l’operato e li imprigionano a se con catene dorate. Uomini animati dal genio, non di rado muoiono senza tramandare le proprie conoscenze, per timore di essere spodestati o avvelenati. In più casi passano secoli prima che qualcuno ne raccolga l’eredità.
Ma nel tardo medioevo, il collasso di un sistema che dalle antiche civiltà sumerico-caldee, pur modificandosi, si era perpetrato come in una sorta di caleidoscopico gioco degli specchi, conosce il suo definitivo tramonto. Fenomeni congiunti come l’allargamento a una diffusa nobiltà della gestione del potere e l’emergere del nuovo ceto mercantile borghese, in una fase di relativa quiescenza bellica, orienta la storia verso nuovi destini, creando una ricchezza subitanea e un corporativismo di tenace strutturazione. Questo homo novus necessita di un adeguato decoro, le arti e la scienza, prima appannaggio del solo potere spirituale e temporale, sono ora largamente richieste da privati, istituzioni cittadine e nobili di recente nomina, uniti nel comune denominatore di autenticare il nuovo status sociale attraverso i simboli dell’ostentazione.
L’Europa diviene un laboratorio di sperimentazione che tra XI e XV secolo, tessera su tessera, crea le premesse per l’avvento dell’era moderna. Nei primi decenni del Quattrocento esplode la stagione dell’Umanesimo. In questi anni, la metamorfosi del genio individuale al servizio di pochi eletti è ora compiutamente trasmutata nella più consueta figura del magister, a capo di una bottega affollata da numerosi allievi, dove, nell’interesse comune, ai migliori vengono dispensate le nozioni affinché un giorno il discepolo superi il maestro.

Per chi suona la campana.

Nel volgere del Tre e del Quattrocento, al suono di innumerevoli campane ecclesiastiche, si aggiunge - pressoché in ogni municipio ducale o comunale – anche la melodia delle ore. In questi anni era già in uso la ruota spartiora, che consentiva di dare il corretto numero di rintocchi a ogni passaggio orario. Nell’anno 1335 della Cronaca di Galvano Fiamma, si menziona un orologio installato nella chiesa di San Gottardo a Milano capace di scandire ogni ora con il pertinente numero di rintocchi, cosa che l’autore definisce “…meravigliosa e utilissima…”. I quarti d’ora iniziarono a risuonare almeno fin dal 1389 (orologio comunale della città di Rouen, in Francia).
Il nuovo tintinnio giunge dall’alto di torri su cui campeggiano spavaldi i simboli del tempo, imprigionati entro complessi rotismi a descrivere il moto degli astri, dello zodiaco, gli equinozi, le eclissi, il calendario e lo scorrere delle ore, queste ultime variamente scandite da suonerie dalla musicalità argentina, che si diffonde grazie a teorie di campane, di li a qualche tempo poi percosse da automi, il cui complicato funzionamento meriterebbe una pubblicazione a se. Questi “orologi” necessitavano della supervisione quotidiana di un “moderatore”, preposto alla carica (l’azione motrice del meccanismo dipendeva dalla caduta di un peso) e alla regolazione. Già nel 1286 uno scritto della cattedrale di San Paolo a Londra ci testimonia della prima retribuzione giornaliera a tal Bartholomeo, l’addetto al controllo dell’orologio (una pagnotta al dì e qualche bottiglia di birra).
Osservando i nostri orologi da polso, questi suoi illustri progenitori paiono dei titani. In una sorta di nemesi storica, torna alla memoria quel “Chi sei?” proferito dal gigante Polifemo al minuscolo Ulisse, che infine risponde “Nessuno”. Il seguito della storia è ben noto.

Nei due o trecento anni che precedono l’Umanesimo l’orologio segnatempo diviene improvvisamente importante. Già alla fine del Duecento, nei capitoli di bilancio delle cattedrali si riportano le voci di spesa per manutenzioni e riparazioni eseguiti su orologi, tanto da accreditare ormai l’esistenza diffusa di maestri orologiai. I famosi astrari o planetari costruiti nel Trecento, sono eseguiti da maestri il cui sapere derivava sovente per linea paterna, e gli stessi padri avevano in precedenza appreso l’arte in altrui botteghe. E’ questa una professione ormai consolidata.
Ebbene, da un generale disinteresse prima del Mille per il computo orario, d’improvviso il segnatempo diviene necessario. Cosa è accaduto?
Fu in seno alla chiesa romana (già fin dal V secolo) con l’affermarsi della regola monastica e più precisamente con il diffondersi della Regola di San Benedetto, che andò codificandosi il nuovo ordine dei servizi di culto, indicati con ore commisurate all’orologio: basti dire che ne derivò la dizione di ora canonica.
Le funzioni diurne erano sette: laudi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compièta, a queste si aggiunse il servizio notturno, le veglie (da cui originò il termine sveglia). La suddivisione in otto servizi divini traeva origine dalla Passione di Cristo.
Nel X secolo vennero fondati nuovi ordini, come quello cluniecense, la cui regola fu quasi esclusivamente consacrata alla devozione della preghiera. Seguirono altri ordini, di analoga ispirazione (i cistercensi all’inizio del XII secolo) che imposero nel monachesimo come priorità salvifica l’asservaggio alla liturgia della preghiera continua (diurna e notturna).
Nei monasteri nacque dunque la specifica necessità di formulare un segnatempo cronometrico, che computasse meccanicamente le ore del giorno e della notte. Taluni di questi monasteri divennero rinomati proprio nello studio specialistico del calcolo del tempo (si pensi a Auxerre e San Gallo), giungendo a improntare tavole di computo in grado di misurare non solo le ore (horae) ma finanche i quinti (puncta) e i dodicesimi di quinti (ostenta): ogni ost corrispondeva esattamente a uno dei nostri minuti!
Tale fu in quei tempi il timore di compromettere la salvezza della propria anima o di quella altrui, che parve fatto gravissimo non assolvere anche l’obbligo di officiare le devozioni notturne del mattutino: si pose dunque in opera gran numero di orologi dotati di campane idonee a dare invariabilmente la sveglia anche al vicesagrestano (facente funzioni di campanaro) più votato a Morfeo: il nuovo simbolo del tempo è lo svegliatore monastico. La sua massiccia introduzione lascia supporre che fosse ritenuto (compatibilmente ai tempi d’allora) uno strumento affidabile.
Dante nel canto 24 del Paradiso (scritto tra il 1316 e il 1321) ne celebra il funzionamento: la ruota principale pare come immobile, mentre il bilanciere oscilla tanto velocemente che sembra volare.
Lo svegliatore (definito nel medioevo horologia nocturna o horologia excitatoria) computava le sole ore. Era dotato di pochi rotismi e serviva esclusivamente per innescare la suoneria, azionata dallo scappamento a verga supportato da una barretta inerziale (foliot) che induceva un moto oscillatorio del martello preposto alla percussione della campana, il cui meccanismo era sovente azionato con il sistema dei contrappesi, variamente regolabili onde operare correzioni o messe a punto. Nella buona sostanza, era una campana automatizzata.
La scoperta dello scappamento a verga (descritto per la prima volta nel 1275) fu invenzione di tale efficacia, da non subire sostanziali modifiche fino agli inizi del 1800. Il foliot (bilanciere) trova la sua prima dettagliata descrizione nel 1369, nella poesia “Li orloge amoreus”, scritta dal francese Jean Froissart, dove le varie parti dell’orologio sono paragonate agli attributi dell’amore.

Sebbene siano a noi giunti (rari) esemplari di svegliatori monastici e un numero consistente di orologi astronomici medievali da torre, dobbiamo prendere atto che in nessun caso si è conservato integro il preesistente bilanciere inerziale o foliot. Tutti, invariabilmente, sono stati aggiornati con il treno di scappamento azionato dall’oscillazione del pendolo. Ad ogni buon conto, pare che la primogenitura dell’orologio monastico (con citazioni documentate che risalgono al IX secolo), spetti con titolo di merito all’Italia. La culla dell’orologeria meccanica furono le abbazie benedettine.

L’epoca aurea della rinascenza.

Tra il ‘400 inoltrato e la fine del ‘500 l’arte dell’orologeria traguarda insperabili risultati, in ragione di molteplici concause, in primo luogo riconducibili a istanze connesse al mecenatismo e a un vasto collezionismo di nobile lignaggio. Si pensi alla rinomata stanza degli “oriuoli” di Isabella Gonzaga a Mantova o alla passione che ad essi riservò fin all’ultimo della sua vita l’imperatore Carlo V (nell’incendio dell’eremo di San Yuste in Spagna andò distrutto anche l’astrario costruito da Dondi nel Trecento, che l’imperatore considerava inseparabile). Per i Medici l’orologiaio Lorenzo Della Volpaia (amico di Michelangelo e del Cellini) costruì orologi degni di fama imperitura. Ancora prima, la dinastia dei Ranieri pose in opera segnatempo animati da automi semoventi, il cui capolavoro del 1496 altro non è che l’orologio coi mori della Basilica di San Marco a Venezia. Perfino Leonardo si cimentò in studi che lasciano intuire come il genio non mancò di ragionare sul moto del pendolo, le cui oscillazioni isocroniche, come è noto, furono comprese in appieno solo nel 1583 da Galileo Galilei, allorquando la sua curiosità fu attratta dall’insistito oscillare di una lampada nel Duomo di Pisa.
Mirabile secolo, che vide le novità giunte dal Nuovo Mondo scoperto da Colombo e visse i “patimenti” delle premesse incalzanti della rivoluzione copernicana, che sconfisse la concezione tolemaica, basata sul geocentrismo. Che smarrimento parve a questa generazione il pellegrinare errando intorno al sole!
Ma non è questa la sede per dar conto al lettore delle centinaia di singoli contributi che hanno marcato il cammino della storia della cronometria, ne perorare la causa della galassia di segnatempo che questi secoli fecondi ci hanno tramandato. D’ora innanzi si vuole piuttosto evidenziare come dal macroscopico si è infine giunti al microscopico: come dall’orologio astronomico della torre campanaria il Simbolo del Tempo sia lentamente andando miniaturizzandosi, per tradursi nell’ultrapiatto e multifunzionale orologio meccanico da polso del XX secolo.

L’orologio domestico e il segnatempo da indossare.

L’orologio da camera fu la naturale filiazione dello svegliatore monastico, che dapprima originò l’orologio da guardia di ronda, con diversa destinazione d’uso ma scopo affine. Entrambi erano appesi a un muro. Similmente, i primi orologi da camera (in ferro) furono del tipo detto “a lanterna” ed erano allocati a parete tramite un gancio e due speroni. I pesi sottostanti dovevano essere sollevati almeno due volte al giorno. In breve tempo, il meccanismo si ornò di casse lignee decorate secondo i dettami alla moda, dal Gotico Severo al Fiammeggiante Internazionale.
Ai primi segnatempo domestici venne attribuito un grande valore, se durante gli spostamenti della famiglia l’orologio figurava tra i beni al seguito del proprietario, così come le preziose vetrate dipinte delle finestre.
Al Victoria and Albert Museum è esposto il più antico esemplare di orologio dotato di carica a molla (risale al 1450, ma almeno già dal 1430 risultano documentati in Borgogna).
I primi esemplari ebbero molle in ottone, scarsamente elastiche, non erano in grado di fornire un’azione di forza costante, dimodoché il computo orario risultò gravemente imperfetto. Tuttavia, dopo varie modifiche migliorative si giunse infine a improntare alla base di una ruota dentata un conoide - scanalato con spirali di diversa sezione - ove si fissava un budello, che andava poi avvolto intorno al bariletto al cui interno era allocata la molla: fungeva da leva meccanica in grado di imprimere un movimento costante al differenziale di energie fornito dalla molla. In un manoscritto membranaceo scritto tra il 1456 e il 1460 (oggi alla Biblioteca Reale di Bruxelles) se ne trova la prima restituzione visiva. Naturalmente, la carica della molla venne affidata a una chiave.
La forza motrice esercitata dalla molla in luogo dei pesi e la conoide che ne armonizza il funzionamento sono, in questo specifico ambito, le innovazione tecnologiche alla base dello spartiacque tra il mondo medievale e quello moderno. Nella prima metà del XV secolo erano già in essere i presupposti per il successivo sviluppo dell’orologeria da tasca e da polso.
Paolo Alemanno - un riparatore di orologiai di origine tedesca - descrive nei suoi appunti taluni orologi che ebbe modo di restaurare durante la sua attività a Roma, che si protrasse tra il 1475 e il 1484; vi figurano oltre trenta orologi da camera di cui già otto con carica a molla, i più semplici erano di fabbricazione italiana (con quadranti già ripartiti in 24 indici orari), quelli di maggior complessità provenivano da rinomati centri della Fiandra o dalla Borgogna, un primato che già verso la metà del Cinquecento decade in favore di Norimberga e Augusta, dove atelier altamente specializzati crearono le premesse per una produzione di alta qualità tecnologica e artistica, con orologi dotati di numerose complicazioni, da mensola o da tavolo, di forma inusuale (a fiore, a ostensorio, a calvario, a nave, a turibolo) massicciamente esportati anche in altri paesi, come l’Italia.
E’ dunque in Germania che l’alta specializzazione corporativistica, dovuta alla sinergia di diverse maestranze (orologiai, orafi, ottonai, bronzisti, fabbri), determina la formazione di atelier organizzati e competitivi, ne mancano apporti infusi dai grandi artisti del tempo: Hans Holbein il Giovane e Albrecht Durer non disdegnano di progettare disegni per casse e finiture d’orologi.
Per ben comprendere come le dinastie europee ambissero circondarsi di orologi, a cartina tornasole basterà citare il solo inventario redatto alla morte della regina Elisabetta I d’Inghilterra: in un’intera sezione si descrive gran numero di segnatempo che pare quasi trattarsi di gioielli, tale era lo sfavillio di pietre preziose che ne ornava le casse.
Nella prima metà del Cinquecento, oltre ai già menzionati orologi da tavolo, fa capolino anche l’orologio da indossare al collo (con meccaniche il cui diametro era ridotto a 4/5 centimetri) e poiché siamo in clima di controriforma i più richiesti sono orologi la cui forma rimanda a tematiche morali cristiane: sono veri e propri memento mori, in buona parte a croce pettorale o a teschio. Il primo costruttore di orologi da persona documentato è il francese Julien Coudrey (? - 1530). Era di Blois e fu al servizio della corte; per Luigi XII eseguì un orologio di così minute dimensioni da poter essere montato nell’elsa di una spada. A Norimberga, a partire dal 1565, nella corporazione degli orologiai per assurgere al rango di magister era necessario superare un difficile esame dove fra i vari capi d’opera da porre a compimento era incluso anche un segnatempo da indossare al collo, provvisto di funzione a sveglia. Tra i primissimi modelli di orologi da sfoggiare al collo (per signora) si segnala la sfera portaprofumo (del resto in quei tempi dove l’igiene era quanto mai scarsa, un po’ di muschio aromatizzato certo era di un qualche giovamento alla conversazione ravvicinata).
Già sul nascere del XVI secolo l’orologio si appresta a divenire l’inseparabile compagno delle nostre ore!

Il Seicento, la “migrazione del sapere”, la cronometria.

Essere maestro orologiaio significava possedere una cultura superiore a quella di un qualunque artigiano, fosse un fabbro-ferraio o un gioielliere. Cultura e impegno civile sospinse molti orologiai a sposare la causa dei movimenti riformisti, così prestando il fianco ai fenomeni di persecuzione religiosa che nel Seicento infiammarono l’Europa.
Nella prima metà del secolo i flussi migratori connessi alle persecuzioni dei protestanti segnò il declino del primato dell’orologeria di Norimberga e di Augusta. Per contrappeso, rifiorì l’orologeria della vicina Francia. Nel 1685, con la revoca del editto di Nantes, un gran numero di profughi abbandonò la Francia trovando rifugio in Inghilterra e nei cantoni svizzeri, tra questi numerosi orologiai. L’Inghilterra in particolare seppe avvantaggiarsi del sapere degli esuli a tal punto che Londra, tra la fine del ‘600 e gli inizi del secolo seguente, conquista il primato mondiale della costruzione di orologi domestici e da persona. Vi furono stranieri che seppero meritare l’ambito titolo di orologiaio di corte. Già dal 1632 viene ufficialmente riconosciuta la prima corporazione londinese, denominata Master, Wardens and Fellowship of the Art or Mistery of Clockmaking.
Nel Seicento, le casse degli orologi si modularono in scenografici e magniloquenti esercizi decorativi, ispirati alle mode del tardo manierismo e del barocco. Tra gli orologi domestici più diffusi - oltre alle consuete tipologia di forma - troviamo il tipo da mensola o da appoggio, solitamente destinati a una committenza di rango sociale elevato, mentre un pubblico di disponibilità meno ragguardevole poteva optare per l’orologio detto “a lanterna”. Il nome origina probabilmente dal termine inglese latten (ovvero ottone, del resto erano modelli in buona parte costruiti in questo materiale, a differenza dell’orologeria di precedente fabbricazione che era in ferro). L’ottone offriva nuovi vantaggi: poteva essere fuso entro uno stampo e garantiva ai rotismi di gran lunga minor usura, i perni in ferro creavano infatti meno attrito a contatto con l’ottone. Hanno una lancetta sola e il quadrante è diviso in dodici ore, così da risparmiare notevolmente il dispendio della riserva di carica della funzione a suoneria. Erano mantenuti in carica dall’azione bilanciata e contrastata di pesi e molle, destinati tuttavia a veloce estinzione: nel 1657 l’olandese Christiaan Huygens applica i principi dell’oscillazione del pendolo all’orologio, inizia l’era della cronometria. Di colpo, l’intera produzione dei secoli precedenti parve obsoleta: l’utilizzo del pendolo come regolatore determina un più preciso funzionamento meccanico e con un’unica carica l’orologio può funzionare per una settimana, un mese o un anno.
Gli inglesi, fin dal 1660 furono in grado di costruire orologi animati dall’oscillazione del pendolo (inizialmente lungo circa 25 centimetri), ma dieci anni dopo la misura accrebbe notevolmente con il Royal Pendulum, così decretando il notevole successo dei “cassa lunga”, modelli ove solo il quadrante dell’orologio rimaneva in mostra, mentre il pendolo e i pesi erano celati alla vista (e protetti) da eleganti strutture lignee alte circa due metri. Quando il pendolo misurava un metro, nel gergo degli orologiai “batteva il secondo” (tempo di oscillazione da un estremo all’altro). L’introduzione del pendolo lungo fu resa possibile grazie a un’altra importante innovazione: lo scappamento ad ancora, inventato intorno al 1670 dal londinese William Clement, la cui ruota dentata era in grado (in parole facilmente comprensibili) di imprimere al pendolo un’oscillazione ogni secondo. Ne consegue che se si applica una lancetta ad un’ulteriore ruota collegata alla ruota dello scappamento ad ancora munita di trenta denti (in grado di compiere sessanta scatti al minuto), si era infine giunti a misurare i secondi!
E questo il secolo dove l’orologio da indossare si è ormai evoluto codificandosi nella formulazione da tasca, trovando sperimentazione in ambito bellico. I primi esemplari hanno forma a oignon e ricordano vagamente un uovo o una cipolla. Sovente hanno doppia cassa, per meglio proteggere meccanica e quadrante da urti o dal sibillino infiltrarsi della temuta polvere, in grado di impastare il lubrificante dei rotismi. Le casse sono eseguiti da orafi e argentieri con gran dispendio di materiali preziosi (oro, argento, smalti, pietre preziose, cristallo di rocca, tartaruga, avorio, pelle di squalo) mentre il meccanismo è in ottone dorato, di norma ornato da incisioni o trafori di raffinata miniaturizzazione. Nel 1675 il già ricordato Christiaan Huygens inventa la molla a spirale da applicare sulla ruota a bilanciere, un’innovazione tale da conferire quella precisione necessaria che finalmente anche nei tasca consente di inserire la lancetta che rileva anche il computo dei minuti. E’ di questi tempi la moda che impone all’uomo di indossare l’orologio nel taschino del panciotto. Pochi anni prima, nel 1676, era stata introdotta in Inghilterra una modifica sul sistema della suoneria detta “a chiocciola e rastrello” che nei tasca permise una maggiore affidabilità della funzione di ripetizione delle ore e nel contempo favorì anche l’introduzione dello scoccare dei quarti, utile in particolare nelle ripetizioni al passaggio e a richiamo.

E in Italia? I nostri segnatempo si caratterizzano per un’inventiva mai convenzionale, altrettanto non può dirsi della produzione dei restanti paesi europei. Tra i molti valenti (e oriundi) orologiai attivi in epoca barocca, si distinse in particolare la dinastia romana dei Campani, specialisti nella costruzione di magnifici orologi notturni, efficienti e silenziosi. Val la pena ricordare che poco prima del 1520 era già stato inventato un “orologio notturno”, che in virtù dell’osservazione dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore collimate alla Stella Polare, calcolava l’ora.

III. Dai successi inglesi e francesi al predominio svizzero.

Il potere del Tempo.

Da tempo immemorabile, il possesso della conoscenza e della misurazione del tempo e degli astri fu uno strumento di potere. Si pensi all’effetto magico che poteva sortire un aruspices etrusco nel prevedere il verificarsi di un’eclissi solare. Similmente, anche in tempi a noi più vicini, il predominio del computo orario non fu affare da poco, tanto che nazioni come l’Inghilterra e la Svizzera teorizzarono e pianificarono come una ragion di stato la salvaguardia delle industrie orologiarie, giungendo a influenzare la geoeconomia di mercato, con veri e propri monopoli.
I due exempla a seguire saranno sufficienti a convincere anche i più disillusi in merito al “potere del tempo”.

1) Nel Cinquecento, il Celeste Impero, era ancora come sigillato entro una sfera di cristallo,
letteralmente inaccessibile a chi viveva all’esterno. La millenaria costruzione della grande muraglia e una ferrea politica isolazionista tenevano i “barbari” a debita distanza. Osserviamo il problema da un’angolazione inconsueta: quella della salvezza delle anime. Sebbene molte nazioni fecero carte false per tentare di aprire un varco nel mercato cinese, onde trarne benefici commerciali, una tra queste e non meno tenace, la Chiesa, era invece interessata a conquistare a Dio quel straordinario numero di anime.
Intrighi di corte internazionali e potenza bellica a nulla valsero. Vinse infine l’orologio.
La testa di ponte occidentale sulla finestra cinese era Macao - un’isoletta sotto Canton - che nel 1557 il Portogallo poté utilizzare per scambi commerciali con l’Oriente. Anche Macao era cinta da alte mura, così che cinesi e “barbari” mai potessero vedersi. Nel 1577 qui giunse il missionario gesuita Matteo Ricci, uomo assai bello e ideale incarnazione dei principi del “cortigiano” teorizzati dal Castiglione. Ebbene, costui, nel volgere di un anno si impossessò a tal punto della lingua cinese da poter conversare amabilmente con i mandarini Ming. Ricci aveva anche notevoli cognizioni di astronomia e svelò ai cinesi approfondite nozioni sul computo del calendario (il loro era piuttosto imperfetto); fece inoltre vedere sfere, mappamondi e astrolabi di sua costruzione che molto incuriosirono gli eruditi locali, ma soprattutto sortì grande interesse con un orologio dotato di suoneria, il che fece gran clamore. Finì così per aver la concessione di aprire una missione a Chao-ch’ing e di li a poco (evento straordinario) un impaziente imperatore lo volle al suo cospetto entro la Città Proibita. L’ambito orologio a suoneria, fu dono graditissimo dall’incarnazione divina, che ne divenne geloso custode tanto da celarlo accuratamente anche alle attenzioni dell’imperatrice madre. Ricci e il cristianesimo ebbero porte aperte a Pechino, e legioni di missionari colonizzarono l’anima di molti cinesi.

2) La regina Elisabetta I d’Inghilterra, per ingraziarsi il favore del potente sultano turco, comanda l’esecuzione di un mirabile dono. Cosa di meglio di un orologio? Fu dunque fabbricato qualcosa di effettivamente straordinario: un orologio astrario-zodiacale, con un automa in forma di guerriero a battere le ore. Ne mancava un carillon con un gallo che muoveva le ali e cantava grazie all’ausilio di sedici campanelle, e ancora otto figure che si inchinavano davanti a un dipinto della regina (adorna di pietre preziose) mentre due araldi davano fiato alle trombe; contemporaneamente, un angelo capovolgeva una clessidra all’inquietante muover d’occhi di una grande testa. L’orologio era installato su un organo alto sedici piedi, la cui tastiera si azionava automaticamente quattro volte al giorno, al cessar di ogni musica - alla sommità del medesimo - un concertino di merli e allodole sbatteva le ali cantando. Quando il dono (non senza un viaggio rocambolesco e per più d’un motivo drammatico) fu presentato al cospetto del sultano e della sua corte, il successo fu tale che tra Inghilterra e Turchia iniziò un fitto interscambio commerciale.

Inghilterra Docet.

Inghilterra e Francia tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo si contendono il primato dell’esportazione mondiale di orologi. Entrambe le nazioni dispongono di maestri in questo campo che sono veri e propri giganti, si pensi a Thomas Tompion oltre la Manica o a Pierre Le Roy in Francia. Tuttavia, l’invenzione di uno svizzero trasferitosi in Inghilterra, permise a quest’ultima di far definitivamente pendere l’ago della bilancia in favore della supremazia britannica. Nicholas Facio nel 1704 ottiene licenza per fabbricare orologi i cui rotismi sono imperniati su boccole ricavate da pietre preziose, così da migliorarne notevolmente la precisione (si era infatti superato il problema dell’attrito tra le varie parti meccaniche in movimento, in precedenza solo parzialmente risolto dagli incavi per olio lubrificante ideati da Henry Sully). Solo nel 1770 si scoprì la tecnica segreta che permise a Facio di forare il diamante o il rubino. Prima d’allora, per la concorrenza non ci fu speranza, anche perché l’introduzione dello scappamento a ancora di Thomas Mudge rese l’orologeria inglese ancora più precisa.

Nella seconda metà del secolo dei lumi vennero eseguiti i primi passi nella giusta direzione onde risolvere il rilevamento del tempo in navigazione. Il fine dichiarato era la scoperta della longitudine per mezzo del rilevamento cronometrico (in precedenza veniva misurata con l’ausilio delle cosiddette “meridiane universali” o con sestanti o altri marchingegni di dubbia utilità). Per secoli la clessidra caracollò sospesa a funi scandendo il tempo durante la navigazione, ovviamente l’utilizzo di un qualunque segnatempo meccanico era votato a subitanea o repentina rottura, per il frequente verificarsi di fortunali.
Perseguire il computo preciso della longitudine era cimento di primaria importanza, poiché il commercio internazionale e lo stesso predominio bellico erano decisi sovente in mare.
Dei molti orologiai che a vario titolo introdussero in questa strenua ricerca contributi significativi, piace qui menzionare solo coloro che maggiormente diedero impulso a soluzioni decisive per la storia della cronometria marina: dapprima gli inglesi George Graham (scappamento a cilindro), gli Harrison, il francese Pierre Le Roy (il primo a produrre uno scappamento con ruote separate dal bilanciere, sperimentando inoltre lo scappamento a détente, con impulso unidirezionale a bilanciere e molla; al suo genio vanno ricondotti contributi idonei a compensare le variazioni di temperatura). E ancora il “francese” Ferdinand Berthoud, e i britannici John Arnold e Thomas Earnshaw (bilanciere a espansione, scappamento libero, applicazione della molla a cilindro in oro bianco sul bilanciere). In particolare furono proprio gli orologiai inglesi (Frodsham, Dent, Raskell, ecc.) a costruire gran numero di cronometri marini di precisione, il cui sistematico utilizzo sulle flotte britanniche valsero alla madrepatria il predominio dei mari.
Pare non inutile far rilevare al lettore che buona parte delle innovazioni testé descritte sono tutt’oggi alla base della produzione dell’orologeria da polso meccanica.

La Francia di Breguet.

Dall’ultimo quarto del XVIII secolo fino alla metà del secolo seguente la Francia, che nel ‘700 si era già imposta per l’alto tenore della produzione da tasca, da mensola e da parete (celebri le cartel d’applique incrostate alla façon de Boulle) segna qualche punto a suo favore nel campo dell’orologeria di alta precisione, il cui merito spetta in buona parte all’ingegno versatile di Abraham-Louis Breguet, uno svizzero naturalizzato francese. Celebre fu il suo perpetuelle tourbillon, il primo orologio a carica automatica perpetua della storia) ma in particolare inventò una molla a spirale ancor’oggi in uso nei cronometri di precisione, che galvanizzò la competitività dell’orologeria francese. Si rese inoltre protagonista nello sviluppo di orologi a cassa e meccanica ultrapiatta, pose in opera funzioni meccaniche sofisticate come le ripetizioni, che oltre alle ore e ai quarti suonavano anche i minuti (il cui scampanellio, volendo, poteva essere reso silente e percepibile solo al tatto).
Si dedicherà ora qualche cenno alla marca Breguet, anche perché questa firma conobbe nel mondo tale fama già da prefigurare per i tempi d’allora talune controindicazioni tipiche della moderna globalizzazione. Breguet sortì un effetto mediatico equiparabile a quello della Rolex: Napoleone o lo czar russo indossavano solo Breguet, nella letteratura gli eroi di Dumas, Puskin, Stendhal o Verne erano invariabilmente accessoriati con orologi del celebre atelier parigino.
Finì dunque con una percentuale di 1 a 500. Uno autentico e 500 falsi. Lo stesso Breguet per tentare di arginare il problema delle imitazioni escogitò l’apposizione di una firma che tenne rigorosamente segreta, celata nel quadrante sotto il numero 12 e così minutamente incisa da poter essere intravista solo con l’ausilio di una ragguardevole lente di ingrandimento!

La Svizzera: gigante silente.

I cantoni elvetici, nel ‘700, dispongono già di una valida e strutturata produzione di orologi, rinomata in particolare per l’esecuzione di segnatempo corredati da automi e funzioni musicali. Il salto di qualità giunge nel 1673, quando manifatture e ateliers vengono progressivamente concentrati nella città di Ginevra, con la conseguenza che intorno alla metà del ‘700 questo centro urbano fortemente federato e corporativo, si impone per il gran numero di orologi che immette sul mercato internazionale, a prezzi economici: un pregio e un limite. Paradossalmente questa potenzialità ne penalizzò la diffusione, poiché furono percepiti come un sottoprodotto e coralmente ritenuti più scadenti di quelli inglesi o francesi.
Operano manifatture ancora in erba ma destinate a grande nomea: tra queste la Vacheron, fondata nel 1755.
Bisogna attendere gli inizi dell’800 per assistere alla prima importante affermazione dell’orologeria svizzera. Sintomatica fu l’introduzione del calibro Lépine, che ingenera una sorta di rivoluzione nel modo di costruire il modulo base meccanico, che si assottiglia vistosamente dismettendo la conoide e buona parte di una delle due platine, con rotismi fissati a ponti e bilanciere ora disposti “in linea”. Ne risulta un orologio estremamente semplificato, di spessore ormai dimensionato alle moderne misure della tipologia da polso e di facile riparazione. Questa novità valse ai ginevrini l’attenzione del pubblico internazionale e garantì - fin quasi alla fine dell’Ottocento - introiti consistenti a decine di migliaia di lavoranti.

L’orologeria tra ‘800 e ‘900. La produzione in serie.

Già nei tempi precedenti, a ben guardare, il costruttore di orologi altro non era che il Deux ex machina di un lavoro di rifinitura e assemblaggio di componenti in buona parte costruite da altri. Se nel passato le consuetudini corporative di matrice medioevale ne sono il naturale presupposto, nel secolo decimonono tale modus agendi divenne un processo conclamato, in ragione di necessità conseguenti alla competizione industriale. La figura dell’artigiano-artista ora vacilla definitivamente e se non dispone di una miscela ben assortita di virtuosismo e capacità imprenditoriale è votato a sicuro fallimento. Tra ‘800 e ‘900 una pletora di marche svaniscono come falcidiate dalla peste nera, o vengono accorpate dalla concorrenza, che riduce il margine di guadagno e condanna all’estinzione chi non pianifica attentamente i costi e i rischi d’impresa.
Siamo ormai a Ottocento inoltrato e le fette della torta del mercato internazionale sono spartite tra Inghilterra, Francia, Svizzera e l’emergente America del nord. Quest’ultima ridurrà di molto (a proprio vantaggio) le fette della torta che spettavano ai famelici inglesi, costringendoli a un severo digiuno, nonché a un declino senza appello. Ma se Atene piange, Sparta non ride: anche la Francia uscirà malconcia da una competizione che candida Svizzera e U.S.A. alle finali. Gli svizzeri (di fatto gli unici a prendere sul serio il problema della concorrenza) hanno nel gioco di squadra collaudato un potente elemento di potenziale dirompenza, gli americani in panchina allenano la loro arma segreta: la costruzione a macchina di pezzi interscambiabili. Nel 1850 Aaron Lufkin Denninson trova il modo di avviare la prima produzione in serie di orologi da tasca a costi altamente competitivi, con la conseguente fondazione della Waltham Watch Company, che produsse quaranta milioni di orologi! Ne consegue che analizzando ad esempio la produzione pro-capite per operaio all’anno, prendendo a riferimento il 1875, lo svizzero ne fabbrica quaranta, l’americano tre volte di più. Nel 1876, gli svizzeri, nel perdere il monopolio sul mercato americano, capirono la lezione.
A fronte di firme rinomate che apparentemente vendono orologi di propria fabbricazione, si diffonde a dismisura un’imprenditoria specializzata nella produzione di singole componenti, siano esse quadranti, viti di compensazione per bilancieri, casse di orologi lignee, lancette o boccole per ingranaggi, si delinea altresì la convenienza di eseguire componenti interscambiabili, tanto che orologi di case madri statunitensi sono quasi per intero eseguiti con pezzi provenienti dalla Svizzera o dall’Inghilterra. E se è vero che esiste un mercato di nicchia di alta qualità - gestito strenuamente da marche d’eccellenza - il vero business diventa lo slogan “l’orologio a un dollaro”, in altre parole l’orologio per tutti.
Le premesse di questo processo sono rintracciabili già alla fine del ‘700, con l’avvento della rivoluzione industriale e la conseguente produzione seriale a costi contenuti, dovuta all’energia fornita dalle prime macchine a vapore. Non è esente dal successo industriale della fabbricazione seriale anche la nuova abitudine di pagare la merce in contanti, sostituendo un’economia di scambio che nella prima metà del XIX secolo, era ancora percentualmente significativa: per un buon orologio un cavallo mediocre, sei oche apparentemente sane e 20 baiocchi rateizzati.

Tra il 1850 e il 1914: dai titani griffati all’orologio “per tutti”.

Tra la seconda metà dell’800 e l’alba del primo conflitto mondiale si configura l’ossatura della futura produzione mondiale, con produzioni selettive e target di clientela ben definiti. Sono anni che vedono nascere il gotha delle marche ancor’oggi celebri: Audemers Piguet, Breitling, Certina, Jaeger-LeColtre, Eberhard, Girard-Perregaux, Piaget, Tissot, Ulysse Nardin, Bulova e molte altre.
In questi decenni matura con una progressione caleidoscopica la messa a punto dell’orologio meccanico moderno. Nel 1842 trova pensionamento forzato il glorioso (ma scomodo) sistema di caricamento a chiave. Il merito spetta allo svizzero Adrien Philippe (della Patek-Philippe) che introduce la sua versione di corona a carica manuale, a ore 12. Viene abbandonato il conoide in favore del bariletto mobile. Si perfezionano sistemi antiurto a protezione del delicato bilanciere, dal prototipo di Breguet fino all’incabloc, introdotto nel 1928. Nei primi del Novecento Charles Edovard Guillaume elimina il problema derivato dalle variazioni termiche dei metalli, introducendo la lega invar. La messa a punto delle lancette venne azionata da un pulsantino mosso dalla corona di carica, prima d’allora era necessario farlo con le dita della mano! Ma che fatica far cambiare le consuetudini della clientela: servirono tra i venti e i trent’anni per dismettere l’amatissima chiave di carica e ancora nel ‘900 marche inglesi offrivano orologi con carica a chiave.
In particolare, gli americani si cimentano nel tentativo di produrre orologi in serie a basso costo, si pensi a Jason R. Hopkins di Waschington, che brevettò nel 1875 un meccanismo rotante che permise di vendere orologi a 50 centesimi di dollaro o alla Ingersoll che nel Michigan dal 1896 fabbrica un milioni di pezzi, in vendita a un dollaro. Tuttavia, nessuna ditta statunitense si perpetua a noi, perfino la gloriosa Elgin National Watch Company di Chicago chiude i battenti nel 1964.
I francesi mantengono quote di mercato nella fabbricazione di orologeria a “valore aggiunto”, si pensi alla Le Roy parigina che nel 1897 accetta la commissione per l’esecuzione di un orologio da tasca che posto a termine nel 1901, ancor oggi viene considerato l’orologio più complicato mai concepito da mente umana. Benché misuri sette centimetri e pesi 228 grammi, consta di una progressione impressionante di funzioni. Oggi è conservato al Museé des Beaux-Arts di Besançon.
I tedeschi, inseriti nella gara ai tempi supplementari, trovano nella Gebruder Junghans di Strasburgo la marca nazionale che si impone anche all’esterno per l’affidabilità tecnologica dei suoi manufatti.
Gli inglesi mal reggono la concorrenza americana e ancor più quella svizzera, in grado di falsificare e commercializzare marche straniere di contrabbando. Nei primi decenni del Novecento cessa ogni tentativo di produzione in Gran Bretagna; nel secondo dopoguerra si impiantarono fabbriche di orologi da polso, ma anch’esse votate al fallimento.
Vinse infine la Svizzera, che nel 1936 segnò a proprio vantaggio lo spartiacque della produzione mondiale. Alla base di questo importante traguardo risiede l’annosa esperienza nella tradizione di elevata qualità (meccaniche complicate, alta moda) sinergicamente connessa alla produzione di serie selettiva senza snaturare standard elevati, sgominando così la concorrenza americana, i cui modelli a basso costo furono più volte definiti nelle riviste del tempo come “adatti per gli uomini delle caverne”. Un tedesco attivo in Svizzera a La Chaux-du-Fonds, George-Frédéric Roskoff, riuscì dove gli americani avevano fallito: fabbricò la versione elvetica dell’orologio economico, con corona di carica manuale, scappamento semplificato, cassa in lega di rame, zinco e nichel e fin dal 1869 all’Esposizione Universale di Parigi - nello stupore generale - un suo orologio fu premiato con la medaglia di bronzo, guadagnando alla Svizzera larghe fasce di clientela: il modello Roskoff costava venti franchi, una cifra accessibile anche al piccolo borghese inurbato.
Tra il 1890 e il 1913, le esportazioni d’orologi svizzeri aumentarono del 5,6% all’anno, passando da 4,8 a 16,8 milioni di pezzi. A partire dal 1907 gli svizzeri vinsero puntualmente il primo premio mondiale nel settore modelli da tasca. Quattro anni prima Paul Ditisheim ebbe il podio nella gara annuale di cronometria di Kew, in Inghilterra: anche il riconoscimento internazionale più ambito era diventato un primato elvetico.

IV. L’orologio da polso.

“Il mio tempo deve ancora venire: alcuni nascono postumi.”
(Friedrich Nietzche)

Gli esordi.

Come ogni genealogia che si rispetti, anche quella dell’orologeria da polso assomma qualche raro ma illustre antenato.
La donna detiene il primato nell’aver per prima sfoggiato al polso un orologio, sebbene celato nelle sembianze di un gioiello.
Sua maestà la regina Elisabetta I d’Inghilterra, nel 1571 si vide omaggiare da uno spasimante (il conte di Leicester) un orologio minuscolo, montato su un bracciale.
Nel Seicento, il filosofo francese Blaise Pascal indossava al polso un orologio da tasca, saldamente legato con abbondante cordame, onde evitare di sfilare dal taschino venti o trenta volte al giorno l’orologio da tasca.
Data al 1764 un consanguineo di stretta parentela: l’inglese John Arnold costruisce un orologio dal diametro di soli 13 millimetri (con ripetizione delle ore, dei quarti e dei mezzi quarti). E’ un dono riservato a re Giorgio III: fa bella mostra di se montato su un anello.
Torna a impreziosire un bracciale l’orologio commissionato e registrato nel 1790 dalla manifattura svizzera Jacquet-Droz e Leschot.
Celebre è l’orologio installato sul bracciale-gioiello che nella notte del 16 gennaio 1806 orna il nobile polso di Amalia Augusta, principessa primogenita dei sovrani di Baviera, nel fastoso matrimonio con Eugenio di Beauharnais, voluto da Napoleone. Fu commissionato dall’imperatrice Giuseppina al rinomato gioielliere parigino Ninot.
Da tradizione popolare discende invece l’insistita voce che furono balie, madri e nutrici a indossarlo usualmente al polso con l’ausilio di un nastro, fin dal XVII secolo, così da evitare che il piccolo potesse attaccarsi alla collana ove solitamente la donna attaccava l’orologio.

Nella seconda metà dell’Ottocento, sono numerose le grandi marche che progettano la costruzione di orologi destinati al polso, prima fra tutte la Cartier a Parigi, che fra il 1872 e 1892 fissa nei tre punti cardine dello sviluppo della maison anche la possibilità di esplorare le offerte del mercato nel settore degli orologi da polso, che Louis Cartier considerava strategico.
Ma per una massiccia diffusione dell’orologio da polso era tuttavia necessario il verificarsi di altre condizioni: la tecnica doveva essere in grado di offrire un prodotto che resistesse in primo luogo alle insidie connesse a urti frequenti e a sollecitazioni prolungate.

“In hostem celerimme volant”

La prima fornitura “seriale” fu commissionata da Berlino e destinata ad alti ufficiali superiori dei reparti della marina imperiale tedesca. L’esecuzione venne affidata a ditte svizzere e in particolare alla Girard-Perregaux di La Chaux-de-Fonds. Siamo nel 1880. Si tratta di orologi da polso con cassa in oro e quadrante dal diametro di due centimetri e mezzo. Poco dopo, nella guerra dei Boeri, ufficiali dell’artiglieria inglese hanno al polso modelli costruiti dalla Omega in Svizzera. Nel 1906 la conterranea Eberhard affida a capaci ingegneri lo studio di modelli ad uso militare.
Tempo prima, Napoleone affermò “ … solo io sono a conoscenza del valore che hanno in guerra anche solo i cinque minuti”. L’interesse del piccolo grande corso all’orologeria gli merita un primato singolare: introdusse l’uso della savonette “a occhio di bue”, con coperchio dotato di un foro centrale così da poter consultare gli indici orari senza ricorrere all’apertura della seconda cassa.
Ancora una volta è da ricercarsi nella tecnologia di guerra, nel caso di specie in materia d’orologeria, il primo diffondersi seriale dell’ultimo nuovo venuto, medesimo destino aveva incontrato il suo predecessore da tasca, nel lontano Cinquecento.

Al polso tra vanità e emancipazione.

L’altra metà del mondo, le donne, salutano il sorgere del XX secolo con l’orologio-gioiello al polso (l’atelier Bulgari fu il primo a produrlo serialmente fin dal 1905). L’industria orologiaria, nel puntare marginalmente su linee destinate a un pubblico femminile, inaspettatamente comprese che all’orizzonte si profilava una nuova fascia di mercato dalle potenzialità inimmaginabili. Si aggiunga l’evenienza che un formidabile complice ne costituiva il naturale substrato: la moda della Belle Epoque, che impone alla donna un abbigliamento ricco, tessuti ricamati, pizzi, piume, perle, maniche molto lunghe. Al polso fanno capolino i primi modelli, ma per lo più l’orologio continua a ornare il collo, in forma di pendentif.
Nel clima lieve e spensierato di fin du siecle, l’emancipazione della donna coglieva i primi frutti e lo spirito indomito dell’Art Nouveau vagheggiava le sue asimmetriche movenze, pur stemperandosi nelle più severe e geometriche forme della secessione viennese. La cassa dell’orologio da polso destinato al pubblicò femminile ne vestì le sembianze, maliardamente ammiccando a forme rettangolari allungate, esagonali, a fiocco, a oblò, da cui sorridevano quadranti non troppo severi, imprigionati entro decori fittamente cesellati o milligranati, a imitare motivi “a pavé” .
Giochi di linee modulate e vezzosamente smaltate in sapienti contrasti cromatici ebbero notevole seguito, e nel primo decennio del nuovo secolo parve preminente dar spazio al decoro, così che il meccanismo divenne sempre più piccolo e il quadrante seguì simile sorte, onde dar spazio e risalto agli ornamenti della cassa, sempre di foggia preferibilmente allungata.
I fasti dell’orologio da tasca e da polso si celebrano sotto i riflettori dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900, per poi dilagare nei magnifici palcoscenici della prima esposizione dell’Art Nouveau del 1903, dove gli schemi ottocenteschi sono surclassati da una creatività ineguagliabile. Già dal 1906 a Parigi la Maison Cartier ha conquistato la clientela più esclusiva con la sua linea di bracciali vivacizzati da orologi in oro tempestati di diamanti tagliati “a rosa” o in platino, ornati da smalti traslucidi e gemme: li indossano la baronessa Rotschild o la duchessa di Sutherland. Nel 1908 a Ginevra viene fondata la Rolex, con una filosofia produttiva fortemente incline ai modelli da polso. Poco dopo Jaeger-LeColtre e Brédillar iniziano la serie tonneau, con bracciali composti da perle fissate su sottili fili metallici. I cinturini sono di tendenza, a volte in seta moiré, altre in crine di cavallo intrecciata o in metalli estendibili; le fibbie hanno decori che richiamano la cassa e talvolta sono à déployante. Nel 1909 i costumi orientali di Leon Bakst nei Ballets Russes di Sergej de Diaghilev al Théatre du Chatelet segnarono anche negli orologi l’inizio dell’estetica delle Mille e una Notte. Nelle serata di gala dell’alta società, già in questi anni qualche signora sfida i canoni tradizionali (che imporrebbero il lungo guanto scuro) e sfoggia l’orologio al polso. Sono anni in cui per il gentil sesso la sola frettolosa “sbirciatina” al polso per scrutare l’ora poteva essere interpretata come un’innegabile mancanza di stile.

Modelli celebri e nuove tecnologie. (1900 – 1914)

Alla base del successo dell’orologio da polso risiedono ricerca e sperimentazione, creatività e capacità di prevedere il mutare dei gusti, in un mercato in continua evoluzione.
A seguire, troveranno agile e breve descrizione le innovazioni di maggior evidenza e i modelli-mito che conquistarono il favore del pubblico.
Nel 1900 giunge la scoperta della lega “Invar” a cura di Sir Charles Edovard Guillaume: consente un primo parziale controllo delle variazioni termiche dei metalli. Nel 1901 Leroy riesce a miniaturizzare ben 25 funzioni in un unico meccanismo da tasca. L’anno seguente, un’equipe di orologiai parigini studia il sistema di applicare il datario, nel dichiarato obbiettivo di inserirlo nell’orologio da polso (il cimento fu di estrema complessità, anche in ragione delle funzioni bisestili). Data probabilmente al 1904 il prototipo del celebre modello “Santos” della Cartier, il primo, il più famoso e il più elegante orologio da polso per uomo, che il 12 novembre del 1907 volò per 220 metri al tempo record di 22 secondi, lo indossava il pilota-pioniere brasiliano Alberto Santos-Dumont. La versione del “Santos” è ancora oggi il modello più imitato dai contraffattori di Cartier. Nel 1908 la Audemars Piguet realizza il primo orologio da polso dotato di suoneria con ripetizione a minuti.
Risale al 1910 il “Poliplan” della Movado, la cassa è innovativa: di linea rettangolare curvilinea, asseconda la forma del polso. Nello stesso anno Frederic Piquet diminuisce sensibilmente lo spessore degli orologi e la ditta Heuer lancia “Time of Trip”, l’antesignano dei cronografi di bordo per automobili.
Nel 1912 Longines mette a punto il primo (rudimentale) sistema di cronometraggio per rilevare la partenza e l’arrivo degli atleti.

V. Prima guerra mondiale.

In servizio permanente effettivo.

Sarà nel rombo assordante delle trincee della Grande Guerra che silenziosamente l’orologio da polso affronta il suo “battesimo del fuoco”. Inizialmente è indossato da austeri ufficiali dei reparti d’artiglieria prussiana, che con lungimiranza teutonica sanno intuire in appieno le potenzialità devastanti delle batterie disposte a fuoco sincrono, con l’orologio saldamente consultabile al polso, grazie a un cinturino in pelle a cui vanno cucite le anse rettangolari fisse, appositamente saldate sulla cassa. La corona di carica in un primo tempo rimane a ore 12, ma ben presto trova sede definitiva a ore 3. Un marziale reticolato grigliato metallico protegge il robusto vetro e il quadrante mostra vistosi indici orari verniciati al fosforo, onde assicurarne anche la visone notturna. In breve tempo la “nuova recluta” va in prima linea insieme a ufficiali di reparti inglesi, francesi, italiani e altri ancora.
Spostamenti veloci, necessità tattiche, reparti anche lontani fra loro il cui ordine d’attacco esigeva un tempismo cronometrico, imposero una consultazione oraria il più possibile celere. Pare evidente intuire come in combattimento risultasse svantaggioso cercare l’orologio da tasca, estrarlo e poi riporlo.
Di quei tempi tormentati alcune versioni da polso meritarono sul campo medaglie al merito, tanto che oggi taluni modelli sono ambiti e ricercatissimi dal collezionismo internazionale: si pensi allo svizzero “Army”, o al celebre “Tank” che Cartier produsse per le forze armate U.S.A., o al primo cronografo monopulsante da polso della storia, prodotto da Gaston Breitling nel 1914.
Se al fronte un’intera generazione si decimava al ritmo di centinaia di migliaia di unità al giorno, gli articoli di lusso e l’orologeria d’elite in questi anni tragici conobbero la stagione dell’oro: Cartier aumentò considerevolmente il fatturato, allo Chez Maxim’s si celebravano feste indimenticabili e i balli parigini inebriavano l’aristocrazia ancora incapace di cogliere l’arrivo di venti avversi. Solo nel 1917, nelle ore drammatiche della rivoluzione bolscevica, diviene palese il capolinea di un mondo che si avvia al tramonto.
La guerra accelera i processi industriali e alla fine del primo conflitto mondiale il trampolino di lancio era pronto: l’orologio da polso, si prepara a combattere una lunga battaglia sulla versione da tasca anche in tempo di pace, ma sarà una vittoria incerta e sofferta.

Se il combattente ha conosciuto l’orologio da polso, nel ritorno alla vita borghese pare quasi dimenticarlo. I dati statistici del dopoguerra non lasciano dubbi: la percentuale di diffusione della versione “polso” è marginale (se non insignificante) qualora raffrontata al numero di esemplari “da panciotto” costruiti ogni anno nel mondo. Il maschio pare riluttante a “ingentilirsi” il polso con un orologio che a quel tempo parve propriamente un distintivo femmineo. Nonostante l’evidente utilità, non fu preso troppo sul serio.

Modelli celebri e nuove tecnologie (1914 – 1918)

Nel 1914 la Jaeger-LeCoultre produce il modello “Eterna”: è l’antesignano degli orologi da polso dotato di sveglia incorporata. Nello stesso anno la Breitling, su richiesta dell’aviazione, inaugura la ricerca specifica nel campo del cronografi da polso. Del 1916 è il brevetto di “Micrograph” della Heuer: cronometra i centesimi di secondo. Cartier nel 1918 produce la versione in oro e platino del celebre modello “Tank”, le caratteristiche sbarrette laterali ricordano i cingoli dei carri armati alleati. Nel 1918 in America, su brevetto svizzero, si producono casse “Water proof”, ma il seguito fu di così scarso rilievo che il progetto venne subitaneamente accantonato.
In questo periodo il quadrante di gran moda è in argento godronato.

Anni Venti: Decomania.

Nel primo dopoguerra la metamorfosi del pubblico femminile è a dir poco prodigiosa. Donne al volante, donne nei club sportivi: una rivoluzione. Mentre si balla al ritmo del jazz le gonne si accorciano e si sfoggiano scollature generose se non audaci. Il vestire assume forme sobrie e essenziali: il contrasto impone vistosi accessori.
Charles Frederick Worth - il vate della moda – paradigma l’estetica di questo decennio nella missione di vivere nel e per il lusso.
E’ il trionfo dell’orologio da polso-gioiello volutamente sfoggiato ma di glamour raffinato, con casse impreziosite da corolle di pietre pregiate di ogni varietà (ma con preferenza al diamante e allo zaffiro). Le case costruttrici si sbizzarriscono in una vasta gamma di realizzazioni, rigorosamente ispirate alle forme dettate dai canoni stilistici del momento. Sono anni che segnano il trionfo della Cartier e della Vacheron Constantin, che immettono serie a cassa ovale destinate a diventare un classico. A forme “convenzionali” si oppone la creatività che contraddistingue la linea lanciata da Mario Buccellati.
Esplode l’Art Deco’… il 1925 è l’anno decisivo.
Nella Ville Lumière a Parigi si svolge l’Esposizione Universale delle arti decorative e tutti gli oggetti sono selezionati nell’osservanza di un criterio orientato verso l’originalità. Per quanto pertiene l’orologeria, fanno capolino nuove gemme accanto a quelle solitamente in uso: giada, cristallo di rocca, nefrite, lapislazzuli, onici, disposte in giochi geometrici o uniformate a moduli compositivi di ispirazione orientale. Cartier espone orologi e gioielli su manichini che emulavano le donne di Modiglioni: nel Papillon de l’Elegance nasce l’inscindibile connubio tra arte, cultura, moda e gioiello. Nel 1922 grande seguito esercita il fascino del rinvenimento nella valle dei Re della tomba - quasi intatta - di Tutankhamon. Ora l’orologio da polso è diventato prezioso come un bracciale essendosi estesa la parte interessata al decoro. Spesso il quadrante è del tipo “a scomparsa”, visibile solo sollevando un piccolo coperchio (ornato anch’esso) o a demi-savonnette, con coperchio provvisto di indici con “oblò a vista” onde favorire la lettura oraria. E’ di moda anche la corona di carica abbellita da pietre cabochon. Nel 1926 comincia l’intramontabile mito del “Rolex Oyster”, lo indossa Mercedes Gleitze che traguarda a nuoto in tempi record il canale della Manica: 15 ore.
E’ bene osservare come lo stile superato sia duro a morire, accade così che il vecchio e il nuovo per un decennio coesistono ed è difficile a volte - solo su basi stilistiche e meccaniche - datare con certezza alcuni esemplari. La produzione legata al fenomeno della Decomania è invece inconfondibile: il “motivo firma” è riconoscibile nella stilizzazione figurativa associata al rigore geometrico, interpretata talvolta fino all’astrattismo.
I francesi in questo periodo rappresentano l’avanguardia di rottura con il passato, ma non mancano esempi di dura polemica contro “il gusto barbaro imposto dalla Francia”.
Fu questo il decennio degli “Anni Folli”, come felicemente scrisse in un racconto Francis Scott Fitzgerald. All’incontenibile gioia di vivere che seguì al trattato di Versailles del 1919, corrispose nel 1929 il crack della Borsa di Wall Street, una crisi che decima anche il mercato dell’orologeria, pur senza troppo scalfire le marche di grande prestigio, che incassano una perdita di circa 1/3 del fatturato complessivo.

Il successo dell’orologeria da polso deve la sua irrefrenabile ascesa alla moda: in questi anni divenne aut indossare guanti o maniche lunghe.

Modelli celebri e nuove tecnologie. (1918 – 1930)

L’Ulysse Nardin nel 1919 costruisce il primo movimento a bilanciere in lega “Invar”. Nello stesso anno, giunge il brevetto per il capostipite degli orologi al quarzo (ma solamente nel 1967 ne sarà riconosciuta la precisione, dodici volte superiore rispetto a quelli meccanici). Nello stesso anno Cartier produce la linea per aviatori “Carré Santos” e l’ Eberhard lancia il cronografo da polso a attacco snodato e fondello incernierato, la versione in oro conobbe una tale rinomanza da esser ancor oggi ambita). 1922: Movado presenta “Ermeto”, con funzione di carica esercitata dall’apertura del coperchio, che in posizione serrata cela alla vista il quadrante. Nel 1924 John Harwood brevetta il primo meccanismo automatico da polso. Del 1926 è il leggendario modello “Oyster” a tenuta stagna e due anni dopo la Rolex crea il primo orologio completamente impermeabile all’acqua, inventando la corona e la cassa a vite. La giapponese Seiko entra nel mercato dell’orologeria da polso. 1927: Longines produce “Angolo Orario”, destinato agli aviatori e alla celebrità. L’anno seguente Patek Philippe immette sul mercato il primo cronografo rattrappante e la Tissot pone a buon fine il primo sistema antimagnetico di qualità. Nel 1929 Lecoultre presenta l’orologio da polso più piccolo del mondo: pesa un solo grammo!

VI. Lo sport impone l’orologio da polso.

Il mito sportivo e il cronografo.

L’orologio figura tra i simboli esemplificativi dell’estetica tecnologica che febbrilmente contagiò la generazione del primo dopoguerra. Navi, transatlantici, automobili, dirigibili, treni e aerei ogni giorno infrangevano nuovi record nel denominatore comune della velocità. Nella temperie del futurismo, l’orologio di precisione diviene l’arbitro di un nuovo orizzonte mentale, dominato da un’incrollabile fiducia nella scienza. Lo spingersi oltre i limiti - nell’immaginario collettivo - finisce per associare il ruolo dello sportivo al paradigma dell’eroe, e già così accadde 2500 anni prima quando l’eroe greco era il vincitore delle olimpiadi, un semidio che aveva il privilegio di comparire davanti agli dei con il capo cito da una corona d’alloro aurea. Dalla mistica sportiva al mito tecnologico il passo fu breve: l’orologio da polso dotato di funzione cronometrica assurge a simbolo distintivo del recordman. La pubblicità e la cinematografia, nuovi potenti strumenti mediatici, lanciano i modelli indossati da eroi dello sport e dalle dive dello star system hollywoodiano, ingenerando un processo collettivo di auto identificazione che in breve trasforma l’accessorio da polso come in un bene oniricamente desiderabile. Per l’uomo di successo l’orologio da polso “griffato” diventa uno status sociale irrinunciabile.
Le case produttrici cavalcano il treno dei desideri, improntando modelli idonei a soddisfare le esigenze più differenziate. Nel 1919 l’Eberhard converte la sua produzione altamente qualificata di cronometri da tasca modificandoli ad uso polso, candidando il marchio della manifattura svizzera a fama duratura (successo replicato nel 1935 quando immette sul mercato l’inedito modello a due pulsanti, più complesso). Il cronografo conobbe vasta diffusione e tutte le case costruttrici - a partire dagli Anni Venti - lanciarono sul mercato svariati modelli, oggi oggetto di accanita caccia da parte di esigenti collezionisti. I più facoltosi, per la prima versione del cronometro Rolex cassa oro (provvisto di datario) spendono fino a 300.000 euro.
In questi anni la cronometria da polso si evolve fino a dotare i meccanismi di funzioni altamente specializzate, compaiono modelli a lancette sdoppianti, per calcolava i tempi intermedi tra il primo e il secondo classificato in una gara sportiva, in alcuni il quadrante fu stampigliato con scale telemetriche, tali da consentire al medico il computo delle pulsazioni del cuore o il calcolo della distanza per il tiro al cannone, e altro ancora.

Anni Trenta: “The Devil’s Decade”

Dall’America la “Grande Depressione” nei primi Anni Trenta lambisce anche l’Europa e il Decennio del Diavolo che vede l’affermazione dei regimi dittatoriali, di dilanianti lotte sociali, il razionalismo positivista segna il passo in favore del decadentismo e del nichilismo.
Si continua a sognare, Hollywood ne è la macchina propulsiva, la radio annulla le distanze tra popoli e continenti e già nel 1930 la direttrice Parigi-New York conosce il primo volo traslatlantico.
Gli Anni Trenta sono contraddistinti da una produzione da polso altamente qualificata, in contrapposizione tra pulsioni classiche e anticlassiche, moderniste e funzionaliste. Ricordiamo fra tutti un modello di Jaeger-LeColtre, detto “Due Linee”: è la versione da donna più piccola del mondo, data al 1929 e nasce da una scommessa ove si sfidava l’orologiaio a costruire una meccanica di poco superiore a quella di una capocchia di un fiammifero.
Il 1931 è un anno d’eccezione: si tiene a battesimo il brevetto del modello “Reverso”, il nome è appropriato: cassa e meccanismo scorrono sul supporto fino a rovesciarsi completamente, così garantendo in caso di necessità una protezione totale. Ne esistono anche rare versioni con quadranti a tipologia digitale, dette “a saltarello”. L’idea ispiratrice nacque dalla necessità di alcuni ufficiali inglesi di giocare a polo indossando un orologio capace di contrastare urti potenzialmente distruttivi. Sempre al ’31 risale la versione “Pasha” della Cartier, un inno allo stile ispano-moresco che apre la via alla moda esotica e allo stile coloniale. Il primo modello fu costruito per El Glaoui, Pacha di Marrakesh. Rolex inaugura il leggendario “Oyster perpetual”, un orologio a carica automatica dotato di massa oscillante a rotore centrale, destinato a imporsi all’attenzione del pubblico di allora e d’oggi. Nel 1933 la Patek Philippe traguarda un record nella miniaturizzazione delle funzioni complicate per l’orologeria da polso: “Graves” computa ore, minuti, secondi, ora dell’alba e tramonto, equazione del tempo, calendario perpetuo, carta delle stelle, fasi lunari, cronografo rattrappante, suoneria a quattro gong, ripetizione minuti e sveglia.
Perdura anche in questo periodo la moda di associare alla cassa anse “a maniglia” semovente, un espediente già applicato nel decennio precedente.
Un successo inaspettato coglie la versione “Mike One” e i fumetti di Walt Disney con topolino sul quadrante entrano a pieno titolo nella storia dell’orologeria: ne furono venduti 25 milioni di esemplari!
Accanto a nomi altisonanti, coesistono produzioni pur sempre valide, che accontentano un pubblico meno esigente; marche interessanti sono le svizzere Cyma, Record Watch, e la Mida, per contralto in America si distinguono la Elgin e la Illinois Watch Company.
Nella seconda metà degli Anni Trenta l’Art Deco’ perde di popolarità e ci si orienta verso la produzione di modelli più sobri. Si studiano le possibilità offerte dal colore e dalla forma, si medita la volumetria; il metallo che prima serviva come base all’elemento ornamentale, ora lo si sfrutta sotto il profilo della linea e degli effetti che la luce esercita su esso, all’uso del platino e dell’oro bianco si preferisce l’oro nelle sue tonalità gialla, rossa e verde, cassa e quadrante alla moda sono bicolori. Si diffonde il mito dell’orologio a linea aerodinamico. Nel segmento femminile grande seguito avranno cinturini-bracciale a tubo flessibile (detti a tubo del gas) e a coda di topo.
Tiffany, coglie successi di pubblico a dir poco lusinghieri e la Rolex introduce modelli a cassa rettangolare, di riuscita ideazione, che la confermano star della High Society.

Si tenga presente che sul totale dell’esportazione svizzera l’orologio da tasca nel 1925 copriva ancora il 64,5%. Il polso avanza, ma è una corsa a ostacoli……

Modelli celebri e nuove tecnologie. (1930 – 1940)

Nel 1930 giungono alla Regia Marina Militare italiana i cronografi commissionati alla Eberhard & Co. Nel medesimo anno esce “Graves” della Patek Philippe, l’orologio più complicato mai prima concepito ad uso polso. Datano al 1931 il brevetto del modello “Reverso” di Jaeger-LeCoultre, del “Pasha” di Cartier e l’”Oyster Perpetual” della Rolex. Il 1933 vede nascere il brevetto di “Vendome”, della Cartier, gli attacchi della cassa sono ad ansa centrale snodabile (un intramontabile ancor’oggi in produzione). Nel 1934 compare “Mike One”: l’orologio con topolino sul quadrante che fino al 1957 tocca vendite esponenziali. I cronografi medicali datano al 1936, così come il “Siderografo” della Longines, naturale evoluzione del celebre cronografo “Lindebergh”. Il 1937 è l’anno del brevetto di “Prisma” di Cartier, l’idea deriva dal periscopio dei sottomarini, con il quadrante riflesso da un vetro prismatico. Nel 1939 l’industria orologiaria introduce nelle casse l’uso dell’alluminio, mentre il milanese Tullio Bolletta mette a punto il TI.BI., un liquido atto alla rapida pulitura dei meccanismi, ancora oggi in uso.

VII. Le case costruttrici: una “tecnocrazia pubblicitaria”.

Lo sport sollecita la tecnologia a misurarsi con situazioni limite, l’orologio deve affrontare elementi ostili come l’acqua, le alte temperature, la compensazione della gravità terrestre, urti e sollecitazioni estreme, gli influssi e le variazioni dei campi magnetici naturali (per gli esploratori polari) e artificiali (generate dai potenti motori degli aerei).
Nella prima leggendaria trasvolata dell’oceano Atlantico, Lindebergh indossava al polso un cronometro appositamente realizzato dalla Longines, la cui cassa era in ferro dolce a spessore potenziato, capace di permeare i campi magnetici. Il fortunato epilogo valse anche alla Longines un ritorno d’immagine (e non solo!) di incalcolabile rilievo.
L’introduzione della lega Annibal (nichel, cromo e tungsteno) consente di imprimere e mantenere un ritmo di oscillazione costante al cuore pulsante dell’orologio (bilanciere e ancora), vanificando così l’azione degli effetti del variare della pressione e dell’umidità dell’aria.
La temperatura, che ingenera dilatazioni nel bilanciere e nella spirale verrà vinta dall’introduzione di componenti in lega enlivar, il cui coefficiente di dilatazione termica è di indice trascurabile.
A ogni nuovo traguardo tecnico seguiva l’immancabile cassa di risonanza sovvenzionata dalla casa costruttrice, dispiegata con campagne pubblicitarie sapientemente orchestrate e ben orientate a un pubblico precedentemente individuato, con l’ausilio di indagini di mercato. La cartellonistica era affidata a illustratori di provata esperienza, consapevoli del potere di suggestione che sortiva un’immagine subliminale mirata, virtualmente idonea a cogliere nel segno. In parallelo seguiva una campagna stampa che a lettere cubitali ribadiva le nuove frontiere raggiunte dalla “tecnocrazia orologiaria” e nel redazionale, tra le righe, l’editorialista (talvolta foraggiato) non perdeva occasione di elogiare il nuovo modello di turno, e la casa madre.
Sia ben chiaro: le grandi marche avevano un parco tecnici di altissimo profilo. Gli introiti consentivano ricerche avanzate e staff di prim’ordine, qualcosa di simile al team della rossa di Maranello dei nostri giorni.
Per dovere di cronaca, segnalo la prima campagna pubblicitaria che ebbe per protagonista un orologio da polso. Nel 1909, sulla rivista americana National Geographic. si celebra il modello di Hamilton, destinato alle Ferrovie U.S.A., dotato di un innovativo sistema di azionamento a leva per l’azionamento degli indici orari.
Relativamente all’evidente importanza per una marca di essere sempre tecnicamente all’avanguardia, si dirà solo che in quei decenni lo spionaggio industriale fu all’ordine del giorno, con tanto di spie “dormienti” e doppio o triplo gioco…. talune di “lodevole” e sibillina tenacia, tale da far impallidire un veterano della C.I.A.

E c’è da dire che l’intera storia dell’orologeria meccanica dal XVII secolo in poi è costellata di plagi, furti, imitazioni, sgambetti e quant’altro giustifichi la vanità del primato o il delirio del successo economico.

Solo tra il 1930 e il 1940, gli svizzeri (pare incredibile) centrano l’obiettivo di marginalizzare l’industria orologiaria americana, sostanzialmente in forza di un fattore-sorpresa. Convinsero l’opinione pubblica internazionale che indossare un orologio piatto, era chic. La vittoria giunse non sul filo sottile della ricerca tecnologia, ma sull’induzione inconscia dettata da subliminali slogan pubblicitari: un’arte che nei laboriosi cantoni avevano appreso dagli statunitensi. O dea Nemesi.

Anni Quaranta.

I venti di guerra impegnano le maggiori marche mondiali ad accaparrarsi gli appalti per l’esercito. Modelli ad esclusiva destinazione militare di case prestigioso indossano la divisa e combattono su ogni fronte. In Italia, le Officine Panerai predispongono il “Luminor Panerai”, affidato in dotazione agli incursori della marina. Fu denominato il “sommergibile da polso”: era in grado di sopportare immersioni fino a trenta metri in perfetta efficienza. La Wyler Vetta produce il cronografo “Cinematique”
Tipica di questo periodo è la scomposizione delle linee classiche, con moduli circolari bombati e anse ricurve, di cui la Piaget e la Baume & Mercier offrono modelli raffinatissimi e lussuosi, destinati a un pubblico di nicchia. Trova un nuovo segmento produttivo anche l’esecuzione di orologi di forma, in particolare quadrangolare, esagonale trapezoidale o asimmetrica. Cinturini e bracciali vestono nuove linee e assumono la denominazione ispirata al disegno delle maglie che li compongono: “a spina di pesce”, “a coda di topo”, conosce grande notorietà la versione “Tank”, desunta dai cingoli del carro armato o il modello semirigido a linee ad aggetto sfalsato. Ne mancano le novità nei quadranti, dove si impone il modello in argento “Mat” o il quadrante oscurato.
Ora servono orologi che accompagnano l’uomo in tutte le situazioni che lo vedono protagonista attivo. Si consolida anche nell’orologio la tendenza di intercambiare un diverso modello abbinandolo al cambio del vestiario. Ne consegue una particolare attenzione al modello da sera, che in questi anni conosce il favore del pubblico mondano. Celebre espressione di questa tipologia è il “Misterieux”, a firma Jaeger-LeColtre, in oro bianco e brillanti in luogo degli indici orari; al posto delle sfere girano (come sospesi nel vuoto) due brillanti, che in realtà sono incastonati su un cerchietto di vetro meno rifrangente alla luce di quello posto a protezione del quadrante, risultando invisibile.
Anche il vetro a protezione del quadrante si bomba e in certi esemplari - destinati al pubblico femminile - è una vera e propria lente d’ingrandimento. Il mercato destinato alla produzione della linea femminile è quantomai incerto, in ragione di gusti differenziati e si può con giusta causa affermare che gli unici modelli che il gentil sesso indossò a lungo furono nella buona sostanza solo il “Tank” e il “Reverso”.
Il cronografo conosce diffusione inarrestabile, specie nelle sue varianti da amatore, con funzione di sdoppiante e rattrappante.
Con la seconda guerra mondiale, la difficoltà nel reperire metallo nobile e pietre preziose fa si che ci si orienti verso nuovi materiali come l’acciaio e il nichel, le casse diventano quadrate e il cinturino è quasi sempre in cuoio. L’orologio da donna è sempre più simile alla versione maschile. Nel 1944 il “Rolex Price” è l’orologio più preciso del momento: in 45 giorni ha uno scarto di ¼ di secondo quotidiano.
A guerra finita, si nota un graduale alleggerimento delle forme, che nel decennio successivo segna il successo dell’ultrapiatto. Di li a poco si affacciano sul mercato modelli capaci infine di appannare l’illustre storia dell’orologeria meccanica: gli elettrici. Nubi minacciose si profilano in Oriente e un nuovo temibile concorrente è pronto a misurarsi con l’Europa… ma questa è un’altra storia, dove perfino il microchip è infinitamente grande, poiché anche l’atomo viene fatto a fette.

Modelli celebri e nuove tecnologie. (1940 – 1945)

Nel 1940 le Officine Panerai forniscono il modello subacqueo “Luminor”, in grado di affrontare trenta metri e oltre, in immersione. Nello stesso anno la Marvin produce il “Copertone”, un orologio destinato al pubblico femminile a cassa in forma di ruota allocata entro un copertone di gomma. Il 1944 vede trionfare la cronometria di precisione, il “Rolex Prince”: ritarda solo un quarto di secondo al giorno.

VII. Il trionfo dell’orologio da polso.

E’ fuor di dubbio che oggi l’orologio da tasca venga coralmente percepito come una curiosità d’altri tempi, un buffo oggetto - se non addirittura un ninnolo - che i nostri nonni indossavano sul panciotto mettendo bene in mostra la catena che ne era il naturale complemento, magari ostentandolo compiaciuti durante le funzioni della messa domenicale o a una delle tante fiere che scandivano il tempo della civiltà rurale. Dunque un ricordo mutuato e filtrato dalla visione cinematografica piuttosto che un elemento tramandato dalla memoria collettiva: un orpello di decoro piuttosto che un inseparabile manufatto destinato alla fruizione quotidiana. I meglio informati probabilmente lo ritengono una specie di status symbol da comparare all’effetto che sortisce oggi l’indossare l’aureo Rolex President (quello sopra al polsino della camicia di Agnelli), che invariabilmente notiamo al polso di categorie come i notai, i grandi imprenditori o comunque chi nella scala sociale intenda distinguersi per l’invidiabile denuncia dei redditi. Un po’ come avrebbe fatto nei primi anni del ‘900 il mercante di bestiame che ad ogni occasione estraeva il sovradimensionato Roskoff in argento, inciso con l’immancabile locomotiva a vapore, dal quadrante variamente adorno di numeri orari impreziositi da smalti vistosamente balucicanti. Era questa una credenziale in quegli anni ritenuta di grande effetto creditizio e oggi ci conferma come più che mai l’orologio nei secoli fu (ed è) tra i simboli di potere censorio maggiormente accreditato.
Parrà dunque incredibile ai più scoprire che l’orologio da polso ha subito una diffusione di massa solo negli ultimi quattro o cinque decenni.
Un esempio, analizzando una produzione - a titolo di campione - significativa come poteva essere quella del mercato statunitense (cfr. U.S. Tariff Commission), notiamo che ancora l’anno successivo alla grande depressione del 1927, l’orologio da tasca viene prodotto in un numero di 8.010.000 unità, mentre sempre nel 1928, si producono solo 990.000 orologi da tasca: una percentuale di circa 8 a 1. E’ questa la riprova che l’orologio da tasca era ancora di gran lunga di moda. Nel 1941 gli orologi da tasca assommano a 7.913.000, mentre quelli da polso in totale sono 3.599.000, con uno sfavore di oltre il doppio. Solo un evento drammatico come l’ingresso degli U.S.A. in guerra (e in ragione di precise esigenze belliche) decreta nel 1943 il primo storico sorpasso dei “polso” (65.000) sui “tasca” (63.000). Ma a guerra finita, nel 1946, i tasca ritrovano il favore della committenza con una produzione di 2.931.000 esemplari a fronte dei 2.000.000 destinati a uso polso.
Bisognerà attendere il 1953 per verificare il definitivo sorpasso e la conseguente affermazione della tipologia da polso (3.321.000) in sfavore della concorrenza da tasca (2.710.000), e negli anni a seguire il trionfo dei primi sui secondi sarà lento ma inarrestabile, tra gli Anni Sessanta e Settanta il tasca è ormai obsoleto, per giungere ai giorni nostri con una produzione di modelli a limitata tiratura, destinata esclusivamente a una ristretta nicchia di estimatori.

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