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“Storia dell’orologeria”
a cura di Paolo Cesari
Contributo
pubblicato in:
“Simboli del Tempo”
Icaro Edizioni, 2004
AA.VV.
* Per note, bibliografia e regesto fotografico si rimanda
alla consultazione della pubblicazione.
I.
Introduzione.
Orientarsi nel tempo, fin dai primordi, fu per l’uomo
una necessità fondamentale.
La nozione temporale e la scansione delle ore del giorno,
dei mesi e degli anni (ritmi biologici circadiani e circannuali)
è insita anche nel nostro “orologio biologico”.
Si annida nel codice genetico, assecondando sinergie predeterminate
dal nostro genotipo e fenotipo. In particolare, si ritiene
che nella corteccia cerebellare ne sia celato l’inconscio
ricordo ancestrale: in caso di estrema necessità si
attiva l’impulso che risveglia l’archetipo del
computo temporale. Già all’alba della psicanalisi,
Froid e Jung notarono che talune malattie mentali determinavano
la totale rimozione del meccanismo di attivazione biologica
che consente di orientarsi nel tempo, configurando nei soggetti
in analisi dissociazioni di grave entità.
Nell’uomo multimediale questa percezione “sensoriale”
è silente, vanificata dall’ausilio delle tecnologie,
ma solo qualche centinaio d’anni fa un nostro predecessore
per verificare l’ora avrebbe quantomeno di giorno contato
i passi della proiezione del proprio cono d’ombra, mentre
durante la notte si sarebbe orientato volgendo lo sguardo
alla posizione di talune stelle. La gestione del tempo (con
buona pace di Einstein) è dunque relativa
e viene percepita e parametrata in modo differenziato in ragione
della fase storica a cui si appartiene.
Solo a partire dal tardo medioevo, qualche fortunato poté
usufruire di un “servizio gratuito” orario: nel
XIV secolo i grandi centri cittadini cominciarono a dotarsi
di orologi civici provvisti di potenti campane, i cui rintocchi
scandivano (non senza sonore imprecisioni) le ore diurne e
notturne. Chissà che stupore provarono quei villici
che nelle campagne o nelle vallate montane sentirono per la
prima volta l’eco inquietante di così strani
e incomprensibili rintocchi.
Se le generazioni che si avvicendarono prima dell’anno
mille non ebbero l’opportunità di meravigliarsi
per i prodigi delle applicazioni che il genio umano andò
poi disvelando, certo un babilonese o un antico egizio fu
in buona fede convinto di vivere in tempi straordinari, giacché
gli eruditi ritenevano il computo del tempo già un’arte
altamente specializzata. A riprova, già nel secondo
millennio a.C. era noto l’orologio idraulico (poi detto
clessidra) e all’epoca del faraone fanciullo Tutankhamon
si consultavano imponenti orologi solari: gli obelischi, che
altro non erano che monumentali lancette di un più
vasto computatore temporale disposto a terra, in grado di
rilevare anche il tempo astronomico, il solstizio d’estate
e gli equinozi; ne mancavano in numerose civiltà preistoriche
orologi idraulici capaci di calcolare il passare delle ore,
il cui funzionamento era in parte anche azionato da rotismi
meccanici. All’epoca dell’impero romano,
in Italia, già nel I secolo d.C. Cicerone, durante
le sue ben note arringhe, teneva sempre d’occhio l’immancabile
orologio azionato ad acqua di cui era provvisto ogni buon
tribunale romano (a monito di prolissi avvocati), mentre il
fondatore dell’Impero - l’augusto Ottaviano –
installò a Roma un obelisco egizio (oggi in Piazza
Montecitorio), comandando inoltre che il matematico Facondo
lo corredasse della necessaria meridiana, onde garantirne
la funzionale lettura oraria. Ma nel caso di meridiane e gnomoni,
l’affidabilità oraria fu certo relativa e in
buona parte affidata alla benevolenza del dio Cronos o al
capriccio di altre divinità: in caso di brutto tempo
ogni consultazione oraria era vana.
Negli ultimi tremila anni l’uomo si è sempre
misurato col tempo orario avvalendosi di ombre, gnomoni, meridiane,
clessidre, candele, lampade a olio e altro ancora.
A ogni buon conto la storia dell’orologeria “moderna”
può dirsi solo vecchia di un millennio, e trae origine
propulsiva dall’adozione sistematica di precise applicazioni
acquisite dalla sperimentazione delle leggi della meccanica,
con scoperte che negli anni a seguire valsero al genio umano
straordinari traguardi.
Tra gli antesignani agli albori della storia dell’orologeria
meccanica vi è ampia storiografia relativa ai cosiddetti
svegialtori monastici medioevali, provvisti di un
rudimentale martelletto che percuoteva stonate campanelle
onde officiare le frequenti liturgie diurne e notturne entro
le mura dei monasteri benedettini. Lo scarno meccanismo era
bilanciato e animato sostanzialmente dal solo ausilio di contrappesi,
la cui affidabilità temporale era quantomeno dubbia,
tanto che le cronache del tempo ci tramandano la memoria di
lagnanze a cura di monachelli ligi al dovere che ebbero ripetute
sveglie forzate nel cuore della notte, così accreditando
la celia che prima e dopo l’anno mille il clero volle
vedere nel segnatempo un instrumentum satanicus.
Dietro alle favole, sovente si nasconde una verità
diametralmente opposta, tant’è che proprio la
Chiesa diede attiva propulsione all’avvento dei segnatempo
meccanici. E non è quasi “divina” l’odierna
precisione dell’orologio atomico, basato sulla frequenza
naturale di un atomo di cesio che vibra a 9.192.631.770 cicli
al secondo di ora astronomica, con una possibilità
di margine d’errore stimata in un solo secondo
in tremila anni…
Si vedrà, di qui in avanti, come la conquista della
misurazione del tempo – condotta a tappe forzate - sia
avventura tra le più entusiasmanti, a maggior ragione
se si pensa che lo strumento principe che li pose in opera
fu il tornio azionato a arco, più o meno lo stesso
che seimila anni fa già usavano in mesopotamia. Una
versione successiva, il tornio ad asta, fu praticamente
operativo fino a ieri l’altro: nel 1970 in Inghilterra
era ancora in funzione.
II. Dal genio individuale all’atelier organizzato.
Beninteso: poco sappiamo in merito a eventuali orologi il
cui funzionamento era coordinato da funzioni meccaniche prima
del X-XI secolo, tuttavia, un esempio emblematico risulterà
illuminate per meglio chiarire come già in quegli anni,
da molti erroneamente chiamati “oscuri”, non mancassero
nozioni e uomini la cui mente era animata da geniali luccicanze.
A riprova che i primi tenaci passi furono percorsi da individui
mossi da genio proprio, piuttosto che da specifiche conoscenze
in materia di scienza meccanica, si addurrà a esempio
un fatto accaduto nel lontano celeste impero. La trattazione
a seguire, molto semplificata e resa accessibile a un pubblico
di lettori curiosi ma non specialisti, occupa tuttavia volutamente
uno spazio significativo poiché ad essa in particolare
è affidata la dimostrazione della casualità
che talvolta è artefice di eventi di portata epocale.
Non è forse un caso se nell’Atene del V secolo
a.C. nacque una generazione capace di dar vita all’epoca
aurea di Pericle? Parimenti, se nella Firenze del terzo decennio
del ‘400 quasi simultaneamente non fosse nato quel manipolo
di artisti destinati a cambiare la storia dell’Arte,
il Rinascimento avrebbe avuto diversa storia? E quale sarebbe
stata la vicenda umana di questi individui animati dal genius
loci se il loro virtuosismo non fosse stato favorito
da mecenati pur essi vivificati dall’amore per l’arte
o per la scienza? Al lettore le debite conclusioni.
L’orologio
a torre idromeccanica di Su-Sung.
Correva
l’anno 1086 della nostra era allorquando un imperatore
cinese fanciullo (verosimilmente consigliato da un qualche
saggio ministro), comandò che tutto lo scibile in materia
di astronomia tramandato dal passato, fosse compiutamente
rielaborato onde provvedere alla costruzione di un orologio
astronomico capace di superare ogni conoscenza precedente,
onde così celebrare degnamente il proprio regno e glorificare
il lignaggio della sua stirpe.
L’arduo cimento fu infine affidato al diplomatico Su-Sung,
i cui interessi in materia scientifica erano a K’aifeng
(capitale della dinastia Sung) noti e stimati. Quest’uomo
lungimirante organizzò una squadra di maestranze variamente
idonee, infine coordinate da un soprintendente e progettista
(un certo Han Kung-lien, definito come un impiegato di rango
minore del Ministero del Personale - in nulla esperto di orologeria
- ma di assodata mente incline a tradurre la teoria in pratica).
In due anni fu predisposto un modellino in legno funzionante,
due anni dopo i rotismi e i meccanismi bronzei erano già
fusi. Nel 1094 la relazione e il monumentale orologio furono
presentati all’imperatore.
L’orologio, alto come una torre di quaranta piedi circa
e polifunzionale, era a dir poco prodigioso: un globo celeste,
inclinato alla linea d’orizzonte ruotava intorno a un
asse polare, e insieme alla terra, varie sfere armillari -
a loro volta rotanti - riproducevano l’orbita del sole,
della luna e di talune stelle, così permettendo il
calcolo del calendario perpetuo e della divinazione astrologica.
Il movimento simultaneo era azionato da rotismi sovrapposti
(con diametri variabili da sei a otto piedi), connessi a una
coppia di assi in trasmissione che consentivano finanche il
calcolo delle ore e dei quarti, entrambi segnalati da automi
semoventi. Vi erano inoltre targhette che indicavano i cambi
notturni delle guardie. Il cuore pulsante dell’orologio
era azionato da una ruota mossa dall’acqua, che girava
a ritmi intermittenti. La ruota dentata aveva perni preposti
al posizionamento di contenitori d’acqua aritmicamente
riempiti da una clessidra, quest’ultima garante del
funzionamento dell’intero sistema idraulico e meccanico.
Siffatta meraviglia ebbe vita breve: nel 1126 un’invasione
dei tartari Chin la danneggiò irreparabilmente, tanto
da vanificare ogni successivo tentativo di rimessa in opera.
Questa vicenda, parrebbe destinata all’oblio che è
quasi d’obbligo nei racconti dove mito e leggenda si
confondono con la realtà, ma nel caso di specie si
tenga conto che nel XVII secolo uno studioso ritrovò
proprio la copia della relazione (ristampata nel sud della
Cina nel 1172) presentata da Su-Sung all’imperatore.
Dopo vari contributi, nell’ultimo dopoguerra, spetta
infine a un inglese, lo storico della scienza Joseph Needham
(e agli sforzi di un suo collaboratore, l’ingegnere
John Combridge che si costrinse a imparare il cinese per meglio
poter interpretare le fonti in lingua originale) il merito
di aver dimostrato con la ricostruzione di un modello funzionante
l’effettiva verità storica della torre idromeccanica
di Su-Sung. Questa vicenda eponima oggi a pieno titolo assurge
a “simbolo del tempo”: in quest’orologio
astronomico si deve riconoscere il precursore dell’orologeria
meccanica europea. Lo stesso Needham (e dopo di lui altri)
furono infine del convincimento che “…l’orologio
di Su Sung non fu superato fino al Seicento, quando Christiaan
Huygens inventò l’orologio a pendolo.”
Se
l’orologio-torre fu un punto d’arrivo, l’invenzione
dell’ingranaggio e del rotismo in Cina datava già
a tremila anni prima. Dal Celeste Impero migrò in India,
poi dall’Islam giunse in Grecia: qui è descritto
da Vitruvio nel I secolo a.C., con applicazioni idromeccaniche
e eoliche.
Astronomia ars maior.
Ricalcare le orme dei primi passi compiuti da singoli individui
che applicarono concetti meccanici tali da dar nuovo corso
alla storia dell’orologeria medioevale europea, è
per gli studiosi impresa oltremodo ardua, quasi come recuperare
uno spillo in un labirinto oscurato da una fitta nebbia. I
fattori a sfavore sono innumerevoli, a partire dalle fonti
documentali che utilizzano il termine latino horologium
o la dizione volgarizzata oriolo (l’etimologia,
origina dalle divinità egizie Horus e Ra, non a caso
il dio delle tenebre e il dio della luce). Ebbene, nell’età
di mezzo i predetti termini designavano entrambi i più
svariati tipi di computatori del tempo, dalla clessidra all’orologio
a torre. Medesimamente generica rimane la descrizione dell’azionamento,
fosse esso a fuoco, meccanico o idraulico. In tale aridità
linguistica, è solo a partire dal XIV secolo che l’orologio
meccanico può vantare riprove illustri e numericamente
consistenti, iniziando con l’orologio a torre costruito
tra il 1321 e il 1325 da Roger Stoke per la cattedrale di
Norwich (già dotato del pertinente quadrante astronomico).
D’obbligo citare Riccardo di Wallingford, che intorno
al 1360 ultima un orologio astronomico per l’abbazia
di Sant’Albano, in grado di calcolare una lunazione
di 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 7,64 secondi (un margine
d’errore di 1,8 milionesimi con dati di stima attuali),
per finire con il celeberrimo astrario del padovano Giovanni
de Dondi, la cui ultimazione risale al 1380. Giovanni era
figlio di quel Iacopo, medico e astrologo, che costruì
il primo orologio astronomico italiano.
Ne manca letteratura (anche di folclore) in merito a orologi
animati da scappamento meccanico fin prima dell’anno
mille, si pensi all’agiografia relativa al canonico
(matematico e astronomo) Gerberto, poi divenuto tra il 999
e il 1003 papa Silvestro II e al di lui allievo e “biografo”,
il monaco Richiero. Quest’ultimo descrive un globo e
due sfere armillari, concepite per la rilevazione di astri
e pianeti, il cui funzionamento tutto spettava all’ingegno
di maestro Gerberto. Tale invenzione presuppone anche la capacità
di porre in opera il segnatempo orario. Circa duecento anni
prima, nell’807, il califfo Haroun al Raschid invia
in dono a Carlo Magno un orologio (al solito di tipo idraulico)
ma che negli Annales di Eginando viene descritto
come “… arte mechanica mirifice compositum
...”. Allo scoccare del mezzogiorno era in grado
di sfoggiare la parata di una schiera di dodici cavalieri
che fuoriuscivano da finestrelle, per poi ordinatamente rientrare,
non senza muovere a grande stupore lo spettatore di turno.
Nessun esemplare di segnatempo orario databile tra l’undicesimo
e il dodicesimo secolo è a noi pergiunto, ne tanto
meno giova l’ausilio di fonti figurative. Questa cortina
fumogena, non deve favorire l’insorgere di un’ipotesi
che già in passato è stata caldeggiata, fino
al punto da divulgare l’erronea credenza che l’introduzione
del computo orario fosse invenzione ritenuta di superfluo
interesse.
Certo risponde al vero il fatto che gli uomini che vissero
nel medioevo cristiano prima del mille furono devoti figli
di Dio, ma anche se alla lontana, rimanevano parenti di una
dea minore, la superstizione.
Il medioevo, non meno che il mondo antico, fu dominato dalle
scienze occulte, da maghi millantatori, da teoremi simbolici.
In altre parole, i nostri predecessori dipendevano dall’astrologia
e questa “scienza” traeva la sua forza motrice
dall’astronomia. Al lettore più attento non sarà
sfuggita l’evidenza che fino a queste righe lo si è
intrattenuto massimamente disquisendo di orologi astronomici.
Questo era il genere di merce che più interessava allora!
I mesi, le stagioni, i cicli della vita, gli oroscopi, le
divinazioni, le profezie, la semina e i raccolti, il potere,
la salvezza dell’anima. Il resto erano futili facezie.
Figuriamoci un orologio che calcolava solo le ore: da ricaricare
ogni tre due, impreciso, spesso inservibile perché
inceppato o rotto, oneroso se da riaggiustare (erano in ferro
e ottone, materiali a quel tempo semipreziosi). L’orologiaio
doveva essere introvabile: era infatti un mestiere ancora
da inventare. I primi prototipi furono certo considerati alla
stregua di un curioso giocattolo, inizialmente divertente
ma poi che noia!
Al costruttore di orologi astronomici veniva invece accreditata
stima incondizionata. Fin da tempi antichissimi fu corteggiato
da principi e sovrani. Nel Medioevo conobbe la sua apoteosi,
fu richiesto e conteso dalle municipalità cittadine
- in Italia particolarmente riottose - il cui spirito competitivo
ingenerò una sorta di corsa all’orologio astronomico.
Se grande e complicato, il libero comune trecentesco magnificava
e autenticava la propria gloria con uno status symbol
di ineludibile potere autocelebrativo e totemico.
L’orologio
da polso - a noi tutti così caro - null’altro
è che il lontano discendente di un succedaneo dell’orologeria
astronomica. In quei complessi quadranti rotanti, quando fu
inserita anche la prima lancetta (inerziale) preposta al solo
computo delle ore, le venne attribuito un ruolo marginale,
fu dunque un’incidentale applicazione secondaria. Non
fece notizia. D’altronde, anche nella mitologia classica,
le ore vennero considerate figlie di una dea minore, Temi.
Dalla conoscenza ermetica al segreto condiviso.
All’albeggiare del nuovo millennio, i germogli della
prerinascenza sono potenzialmente verificabili. Il lento rifiorire
dell’economia di mercato consente a modesti borghi di
trasformarsi in potenti città dotate di nuove autonomie
politiche e civili. l’Europa si ripopola. Intorno alle
costruende cattedrali rifiorisce la cultura. Maestranze itineranti
depositarie di un sapere plurimillenario rinverdiscono i fasti
dell’antichità, si pensi ai maestri d’opera,
che in gloria di Dio erigono monumenti anche all’uomo.
La loro scienza è ermetica, inaccessibile. Applicano
la regola aurea, sembrano conoscere i segreti della pietra,
del tempo e dello spazio, orientano le loro cattedrali come
astronavi celesti, rivolte verso la Gerusalemme terrestre,
in taluni casi dominano le ore in rapporti di causa e effetto
tali da indurre un raggio di sole a illuminare il Corpus Christi
sacramentale durante l’elevazione eucaristica nella
liturgia del mattutino o del vespro, con l’artificioso
ausilio delle vetrate dei rosoni del protiro o dell’abside
presbiteriale. Hanno nozioni di astronomia tramandate dal
sapere esoterico orientale.
Il costruttore di orologi astronomici meccanici è l’alter
ego del maestro d’opera. Le sue conoscenze gli valgono
un potere straordinario, è uno scienziato taumaturgo.
I pochi eletti in grado di comprendere e applicare i rudimenti
dei segreti del cosmo sono merce preziosa perfino per gli
imperatori, che ne richiedono l’operato e li imprigionano
a se con catene dorate. Uomini animati dal genio, non di rado
muoiono senza tramandare le proprie conoscenze, per timore
di essere spodestati o avvelenati. In più casi passano
secoli prima che qualcuno ne raccolga l’eredità.
Ma nel tardo medioevo, il collasso di un sistema che dalle
antiche civiltà sumerico-caldee, pur modificandosi,
si era perpetrato come in una sorta di caleidoscopico gioco
degli specchi, conosce il suo definitivo tramonto. Fenomeni
congiunti come l’allargamento a una diffusa nobiltà
della gestione del potere e l’emergere del nuovo ceto
mercantile borghese, in una fase di relativa quiescenza bellica,
orienta la storia verso nuovi destini, creando una ricchezza
subitanea e un corporativismo di tenace strutturazione. Questo
homo novus necessita di un adeguato decoro, le arti
e la scienza, prima appannaggio del solo potere spirituale
e temporale, sono ora largamente richieste da privati, istituzioni
cittadine e nobili di recente nomina, uniti nel comune denominatore
di autenticare il nuovo status sociale attraverso i simboli
dell’ostentazione.
L’Europa diviene un laboratorio di sperimentazione che
tra XI e XV secolo, tessera su tessera, crea le premesse per
l’avvento dell’era moderna. Nei primi decenni
del Quattrocento esplode la stagione dell’Umanesimo.
In questi anni, la metamorfosi del genio individuale al servizio
di pochi eletti è ora compiutamente trasmutata nella
più consueta figura del magister, a capo di una bottega
affollata da numerosi allievi, dove, nell’interesse
comune, ai migliori vengono dispensate le nozioni affinché
un giorno il discepolo superi il maestro.
Per chi suona la campana.
Nel volgere del Tre e del Quattrocento, al suono di innumerevoli
campane ecclesiastiche, si aggiunge - pressoché in
ogni municipio ducale o comunale – anche la melodia
delle ore. In questi anni era già in uso la ruota
spartiora, che consentiva di dare il corretto numero
di rintocchi a ogni passaggio orario. Nell’anno 1335
della Cronaca di Galvano Fiamma, si menziona un orologio
installato nella chiesa di San Gottardo a Milano capace di
scandire ogni ora con il pertinente numero di rintocchi, cosa
che l’autore definisce “…meravigliosa
e utilissima…”. I quarti d’ora iniziarono
a risuonare almeno fin dal 1389 (orologio comunale della città
di Rouen, in Francia).
Il nuovo tintinnio giunge dall’alto di torri su cui
campeggiano spavaldi i simboli del tempo, imprigionati entro
complessi rotismi a descrivere il moto degli astri, dello
zodiaco, gli equinozi, le eclissi, il calendario e lo scorrere
delle ore, queste ultime variamente scandite da suonerie dalla
musicalità argentina, che si diffonde grazie a teorie
di campane, di li a qualche tempo poi percosse da automi,
il cui complicato funzionamento meriterebbe una pubblicazione
a se. Questi “orologi” necessitavano della supervisione
quotidiana di un “moderatore”, preposto alla carica
(l’azione motrice del meccanismo dipendeva dalla caduta
di un peso) e alla regolazione. Già nel 1286 uno scritto
della cattedrale di San Paolo a Londra ci testimonia della
prima retribuzione giornaliera a tal Bartholomeo, l’addetto
al controllo dell’orologio (una pagnotta al dì
e qualche bottiglia di birra).
Osservando i nostri orologi da polso, questi suoi illustri
progenitori paiono dei titani. In una sorta di nemesi storica,
torna alla memoria quel “Chi sei?” proferito
dal gigante Polifemo al minuscolo Ulisse, che infine risponde
“Nessuno”. Il seguito della storia è
ben noto.
Nei
due o trecento anni che precedono l’Umanesimo l’orologio
segnatempo diviene improvvisamente importante. Già
alla fine del Duecento, nei capitoli di bilancio delle cattedrali
si riportano le voci di spesa per manutenzioni e riparazioni
eseguiti su orologi, tanto da accreditare ormai l’esistenza
diffusa di maestri orologiai. I famosi astrari o planetari
costruiti nel Trecento, sono eseguiti da maestri il cui sapere
derivava sovente per linea paterna, e gli stessi padri avevano
in precedenza appreso l’arte in altrui botteghe. E’
questa una professione ormai consolidata.
Ebbene, da un generale disinteresse prima del Mille per il
computo orario, d’improvviso il segnatempo diviene necessario.
Cosa è accaduto?
Fu in seno alla chiesa romana (già fin dal V secolo)
con l’affermarsi della regola monastica e più
precisamente con il diffondersi della Regola di San Benedetto,
che andò codificandosi il nuovo ordine dei servizi
di culto, indicati con ore commisurate all’orologio:
basti dire che ne derivò la dizione di ora canonica.
Le funzioni diurne erano sette: laudi, prima, terza, sesta,
nona, vespri e compièta, a queste si aggiunse
il servizio notturno, le veglie (da cui originò il
termine sveglia). La suddivisione in otto servizi divini traeva
origine dalla Passione di Cristo.
Nel X secolo vennero fondati nuovi ordini, come quello cluniecense,
la cui regola fu quasi esclusivamente consacrata alla devozione
della preghiera. Seguirono altri ordini, di analoga ispirazione
(i cistercensi all’inizio del XII secolo) che imposero
nel monachesimo come priorità salvifica l’asservaggio
alla liturgia della preghiera continua (diurna e notturna).
Nei monasteri nacque dunque la specifica necessità
di formulare un segnatempo cronometrico, che computasse meccanicamente
le ore del giorno e della notte. Taluni di questi monasteri
divennero rinomati proprio nello studio specialistico del
calcolo del tempo (si pensi a Auxerre e San Gallo), giungendo
a improntare tavole di computo in grado di misurare non solo
le ore (horae) ma finanche i quinti (puncta)
e i dodicesimi di quinti (ostenta): ogni ost corrispondeva
esattamente a uno dei nostri minuti!
Tale fu in quei tempi il timore di compromettere la salvezza
della propria anima o di quella altrui, che parve fatto gravissimo
non assolvere anche l’obbligo di officiare le devozioni
notturne del mattutino: si pose dunque in opera gran
numero di orologi dotati di campane idonee a dare invariabilmente
la sveglia anche al vicesagrestano (facente funzioni di campanaro)
più votato a Morfeo: il nuovo simbolo del tempo è
lo svegliatore monastico. La sua massiccia introduzione
lascia supporre che fosse ritenuto (compatibilmente ai tempi
d’allora) uno strumento affidabile.
Dante nel canto 24 del Paradiso (scritto tra il 1316
e il 1321) ne celebra il funzionamento: la ruota principale
pare come immobile, mentre il bilanciere oscilla tanto velocemente
che sembra volare.
Lo svegliatore (definito nel medioevo horologia
nocturna o horologia excitatoria) computava
le sole ore. Era dotato di pochi rotismi e serviva esclusivamente
per innescare la suoneria, azionata dallo scappamento a verga
supportato da una barretta inerziale (foliot) che
induceva un moto oscillatorio del martello preposto alla percussione
della campana, il cui meccanismo era sovente azionato con
il sistema dei contrappesi, variamente regolabili onde operare
correzioni o messe a punto. Nella buona sostanza, era una
campana automatizzata.
La scoperta dello scappamento a verga (descritto per la prima
volta nel 1275) fu invenzione di tale efficacia, da non subire
sostanziali modifiche fino agli inizi del 1800. Il foliot
(bilanciere) trova la sua prima dettagliata descrizione nel
1369, nella poesia “Li orloge amoreus”,
scritta dal francese Jean Froissart, dove le varie parti dell’orologio
sono paragonate agli attributi dell’amore.
Sebbene
siano a noi giunti (rari) esemplari di svegliatori monastici
e un numero consistente di orologi astronomici medievali da
torre, dobbiamo prendere atto che in nessun caso si è
conservato integro il preesistente bilanciere inerziale o
foliot. Tutti, invariabilmente, sono stati aggiornati con
il treno di scappamento azionato dall’oscillazione del
pendolo. Ad ogni buon conto, pare che la primogenitura dell’orologio
monastico (con citazioni documentate che risalgono al IX secolo),
spetti con titolo di merito all’Italia. La culla dell’orologeria
meccanica furono le abbazie benedettine.
L’epoca aurea della rinascenza.
Tra
il ‘400 inoltrato e la fine del ‘500 l’arte
dell’orologeria traguarda insperabili risultati, in
ragione di molteplici concause, in primo luogo riconducibili
a istanze connesse al mecenatismo e a un vasto collezionismo
di nobile lignaggio. Si pensi alla rinomata stanza degli “oriuoli”
di Isabella Gonzaga a Mantova o alla passione che ad essi
riservò fin all’ultimo della sua vita l’imperatore
Carlo V (nell’incendio dell’eremo di San Yuste
in Spagna andò distrutto anche l’astrario costruito
da Dondi nel Trecento, che l’imperatore considerava
inseparabile). Per i Medici l’orologiaio Lorenzo Della
Volpaia (amico di Michelangelo e del Cellini) costruì
orologi degni di fama imperitura. Ancora prima, la dinastia
dei Ranieri pose in opera segnatempo animati da automi semoventi,
il cui capolavoro del 1496 altro non è che l’orologio
coi mori della Basilica di San Marco a Venezia. Perfino Leonardo
si cimentò in studi che lasciano intuire come il genio
non mancò di ragionare sul moto del pendolo, le cui
oscillazioni isocroniche, come è noto, furono comprese
in appieno solo nel 1583 da Galileo Galilei, allorquando la
sua curiosità fu attratta dall’insistito oscillare
di una lampada nel Duomo di Pisa.
Mirabile secolo, che vide le novità giunte dal Nuovo
Mondo scoperto da Colombo e visse i “patimenti”
delle premesse incalzanti della rivoluzione copernicana, che
sconfisse la concezione tolemaica, basata sul geocentrismo.
Che smarrimento parve a questa generazione il pellegrinare
errando intorno al sole!
Ma non è questa la sede per dar conto al lettore delle
centinaia di singoli contributi che hanno marcato il cammino
della storia della cronometria, ne perorare la causa della
galassia di segnatempo che questi secoli fecondi ci hanno
tramandato. D’ora innanzi si vuole piuttosto evidenziare
come dal macroscopico si è infine giunti al microscopico:
come dall’orologio astronomico della torre campanaria
il Simbolo del Tempo sia lentamente andando miniaturizzandosi,
per tradursi nell’ultrapiatto e multifunzionale orologio
meccanico da polso del XX secolo.
L’orologio domestico e il segnatempo da indossare.
L’orologio
da camera fu la naturale filiazione dello svegliatore
monastico, che dapprima originò l’orologio
da guardia di ronda, con diversa destinazione d’uso
ma scopo affine. Entrambi erano appesi a un muro. Similmente,
i primi orologi da camera (in ferro) furono del tipo detto
“a lanterna” ed erano allocati a parete tramite
un gancio e due speroni. I pesi sottostanti dovevano essere
sollevati almeno due volte al giorno. In breve tempo, il meccanismo
si ornò di casse lignee decorate secondo i dettami
alla moda, dal Gotico Severo al Fiammeggiante Internazionale.
Ai primi segnatempo domestici venne attribuito un grande valore,
se durante gli spostamenti della famiglia l’orologio
figurava tra i beni al seguito del proprietario, così
come le preziose vetrate dipinte delle finestre.
Al Victoria and Albert Museum è esposto il più
antico esemplare di orologio dotato di carica a molla (risale
al 1450, ma almeno già dal 1430 risultano documentati
in Borgogna).
I primi esemplari ebbero molle in ottone, scarsamente elastiche,
non erano in grado di fornire un’azione di forza costante,
dimodoché il computo orario risultò gravemente
imperfetto. Tuttavia, dopo varie modifiche migliorative si
giunse infine a improntare alla base di una ruota dentata
un conoide - scanalato con spirali di diversa sezione - ove
si fissava un budello, che andava poi avvolto intorno al bariletto
al cui interno era allocata la molla: fungeva da leva meccanica
in grado di imprimere un movimento costante al differenziale
di energie fornito dalla molla. In un manoscritto membranaceo
scritto tra il 1456 e il 1460 (oggi alla Biblioteca Reale
di Bruxelles) se ne trova la prima restituzione visiva. Naturalmente,
la carica della molla venne affidata a una chiave.
La forza motrice esercitata dalla molla in luogo dei pesi
e la conoide che ne armonizza il funzionamento sono, in questo
specifico ambito, le innovazione tecnologiche alla base dello
spartiacque tra il mondo medievale e quello moderno. Nella
prima metà del XV secolo erano già in essere
i presupposti per il successivo sviluppo dell’orologeria
da tasca e da polso.
Paolo Alemanno - un riparatore di orologiai di origine tedesca
- descrive nei suoi appunti taluni orologi che ebbe modo di
restaurare durante la sua attività a Roma, che si protrasse
tra il 1475 e il 1484; vi figurano oltre trenta orologi da
camera di cui già otto con carica a molla, i più
semplici erano di fabbricazione italiana (con quadranti già
ripartiti in 24 indici orari), quelli di maggior complessità
provenivano da rinomati centri della Fiandra o dalla Borgogna,
un primato che già verso la metà del Cinquecento
decade in favore di Norimberga e Augusta, dove atelier altamente
specializzati crearono le premesse per una produzione di alta
qualità tecnologica e artistica, con orologi dotati
di numerose complicazioni, da mensola o da tavolo, di forma
inusuale (a fiore, a ostensorio, a calvario, a nave, a turibolo)
massicciamente esportati anche in altri paesi, come l’Italia.
E’ dunque in Germania che l’alta specializzazione
corporativistica, dovuta alla sinergia di diverse maestranze
(orologiai, orafi, ottonai, bronzisti, fabbri), determina
la formazione di atelier organizzati e competitivi, ne mancano
apporti infusi dai grandi artisti del tempo: Hans Holbein
il Giovane e Albrecht Durer non disdegnano di progettare disegni
per casse e finiture d’orologi.
Per ben comprendere come le dinastie europee ambissero circondarsi
di orologi, a cartina tornasole basterà citare il solo
inventario redatto alla morte della regina Elisabetta I d’Inghilterra:
in un’intera sezione si descrive gran numero di segnatempo
che pare quasi trattarsi di gioielli, tale era lo sfavillio
di pietre preziose che ne ornava le casse.
Nella prima metà del Cinquecento, oltre ai già
menzionati orologi da tavolo, fa capolino anche l’orologio
da indossare al collo (con meccaniche il cui diametro era
ridotto a 4/5 centimetri) e poiché siamo in clima di
controriforma i più richiesti sono orologi la cui forma
rimanda a tematiche morali cristiane: sono veri e propri memento
mori, in buona parte a croce pettorale o a teschio. Il
primo costruttore di orologi da persona documentato è
il francese Julien Coudrey (? - 1530). Era di Blois e fu al
servizio della corte; per Luigi XII eseguì un orologio
di così minute dimensioni da poter essere montato nell’elsa
di una spada. A Norimberga, a partire dal 1565, nella corporazione
degli orologiai per assurgere al rango di magister
era necessario superare un difficile esame dove fra i vari
capi d’opera da porre a compimento era incluso anche
un segnatempo da indossare al collo, provvisto di funzione
a sveglia. Tra i primissimi modelli di orologi da sfoggiare
al collo (per signora) si segnala la sfera portaprofumo
(del resto in quei tempi dove l’igiene era quanto mai
scarsa, un po’ di muschio aromatizzato certo era di
un qualche giovamento alla conversazione ravvicinata).
Già sul nascere del XVI secolo l’orologio si
appresta a divenire l’inseparabile compagno delle nostre
ore!
Il Seicento, la “migrazione del sapere”, la
cronometria.
Essere maestro orologiaio significava possedere una cultura
superiore a quella di un qualunque artigiano, fosse un fabbro-ferraio
o un gioielliere. Cultura e impegno civile sospinse molti
orologiai a sposare la causa dei movimenti riformisti, così
prestando il fianco ai fenomeni di persecuzione religiosa
che nel Seicento infiammarono l’Europa.
Nella prima metà del secolo i flussi migratori connessi
alle persecuzioni dei protestanti segnò il declino
del primato dell’orologeria di Norimberga e di Augusta.
Per contrappeso, rifiorì l’orologeria della vicina
Francia. Nel 1685, con la revoca del editto di Nantes, un
gran numero di profughi abbandonò la Francia trovando
rifugio in Inghilterra e nei cantoni svizzeri, tra questi
numerosi orologiai. L’Inghilterra in particolare seppe
avvantaggiarsi del sapere degli esuli a tal punto che Londra,
tra la fine del ‘600 e gli inizi del secolo seguente,
conquista il primato mondiale della costruzione di orologi
domestici e da persona. Vi furono stranieri che seppero meritare
l’ambito titolo di orologiaio di corte. Già dal
1632 viene ufficialmente riconosciuta la prima corporazione
londinese, denominata Master, Wardens and Fellowship of
the Art or Mistery of Clockmaking.
Nel Seicento, le casse degli orologi si modularono in scenografici
e magniloquenti esercizi decorativi, ispirati alle mode del
tardo manierismo e del barocco. Tra gli orologi domestici
più diffusi - oltre alle consuete tipologia di forma
- troviamo il tipo da mensola o da appoggio, solitamente destinati
a una committenza di rango sociale elevato, mentre un pubblico
di disponibilità meno ragguardevole poteva optare per
l’orologio detto “a lanterna”. Il nome origina
probabilmente dal termine inglese latten (ovvero
ottone, del resto erano modelli in buona parte costruiti in
questo materiale, a differenza dell’orologeria di precedente
fabbricazione che era in ferro). L’ottone offriva nuovi
vantaggi: poteva essere fuso entro uno stampo e garantiva
ai rotismi di gran lunga minor usura, i perni in ferro creavano
infatti meno attrito a contatto con l’ottone. Hanno
una lancetta sola e il quadrante è diviso in dodici
ore, così da risparmiare notevolmente il dispendio
della riserva di carica della funzione a suoneria. Erano mantenuti
in carica dall’azione bilanciata e contrastata di pesi
e molle, destinati tuttavia a veloce estinzione: nel 1657
l’olandese Christiaan Huygens applica i principi dell’oscillazione
del pendolo all’orologio, inizia l’era della cronometria.
Di colpo, l’intera produzione dei secoli precedenti
parve obsoleta: l’utilizzo del pendolo come regolatore
determina un più preciso funzionamento meccanico e
con un’unica carica l’orologio può funzionare
per una settimana, un mese o un anno.
Gli inglesi, fin dal 1660 furono in grado di costruire orologi
animati dall’oscillazione del pendolo (inizialmente
lungo circa 25 centimetri), ma dieci anni dopo la misura accrebbe
notevolmente con il Royal Pendulum, così decretando
il notevole successo dei “cassa lunga”, modelli
ove solo il quadrante dell’orologio rimaneva in mostra,
mentre il pendolo e i pesi erano celati alla vista (e protetti)
da eleganti strutture lignee alte circa due metri. Quando
il pendolo misurava un metro, nel gergo degli orologiai “batteva
il secondo” (tempo di oscillazione da un estremo all’altro).
L’introduzione del pendolo lungo fu resa possibile grazie
a un’altra importante innovazione: lo scappamento
ad ancora, inventato intorno al 1670 dal londinese William
Clement, la cui ruota dentata era in grado (in parole facilmente
comprensibili) di imprimere al pendolo un’oscillazione
ogni secondo. Ne consegue che se si applica una lancetta ad
un’ulteriore ruota collegata alla ruota dello scappamento
ad ancora munita di trenta denti (in grado di compiere sessanta
scatti al minuto), si era infine giunti a misurare i secondi!
E questo il secolo dove l’orologio da indossare si è
ormai evoluto codificandosi nella formulazione da tasca, trovando
sperimentazione in ambito bellico. I primi esemplari hanno
forma a oignon e ricordano vagamente un uovo o una
cipolla. Sovente hanno doppia cassa, per meglio proteggere
meccanica e quadrante da urti o dal sibillino infiltrarsi
della temuta polvere, in grado di impastare il lubrificante
dei rotismi. Le casse sono eseguiti da orafi e argentieri
con gran dispendio di materiali preziosi (oro, argento, smalti,
pietre preziose, cristallo di rocca, tartaruga, avorio, pelle
di squalo) mentre il meccanismo è in ottone dorato,
di norma ornato da incisioni o trafori di raffinata miniaturizzazione.
Nel 1675 il già ricordato Christiaan Huygens inventa
la molla a spirale da applicare sulla ruota a bilanciere,
un’innovazione tale da conferire quella precisione necessaria
che finalmente anche nei tasca consente di inserire la lancetta
che rileva anche il computo dei minuti. E’ di questi
tempi la moda che impone all’uomo di indossare l’orologio
nel taschino del panciotto. Pochi anni prima, nel 1676, era
stata introdotta in Inghilterra una modifica sul sistema della
suoneria detta “a chiocciola e rastrello” che
nei tasca permise una maggiore affidabilità della funzione
di ripetizione delle ore e nel contempo favorì anche
l’introduzione dello scoccare dei quarti, utile in particolare
nelle ripetizioni al passaggio e a richiamo.
E in Italia? I nostri segnatempo si caratterizzano per un’inventiva
mai convenzionale, altrettanto non può dirsi della
produzione dei restanti paesi europei. Tra i molti valenti
(e oriundi) orologiai attivi in epoca barocca, si distinse
in particolare la dinastia romana dei Campani, specialisti
nella costruzione di magnifici orologi notturni, efficienti
e silenziosi. Val la pena ricordare che poco prima del 1520
era già stato inventato un “orologio notturno”,
che in virtù dell’osservazione dell’Orsa
Maggiore e dell’Orsa Minore collimate alla Stella Polare,
calcolava l’ora.
III.
Dai successi inglesi e francesi al predominio svizzero.
Il
potere del Tempo.
Da
tempo immemorabile, il possesso della conoscenza e della misurazione
del tempo e degli astri fu uno strumento di potere. Si pensi
all’effetto magico che poteva sortire un aruspices
etrusco nel prevedere il verificarsi di un’eclissi solare.
Similmente, anche in tempi a noi più vicini, il predominio
del computo orario non fu affare da poco, tanto che nazioni
come l’Inghilterra e la Svizzera teorizzarono e pianificarono
come una ragion di stato la salvaguardia delle industrie orologiarie,
giungendo a influenzare la geoeconomia di mercato, con veri
e propri monopoli.
I due exempla a seguire saranno sufficienti a convincere
anche i più disillusi in merito al “potere del
tempo”.
1)
Nel Cinquecento, il Celeste Impero, era ancora come sigillato
entro una sfera di cristallo,
letteralmente inaccessibile a chi viveva all’esterno.
La millenaria costruzione della grande muraglia e una ferrea
politica isolazionista tenevano i “barbari” a
debita distanza. Osserviamo il problema da un’angolazione
inconsueta: quella della salvezza delle anime. Sebbene molte
nazioni fecero carte false per tentare di aprire un varco
nel mercato cinese, onde trarne benefici commerciali, una
tra queste e non meno tenace, la Chiesa, era invece interessata
a conquistare a Dio quel straordinario numero di anime.
Intrighi di corte internazionali e potenza bellica a nulla
valsero. Vinse infine l’orologio.
La testa di ponte occidentale sulla finestra cinese era Macao
- un’isoletta sotto Canton - che nel 1557 il Portogallo
poté utilizzare per scambi commerciali con l’Oriente.
Anche Macao era cinta da alte mura, così che cinesi
e “barbari” mai potessero vedersi. Nel 1577 qui
giunse il missionario gesuita Matteo Ricci, uomo assai bello
e ideale incarnazione dei principi del “cortigiano”
teorizzati dal Castiglione. Ebbene, costui, nel volgere di
un anno si impossessò a tal punto della lingua cinese
da poter conversare amabilmente con i mandarini Ming. Ricci
aveva anche notevoli cognizioni di astronomia e svelò
ai cinesi approfondite nozioni sul computo del calendario
(il loro era piuttosto imperfetto); fece inoltre vedere sfere,
mappamondi e astrolabi di sua costruzione che molto incuriosirono
gli eruditi locali, ma soprattutto sortì grande interesse
con un orologio dotato di suoneria, il che fece gran clamore.
Finì così per aver la concessione di aprire
una missione a Chao-ch’ing e di li a poco (evento straordinario)
un impaziente imperatore lo volle al suo cospetto entro la
Città Proibita. L’ambito orologio a suoneria,
fu dono graditissimo dall’incarnazione divina, che ne
divenne geloso custode tanto da celarlo accuratamente anche
alle attenzioni dell’imperatrice madre. Ricci e il cristianesimo
ebbero porte aperte a Pechino, e legioni di missionari colonizzarono
l’anima di molti cinesi.
2) La regina Elisabetta I d’Inghilterra, per ingraziarsi
il favore del potente sultano turco, comanda l’esecuzione
di un mirabile dono. Cosa di meglio di un orologio? Fu dunque
fabbricato qualcosa di effettivamente straordinario: un orologio
astrario-zodiacale, con un automa in forma di guerriero a
battere le ore. Ne mancava un carillon con un gallo che muoveva
le ali e cantava grazie all’ausilio di sedici campanelle,
e ancora otto figure che si inchinavano davanti a un dipinto
della regina (adorna di pietre preziose) mentre due araldi
davano fiato alle trombe; contemporaneamente, un angelo capovolgeva
una clessidra all’inquietante muover d’occhi di
una grande testa. L’orologio era installato su un organo
alto sedici piedi, la cui tastiera si azionava automaticamente
quattro volte al giorno, al cessar di ogni musica - alla sommità
del medesimo - un concertino di merli e allodole sbatteva
le ali cantando. Quando il dono (non senza un viaggio rocambolesco
e per più d’un motivo drammatico) fu presentato
al cospetto del sultano e della sua corte, il successo fu
tale che tra Inghilterra e Turchia iniziò un fitto
interscambio commerciale.
Inghilterra Docet.
Inghilterra e Francia tra la fine del XVII e gli inizi del
XVIII secolo si contendono il primato dell’esportazione
mondiale di orologi. Entrambe le nazioni dispongono di maestri
in questo campo che sono veri e propri giganti, si pensi a
Thomas Tompion oltre la Manica o a Pierre Le Roy in Francia.
Tuttavia, l’invenzione di uno svizzero trasferitosi
in Inghilterra, permise a quest’ultima di far definitivamente
pendere l’ago della bilancia in favore della supremazia
britannica. Nicholas Facio nel 1704 ottiene licenza per fabbricare
orologi i cui rotismi sono imperniati su boccole ricavate
da pietre preziose, così da migliorarne notevolmente
la precisione (si era infatti superato il problema dell’attrito
tra le varie parti meccaniche in movimento, in precedenza
solo parzialmente risolto dagli incavi per olio lubrificante
ideati da Henry Sully). Solo nel 1770 si scoprì la
tecnica segreta che permise a Facio di forare il diamante
o il rubino. Prima d’allora, per la concorrenza non
ci fu speranza, anche perché l’introduzione dello
scappamento a ancora di Thomas Mudge rese l’orologeria
inglese ancora più precisa.
Nella
seconda metà del secolo dei lumi vennero eseguiti i
primi passi nella giusta direzione onde risolvere il rilevamento
del tempo in navigazione. Il fine dichiarato era la scoperta
della longitudine per mezzo del rilevamento cronometrico (in
precedenza veniva misurata con l’ausilio delle cosiddette
“meridiane universali” o con sestanti o altri
marchingegni di dubbia utilità). Per secoli la clessidra
caracollò sospesa a funi scandendo il tempo durante
la navigazione, ovviamente l’utilizzo di un qualunque
segnatempo meccanico era votato a subitanea o repentina rottura,
per il frequente verificarsi di fortunali.
Perseguire il computo preciso della longitudine era cimento
di primaria importanza, poiché il commercio internazionale
e lo stesso predominio bellico erano decisi sovente in mare.
Dei molti orologiai che a vario titolo introdussero in questa
strenua ricerca contributi significativi, piace qui menzionare
solo coloro che maggiormente diedero impulso a soluzioni decisive
per la storia della cronometria marina: dapprima gli inglesi
George Graham (scappamento a cilindro), gli Harrison, il francese
Pierre Le Roy (il primo a produrre uno scappamento con ruote
separate dal bilanciere, sperimentando inoltre lo scappamento
a détente, con impulso unidirezionale a bilanciere
e molla; al suo genio vanno ricondotti contributi idonei a
compensare le variazioni di temperatura). E ancora il “francese”
Ferdinand Berthoud, e i britannici John Arnold e Thomas Earnshaw
(bilanciere a espansione, scappamento libero, applicazione
della molla a cilindro in oro bianco sul bilanciere). In particolare
furono proprio gli orologiai inglesi (Frodsham, Dent, Raskell,
ecc.) a costruire gran numero di cronometri marini di precisione,
il cui sistematico utilizzo sulle flotte britanniche valsero
alla madrepatria il predominio dei mari.
Pare non inutile far rilevare al lettore che buona parte delle
innovazioni testé descritte sono tutt’oggi alla
base della produzione dell’orologeria da polso meccanica.
La Francia di Breguet.
Dall’ultimo
quarto del XVIII secolo fino alla metà del secolo seguente
la Francia, che nel ‘700 si era già imposta per
l’alto tenore della produzione da tasca, da mensola
e da parete (celebri le cartel d’applique incrostate
alla façon de Boulle) segna qualche punto
a suo favore nel campo dell’orologeria di alta precisione,
il cui merito spetta in buona parte all’ingegno versatile
di Abraham-Louis Breguet, uno svizzero naturalizzato francese.
Celebre fu il suo perpetuelle tourbillon, il primo
orologio a carica automatica perpetua della storia) ma in
particolare inventò una molla a spirale ancor’oggi
in uso nei cronometri di precisione, che galvanizzò
la competitività dell’orologeria francese. Si
rese inoltre protagonista nello sviluppo di orologi a cassa
e meccanica ultrapiatta, pose in opera funzioni meccaniche
sofisticate come le ripetizioni, che oltre alle ore e ai quarti
suonavano anche i minuti (il cui scampanellio, volendo, poteva
essere reso silente e percepibile solo al tatto).
Si dedicherà ora qualche cenno alla marca Breguet,
anche perché questa firma conobbe nel mondo tale fama
già da prefigurare per i tempi d’allora talune
controindicazioni tipiche della moderna globalizzazione. Breguet
sortì un effetto mediatico equiparabile a quello della
Rolex: Napoleone o lo czar russo indossavano solo
Breguet, nella letteratura gli eroi di Dumas, Puskin, Stendhal
o Verne erano invariabilmente accessoriati con orologi del
celebre atelier parigino.
Finì dunque con una percentuale di 1 a 500. Uno autentico
e 500 falsi. Lo stesso Breguet per tentare di arginare il
problema delle imitazioni escogitò l’apposizione
di una firma che tenne rigorosamente segreta, celata nel quadrante
sotto il numero 12 e così minutamente incisa da poter
essere intravista solo con l’ausilio di una ragguardevole
lente di ingrandimento!
La Svizzera: gigante silente.
I cantoni elvetici, nel ‘700, dispongono già
di una valida e strutturata produzione di orologi, rinomata
in particolare per l’esecuzione di segnatempo corredati
da automi e funzioni musicali. Il salto di qualità
giunge nel 1673, quando manifatture e ateliers vengono progressivamente
concentrati nella città di Ginevra, con la conseguenza
che intorno alla metà del ‘700 questo centro
urbano fortemente federato e corporativo, si impone per il
gran numero di orologi che immette sul mercato internazionale,
a prezzi economici: un pregio e un limite. Paradossalmente
questa potenzialità ne penalizzò la diffusione,
poiché furono percepiti come un sottoprodotto e coralmente
ritenuti più scadenti di quelli inglesi o francesi.
Operano manifatture ancora in erba ma destinate a grande nomea:
tra queste la Vacheron, fondata nel 1755.
Bisogna attendere gli inizi dell’800 per assistere alla
prima importante affermazione dell’orologeria svizzera.
Sintomatica fu l’introduzione del calibro Lépine,
che ingenera una sorta di rivoluzione nel modo di costruire
il modulo base meccanico, che si assottiglia vistosamente
dismettendo la conoide e buona parte di una delle due platine,
con rotismi fissati a ponti e bilanciere ora disposti “in
linea”. Ne risulta un orologio estremamente semplificato,
di spessore ormai dimensionato alle moderne misure della tipologia
da polso e di facile riparazione. Questa novità valse
ai ginevrini l’attenzione del pubblico internazionale
e garantì - fin quasi alla fine dell’Ottocento
- introiti consistenti a decine di migliaia di lavoranti.
L’orologeria tra ‘800 e ‘900. La produzione
in serie.
Già nei tempi precedenti, a ben guardare, il costruttore
di orologi altro non era che il Deux ex machina di un lavoro
di rifinitura e assemblaggio di componenti in buona parte
costruite da altri. Se nel passato le consuetudini corporative
di matrice medioevale ne sono il naturale presupposto, nel
secolo decimonono tale modus agendi divenne un processo
conclamato, in ragione di necessità conseguenti alla
competizione industriale. La figura dell’artigiano-artista
ora vacilla definitivamente e se non dispone di una miscela
ben assortita di virtuosismo e capacità imprenditoriale
è votato a sicuro fallimento. Tra ‘800 e ‘900
una pletora di marche svaniscono come falcidiate dalla peste
nera, o vengono accorpate dalla concorrenza, che riduce il
margine di guadagno e condanna all’estinzione chi non
pianifica attentamente i costi e i rischi d’impresa.
Siamo ormai a Ottocento inoltrato e le fette della torta del
mercato internazionale sono spartite tra Inghilterra, Francia,
Svizzera e l’emergente America del nord. Quest’ultima
ridurrà di molto (a proprio vantaggio) le fette della
torta che spettavano ai famelici inglesi, costringendoli a
un severo digiuno, nonché a un declino senza appello.
Ma se Atene piange, Sparta non ride: anche la Francia uscirà
malconcia da una competizione che candida Svizzera e U.S.A.
alle finali. Gli svizzeri (di fatto gli unici a prendere sul
serio il problema della concorrenza) hanno nel gioco di squadra
collaudato un potente elemento di potenziale dirompenza, gli
americani in panchina allenano la loro arma segreta: la costruzione
a macchina di pezzi interscambiabili. Nel 1850 Aaron Lufkin
Denninson trova il modo di avviare la prima produzione in
serie di orologi da tasca a costi altamente competitivi, con
la conseguente fondazione della Waltham Watch Company,
che produsse quaranta milioni di orologi! Ne consegue che
analizzando ad esempio la produzione pro-capite per operaio
all’anno, prendendo a riferimento il 1875, lo svizzero
ne fabbrica quaranta, l’americano tre volte di più.
Nel 1876, gli svizzeri, nel perdere il monopolio sul mercato
americano, capirono la lezione.
A fronte di firme rinomate che apparentemente vendono orologi
di propria fabbricazione, si diffonde a dismisura un’imprenditoria
specializzata nella produzione di singole componenti, siano
esse quadranti, viti di compensazione per bilancieri, casse
di orologi lignee, lancette o boccole per ingranaggi, si delinea
altresì la convenienza di eseguire componenti interscambiabili,
tanto che orologi di case madri statunitensi sono quasi per
intero eseguiti con pezzi provenienti dalla Svizzera o dall’Inghilterra.
E se è vero che esiste un mercato di nicchia di alta
qualità - gestito strenuamente da marche d’eccellenza
- il vero business diventa lo slogan “l’orologio
a un dollaro”, in altre parole l’orologio per
tutti.
Le premesse di questo processo sono rintracciabili già
alla fine del ‘700, con l’avvento della rivoluzione
industriale e la conseguente produzione seriale a costi contenuti,
dovuta all’energia fornita dalle prime macchine a vapore.
Non è esente dal successo industriale della fabbricazione
seriale anche la nuova abitudine di pagare la merce in contanti,
sostituendo un’economia di scambio che nella prima metà
del XIX secolo, era ancora percentualmente significativa:
per un buon orologio un cavallo mediocre, sei oche apparentemente
sane e 20 baiocchi rateizzati.
Tra il 1850 e il 1914: dai titani griffati all’orologio
“per tutti”.
Tra la seconda metà dell’800 e l’alba del
primo conflitto mondiale si configura l’ossatura della
futura produzione mondiale, con produzioni selettive e target
di clientela ben definiti. Sono anni che vedono nascere il
gotha delle marche ancor’oggi celebri: Audemers
Piguet, Breitling, Certina, Jaeger-LeColtre, Eberhard, Girard-Perregaux,
Piaget, Tissot, Ulysse Nardin, Bulova e molte altre.
In questi decenni matura con una progressione caleidoscopica
la messa a punto dell’orologio meccanico moderno. Nel
1842 trova pensionamento forzato il glorioso (ma scomodo)
sistema di caricamento a chiave. Il merito spetta allo svizzero
Adrien Philippe (della Patek-Philippe) che introduce la sua
versione di corona a carica manuale, a ore 12. Viene abbandonato
il conoide in favore del bariletto mobile. Si perfezionano
sistemi antiurto a protezione del delicato bilanciere, dal
prototipo di Breguet fino all’incabloc, introdotto
nel 1928. Nei primi del Novecento Charles Edovard Guillaume
elimina il problema derivato dalle variazioni termiche dei
metalli, introducendo la lega invar. La messa a punto
delle lancette venne azionata da un pulsantino mosso dalla
corona di carica, prima d’allora era necessario farlo
con le dita della mano! Ma che fatica far cambiare le consuetudini
della clientela: servirono tra i venti e i trent’anni
per dismettere l’amatissima chiave di carica e ancora
nel ‘900 marche inglesi offrivano orologi con carica
a chiave.
In particolare, gli americani si cimentano nel tentativo di
produrre orologi in serie a basso costo, si pensi a Jason
R. Hopkins di Waschington, che brevettò nel 1875 un
meccanismo rotante che permise di vendere orologi a 50 centesimi
di dollaro o alla Ingersoll che nel Michigan dal
1896 fabbrica un milioni di pezzi, in vendita a un dollaro.
Tuttavia, nessuna ditta statunitense si perpetua a noi, perfino
la gloriosa Elgin National Watch Company di Chicago
chiude i battenti nel 1964.
I francesi mantengono quote di mercato nella fabbricazione
di orologeria a “valore aggiunto”, si pensi alla
Le Roy parigina che nel 1897 accetta la commissione per l’esecuzione
di un orologio da tasca che posto a termine nel 1901, ancor
oggi viene considerato l’orologio più complicato
mai concepito da mente umana. Benché misuri sette centimetri
e pesi 228 grammi, consta di una progressione impressionante
di funzioni. Oggi è conservato al Museé
des Beaux-Arts di Besançon.
I tedeschi, inseriti nella gara ai tempi supplementari, trovano
nella Gebruder Junghans di Strasburgo la marca nazionale
che si impone anche all’esterno per l’affidabilità
tecnologica dei suoi manufatti.
Gli inglesi mal reggono la concorrenza americana e ancor più
quella svizzera, in grado di falsificare e commercializzare
marche straniere di contrabbando. Nei primi decenni del Novecento
cessa ogni tentativo di produzione in Gran Bretagna; nel secondo
dopoguerra si impiantarono fabbriche di orologi da polso,
ma anch’esse votate al fallimento.
Vinse infine la Svizzera, che nel 1936 segnò a proprio
vantaggio lo spartiacque della produzione mondiale. Alla base
di questo importante traguardo risiede l’annosa esperienza
nella tradizione di elevata qualità (meccaniche complicate,
alta moda) sinergicamente connessa alla produzione di serie
selettiva senza snaturare standard elevati, sgominando così
la concorrenza americana, i cui modelli a basso costo furono
più volte definiti nelle riviste del tempo come “adatti
per gli uomini delle caverne”. Un tedesco attivo
in Svizzera a La Chaux-du-Fonds, George-Frédéric
Roskoff, riuscì dove gli americani avevano fallito:
fabbricò la versione elvetica dell’orologio economico,
con corona di carica manuale, scappamento semplificato, cassa
in lega di rame, zinco e nichel e fin dal 1869 all’Esposizione
Universale di Parigi - nello stupore generale - un suo orologio
fu premiato con la medaglia di bronzo, guadagnando alla Svizzera
larghe fasce di clientela: il modello Roskoff costava venti
franchi, una cifra accessibile anche al piccolo borghese inurbato.
Tra il 1890 e il 1913, le esportazioni d’orologi svizzeri
aumentarono del 5,6% all’anno, passando da 4,8 a 16,8
milioni di pezzi. A partire dal 1907 gli svizzeri vinsero
puntualmente il primo premio mondiale nel settore modelli
da tasca. Quattro anni prima Paul Ditisheim ebbe il podio
nella gara annuale di cronometria di Kew, in Inghilterra:
anche il riconoscimento internazionale più ambito era
diventato un primato elvetico.
IV. L’orologio da polso.
“Il
mio tempo deve ancora venire: alcuni nascono postumi.”
(Friedrich Nietzche)
Gli esordi.
Come ogni genealogia che si rispetti, anche quella dell’orologeria
da polso assomma qualche raro ma illustre antenato.
La donna detiene il primato nell’aver per prima sfoggiato
al polso un orologio, sebbene celato nelle sembianze di un
gioiello.
Sua maestà la regina Elisabetta I d’Inghilterra,
nel 1571 si vide omaggiare da uno spasimante (il conte di
Leicester) un orologio minuscolo, montato su un bracciale.
Nel Seicento, il filosofo francese Blaise Pascal indossava
al polso un orologio da tasca, saldamente legato con abbondante
cordame, onde evitare di sfilare dal taschino venti o trenta
volte al giorno l’orologio da tasca.
Data al 1764 un consanguineo di stretta parentela: l’inglese
John Arnold costruisce un orologio dal diametro di soli 13
millimetri (con ripetizione delle ore, dei quarti e dei mezzi
quarti). E’ un dono riservato a re Giorgio III: fa bella
mostra di se montato su un anello.
Torna a impreziosire un bracciale l’orologio commissionato
e registrato nel 1790 dalla manifattura svizzera Jacquet-Droz
e Leschot.
Celebre è l’orologio installato sul bracciale-gioiello
che nella notte del 16 gennaio 1806 orna il nobile polso di
Amalia Augusta, principessa primogenita dei sovrani di Baviera,
nel fastoso matrimonio con Eugenio di Beauharnais, voluto
da Napoleone. Fu commissionato dall’imperatrice Giuseppina
al rinomato gioielliere parigino Ninot.
Da tradizione popolare discende invece l’insistita voce
che furono balie, madri e nutrici a indossarlo usualmente
al polso con l’ausilio di un nastro, fin dal XVII secolo,
così da evitare che il piccolo potesse attaccarsi alla
collana ove solitamente la donna attaccava l’orologio.
Nella
seconda metà dell’Ottocento, sono numerose le
grandi marche che progettano la costruzione di orologi destinati
al polso, prima fra tutte la Cartier a Parigi, che
fra il 1872 e 1892 fissa nei tre punti cardine dello sviluppo
della maison anche la possibilità di esplorare le offerte
del mercato nel settore degli orologi da polso, che Louis
Cartier considerava strategico.
Ma per una massiccia diffusione dell’orologio da polso
era tuttavia necessario il verificarsi di altre condizioni:
la tecnica doveva essere in grado di offrire un prodotto che
resistesse in primo luogo alle insidie connesse a urti frequenti
e a sollecitazioni prolungate.
“In hostem celerimme volant”
La prima fornitura “seriale” fu commissionata
da Berlino e destinata ad alti ufficiali superiori dei reparti
della marina imperiale tedesca. L’esecuzione venne affidata
a ditte svizzere e in particolare alla Girard-Perregaux
di La Chaux-de-Fonds. Siamo nel 1880. Si tratta di orologi
da polso con cassa in oro e quadrante dal diametro di due
centimetri e mezzo. Poco dopo, nella guerra dei Boeri, ufficiali
dell’artiglieria inglese hanno al polso modelli costruiti
dalla Omega in Svizzera. Nel 1906 la conterranea
Eberhard affida a capaci ingegneri lo studio di modelli
ad uso militare.
Tempo prima, Napoleone affermò “ …
solo io sono a conoscenza del valore che hanno in guerra anche
solo i cinque minuti”. L’interesse del piccolo
grande corso all’orologeria gli merita un primato singolare:
introdusse l’uso della savonette “a occhio
di bue”, con coperchio dotato di un foro centrale così
da poter consultare gli indici orari senza ricorrere all’apertura
della seconda cassa.
Ancora una volta è da ricercarsi nella tecnologia di
guerra, nel caso di specie in materia d’orologeria,
il primo diffondersi seriale dell’ultimo nuovo venuto,
medesimo destino aveva incontrato il suo predecessore da tasca,
nel lontano Cinquecento.
Al polso tra vanità e emancipazione.
L’altra metà del mondo, le donne, salutano il
sorgere del XX secolo con l’orologio-gioiello al polso
(l’atelier Bulgari fu il primo a produrlo serialmente
fin dal 1905). L’industria orologiaria, nel puntare
marginalmente su linee destinate a un pubblico femminile,
inaspettatamente comprese che all’orizzonte si profilava
una nuova fascia di mercato dalle potenzialità inimmaginabili.
Si aggiunga l’evenienza che un formidabile complice
ne costituiva il naturale substrato: la moda della Belle Epoque,
che impone alla donna un abbigliamento ricco, tessuti ricamati,
pizzi, piume, perle, maniche molto lunghe. Al polso fanno
capolino i primi modelli, ma per lo più l’orologio
continua a ornare il collo, in forma di pendentif.
Nel clima lieve e spensierato di fin du siecle, l’emancipazione
della donna coglieva i primi frutti e lo spirito indomito
dell’Art Nouveau vagheggiava le sue asimmetriche
movenze, pur stemperandosi nelle più severe e geometriche
forme della secessione viennese. La cassa dell’orologio
da polso destinato al pubblicò femminile ne vestì
le sembianze, maliardamente ammiccando a forme rettangolari
allungate, esagonali, a fiocco, a oblò, da cui sorridevano
quadranti non troppo severi, imprigionati entro decori fittamente
cesellati o milligranati, a imitare motivi “a pavé”
.
Giochi di linee modulate e vezzosamente smaltate in sapienti
contrasti cromatici ebbero notevole seguito, e nel primo decennio
del nuovo secolo parve preminente dar spazio al decoro, così
che il meccanismo divenne sempre più piccolo e il quadrante
seguì simile sorte, onde dar spazio e risalto agli
ornamenti della cassa, sempre di foggia preferibilmente allungata.
I fasti dell’orologio da tasca e da polso si celebrano
sotto i riflettori dell’Esposizione Universale di Parigi
del 1900, per poi dilagare nei magnifici palcoscenici della
prima esposizione dell’Art Nouveau del 1903,
dove gli schemi ottocenteschi sono surclassati da una creatività
ineguagliabile. Già dal 1906 a Parigi la Maison
Cartier ha conquistato la clientela più esclusiva
con la sua linea di bracciali vivacizzati da orologi in oro
tempestati di diamanti tagliati “a rosa” o in
platino, ornati da smalti traslucidi e gemme: li indossano
la baronessa Rotschild o la duchessa di Sutherland. Nel 1908
a Ginevra viene fondata la Rolex, con una filosofia
produttiva fortemente incline ai modelli da polso. Poco dopo
Jaeger-LeColtre e Brédillar iniziano
la serie tonneau, con bracciali composti da perle
fissate su sottili fili metallici. I cinturini sono di tendenza,
a volte in seta moiré, altre in crine di cavallo intrecciata
o in metalli estendibili; le fibbie hanno decori che richiamano
la cassa e talvolta sono à déployante. Nel 1909
i costumi orientali di Leon Bakst nei Ballets Russes
di Sergej de Diaghilev al Théatre du Chatelet segnarono
anche negli orologi l’inizio dell’estetica delle
Mille e una Notte. Nelle serata di gala dell’alta
società, già in questi anni qualche signora
sfida i canoni tradizionali (che imporrebbero il lungo guanto
scuro) e sfoggia l’orologio al polso. Sono anni in cui
per il gentil sesso la sola frettolosa “sbirciatina”
al polso per scrutare l’ora poteva essere interpretata
come un’innegabile mancanza di stile.
Modelli
celebri e nuove tecnologie. (1900 – 1914)
Alla base del successo dell’orologio da polso risiedono
ricerca e sperimentazione, creatività e capacità
di prevedere il mutare dei gusti, in un mercato in continua
evoluzione.
A seguire, troveranno agile e breve descrizione le innovazioni
di maggior evidenza e i modelli-mito che conquistarono il
favore del pubblico.
Nel 1900 giunge la scoperta della lega “Invar”
a cura di Sir Charles Edovard Guillaume: consente un primo
parziale controllo delle variazioni termiche dei metalli.
Nel 1901 Leroy riesce a miniaturizzare ben 25 funzioni in
un unico meccanismo da tasca. L’anno seguente, un’equipe
di orologiai parigini studia il sistema di applicare il datario,
nel dichiarato obbiettivo di inserirlo nell’orologio
da polso (il cimento fu di estrema complessità, anche
in ragione delle funzioni bisestili). Data probabilmente al
1904 il prototipo del celebre modello “Santos”
della Cartier, il primo, il più famoso e il
più elegante orologio da polso per uomo, che il 12
novembre del 1907 volò per 220 metri al tempo record
di 22 secondi, lo indossava il pilota-pioniere brasiliano
Alberto Santos-Dumont. La versione del “Santos”
è ancora oggi il modello più imitato dai contraffattori
di Cartier. Nel 1908 la Audemars Piguet realizza
il primo orologio da polso dotato di suoneria con ripetizione
a minuti.
Risale al 1910 il “Poliplan” della Movado,
la cassa è innovativa: di linea rettangolare curvilinea,
asseconda la forma del polso. Nello stesso anno Frederic Piquet
diminuisce sensibilmente lo spessore degli orologi e la ditta
Heuer lancia “Time of Trip”, l’antesignano
dei cronografi di bordo per automobili.
Nel 1912 Longines mette a punto il primo (rudimentale)
sistema di cronometraggio per rilevare la partenza e l’arrivo
degli atleti.
V.
Prima guerra mondiale.
In
servizio permanente effettivo.
Sarà
nel rombo assordante delle trincee della Grande Guerra che
silenziosamente l’orologio da polso affronta il suo
“battesimo del fuoco”. Inizialmente è indossato
da austeri ufficiali dei reparti d’artiglieria prussiana,
che con lungimiranza teutonica sanno intuire in appieno le
potenzialità devastanti delle batterie disposte a fuoco
sincrono, con l’orologio saldamente consultabile al
polso, grazie a un cinturino in pelle a cui vanno cucite le
anse rettangolari fisse, appositamente saldate sulla cassa.
La corona di carica in un primo tempo rimane a ore 12, ma
ben presto trova sede definitiva a ore 3. Un marziale reticolato
grigliato metallico protegge il robusto vetro e il quadrante
mostra vistosi indici orari verniciati al fosforo, onde assicurarne
anche la visone notturna. In breve tempo la “nuova recluta”
va in prima linea insieme a ufficiali di reparti inglesi,
francesi, italiani e altri ancora.
Spostamenti veloci, necessità tattiche, reparti anche
lontani fra loro il cui ordine d’attacco esigeva un
tempismo cronometrico, imposero una consultazione oraria il
più possibile celere. Pare evidente intuire come in
combattimento risultasse svantaggioso cercare l’orologio
da tasca, estrarlo e poi riporlo.
Di quei tempi tormentati alcune versioni da polso meritarono
sul campo medaglie al merito, tanto che oggi taluni modelli
sono ambiti e ricercatissimi dal collezionismo internazionale:
si pensi allo svizzero “Army”, o al celebre “Tank”
che Cartier produsse per le forze armate U.S.A.,
o al primo cronografo monopulsante da polso della storia,
prodotto da Gaston Breitling nel 1914.
Se al fronte un’intera generazione si decimava al ritmo
di centinaia di migliaia di unità al giorno, gli articoli
di lusso e l’orologeria d’elite in questi anni
tragici conobbero la stagione dell’oro: Cartier
aumentò considerevolmente il fatturato, allo Chez
Maxim’s si celebravano feste indimenticabili e
i balli parigini inebriavano l’aristocrazia ancora incapace
di cogliere l’arrivo di venti avversi. Solo nel 1917,
nelle ore drammatiche della rivoluzione bolscevica, diviene
palese il capolinea di un mondo che si avvia al tramonto.
La guerra accelera i processi industriali e alla fine del
primo conflitto mondiale il trampolino di lancio era pronto:
l’orologio da polso, si prepara a combattere una lunga
battaglia sulla versione da tasca anche in tempo di pace,
ma sarà una vittoria incerta e sofferta.
Se il combattente ha conosciuto l’orologio da polso,
nel ritorno alla vita borghese pare quasi dimenticarlo. I
dati statistici del dopoguerra non lasciano dubbi: la percentuale
di diffusione della versione “polso” è
marginale (se non insignificante) qualora raffrontata al numero
di esemplari “da panciotto” costruiti ogni anno
nel mondo. Il maschio pare riluttante a “ingentilirsi”
il polso con un orologio che a quel tempo parve propriamente
un distintivo femmineo. Nonostante l’evidente utilità,
non fu preso troppo sul serio.
Modelli celebri e nuove tecnologie (1914 – 1918)
Nel 1914 la Jaeger-LeCoultre produce il modello “Eterna”:
è l’antesignano degli orologi da polso dotato
di sveglia incorporata. Nello stesso anno la Breitling,
su richiesta dell’aviazione, inaugura la ricerca specifica
nel campo del cronografi da polso. Del 1916 è il brevetto
di “Micrograph” della Heuer: cronometra
i centesimi di secondo. Cartier nel 1918 produce
la versione in oro e platino del celebre modello “Tank”,
le caratteristiche sbarrette laterali ricordano i cingoli
dei carri armati alleati. Nel 1918 in America, su brevetto
svizzero, si producono casse “Water proof”, ma
il seguito fu di così scarso rilievo che il progetto
venne subitaneamente accantonato.
In questo periodo il quadrante di gran moda è in argento
godronato.
Anni Venti: Decomania.
Nel primo dopoguerra la metamorfosi del pubblico femminile
è a dir poco prodigiosa. Donne al volante, donne nei
club sportivi: una rivoluzione. Mentre si balla al ritmo del
jazz le gonne si accorciano e si sfoggiano scollature generose
se non audaci. Il vestire assume forme sobrie e essenziali:
il contrasto impone vistosi accessori.
Charles Frederick Worth - il vate della moda – paradigma
l’estetica di questo decennio nella missione di
vivere nel e per il lusso.
E’ il trionfo dell’orologio da polso-gioiello
volutamente sfoggiato ma di glamour raffinato, con casse impreziosite
da corolle di pietre pregiate di ogni varietà (ma con
preferenza al diamante e allo zaffiro). Le case costruttrici
si sbizzarriscono in una vasta gamma di realizzazioni, rigorosamente
ispirate alle forme dettate dai canoni stilistici del momento.
Sono anni che segnano il trionfo della Cartier e
della Vacheron Constantin, che immettono serie a
cassa ovale destinate a diventare un classico. A forme “convenzionali”
si oppone la creatività che contraddistingue la linea
lanciata da Mario Buccellati.
Esplode l’Art Deco’… il 1925 è
l’anno decisivo.
Nella Ville Lumière a Parigi si svolge l’Esposizione
Universale delle arti decorative e tutti gli oggetti sono
selezionati nell’osservanza di un criterio orientato
verso l’originalità. Per quanto pertiene l’orologeria,
fanno capolino nuove gemme accanto a quelle solitamente in
uso: giada, cristallo di rocca, nefrite, lapislazzuli, onici,
disposte in giochi geometrici o uniformate a moduli compositivi
di ispirazione orientale. Cartier espone orologi e gioielli
su manichini che emulavano le donne di Modiglioni: nel Papillon
de l’Elegance nasce l’inscindibile connubio tra
arte, cultura, moda e gioiello. Nel 1922 grande seguito esercita
il fascino del rinvenimento nella valle dei Re della tomba
- quasi intatta - di Tutankhamon. Ora l’orologio da
polso è diventato prezioso come un bracciale essendosi
estesa la parte interessata al decoro. Spesso il quadrante
è del tipo “a scomparsa”, visibile solo
sollevando un piccolo coperchio (ornato anch’esso) o
a demi-savonnette, con coperchio provvisto di indici
con “oblò a vista” onde favorire la lettura
oraria. E’ di moda anche la corona di carica abbellita
da pietre cabochon. Nel 1926 comincia l’intramontabile
mito del “Rolex Oyster”, lo indossa Mercedes Gleitze
che traguarda a nuoto in tempi record il canale della Manica:
15 ore.
E’ bene osservare come lo stile superato sia duro a
morire, accade così che il vecchio e il nuovo per un
decennio coesistono ed è difficile a volte - solo su
basi stilistiche e meccaniche - datare con certezza alcuni
esemplari. La produzione legata al fenomeno della Decomania
è invece inconfondibile: il “motivo firma”
è riconoscibile nella stilizzazione figurativa associata
al rigore geometrico, interpretata talvolta fino all’astrattismo.
I francesi in questo periodo rappresentano l’avanguardia
di rottura con il passato, ma non mancano esempi di dura polemica
contro “il gusto barbaro imposto dalla Francia”.
Fu questo il decennio degli “Anni Folli”, come
felicemente scrisse in un racconto Francis Scott Fitzgerald.
All’incontenibile gioia di vivere che seguì al
trattato di Versailles del 1919, corrispose nel 1929 il crack
della Borsa di Wall Street, una crisi che decima anche il
mercato dell’orologeria, pur senza troppo scalfire le
marche di grande prestigio, che incassano una perdita di circa
1/3 del fatturato complessivo.
Il
successo dell’orologeria da polso deve la sua irrefrenabile
ascesa alla moda: in questi anni divenne aut indossare guanti
o maniche lunghe.
Modelli
celebri e nuove tecnologie. (1918 – 1930)
L’Ulysse Nardin nel 1919 costruisce il primo
movimento a bilanciere in lega “Invar”. Nello
stesso anno, giunge il brevetto per il capostipite degli orologi
al quarzo (ma solamente nel 1967 ne sarà riconosciuta
la precisione, dodici volte superiore rispetto a quelli meccanici).
Nello stesso anno Cartier produce la linea per aviatori
“Carré Santos” e l’ Eberhard
lancia il cronografo da polso a attacco snodato e fondello
incernierato, la versione in oro conobbe una tale rinomanza
da esser ancor oggi ambita). 1922: Movado presenta
“Ermeto”, con funzione di carica esercitata dall’apertura
del coperchio, che in posizione serrata cela alla vista il
quadrante. Nel 1924 John Harwood brevetta il primo meccanismo
automatico da polso. Del 1926 è il leggendario modello
“Oyster” a tenuta stagna e due anni dopo la Rolex
crea il primo orologio completamente impermeabile all’acqua,
inventando la corona e la cassa a vite. La giapponese Seiko
entra nel mercato dell’orologeria da polso. 1927: Longines
produce “Angolo Orario”, destinato agli aviatori
e alla celebrità. L’anno seguente Patek Philippe
immette sul mercato il primo cronografo rattrappante e la
Tissot pone a buon fine il primo sistema antimagnetico
di qualità. Nel 1929 Lecoultre presenta l’orologio
da polso più piccolo del mondo: pesa un solo grammo!
VI. Lo sport impone l’orologio
da polso.
Il
mito sportivo e il cronografo.
L’orologio figura tra i simboli esemplificativi dell’estetica
tecnologica che febbrilmente contagiò la generazione
del primo dopoguerra. Navi, transatlantici, automobili, dirigibili,
treni e aerei ogni giorno infrangevano nuovi record nel denominatore
comune della velocità. Nella temperie del futurismo,
l’orologio di precisione diviene l’arbitro di
un nuovo orizzonte mentale, dominato da un’incrollabile
fiducia nella scienza. Lo spingersi oltre i limiti - nell’immaginario
collettivo - finisce per associare il ruolo dello sportivo
al paradigma dell’eroe, e già così accadde
2500 anni prima quando l’eroe greco era il vincitore
delle olimpiadi, un semidio che aveva il privilegio di comparire
davanti agli dei con il capo cito da una corona d’alloro
aurea. Dalla mistica sportiva al mito tecnologico il passo
fu breve: l’orologio da polso dotato di funzione cronometrica
assurge a simbolo distintivo del recordman. La pubblicità
e la cinematografia, nuovi potenti strumenti mediatici, lanciano
i modelli indossati da eroi dello sport e dalle dive dello
star system hollywoodiano, ingenerando un processo collettivo
di auto identificazione che in breve trasforma l’accessorio
da polso come in un bene oniricamente desiderabile. Per l’uomo
di successo l’orologio da polso “griffato”
diventa uno status sociale irrinunciabile.
Le case produttrici cavalcano il treno dei desideri, improntando
modelli idonei a soddisfare le esigenze più differenziate.
Nel 1919 l’Eberhard converte la sua produzione
altamente qualificata di cronometri da tasca modificandoli
ad uso polso, candidando il marchio della manifattura svizzera
a fama duratura (successo replicato nel 1935 quando immette
sul mercato l’inedito modello a due pulsanti, più
complesso). Il cronografo conobbe vasta diffusione e tutte
le case costruttrici - a partire dagli Anni Venti - lanciarono
sul mercato svariati modelli, oggi oggetto di accanita caccia
da parte di esigenti collezionisti. I più facoltosi,
per la prima versione del cronometro Rolex cassa
oro (provvisto di datario) spendono fino a 300.000 euro.
In questi anni la cronometria da polso si evolve fino a dotare
i meccanismi di funzioni altamente specializzate, compaiono
modelli a lancette sdoppianti, per calcolava i tempi intermedi
tra il primo e il secondo classificato in una gara sportiva,
in alcuni il quadrante fu stampigliato con scale telemetriche,
tali da consentire al medico il computo delle pulsazioni del
cuore o il calcolo della distanza per il tiro al cannone,
e altro ancora.
Anni
Trenta: “The Devil’s Decade”
Dall’America la “Grande Depressione” nei
primi Anni Trenta lambisce anche l’Europa e il Decennio
del Diavolo che vede l’affermazione dei regimi
dittatoriali, di dilanianti lotte sociali, il razionalismo
positivista segna il passo in favore del decadentismo e del
nichilismo.
Si continua a sognare, Hollywood ne è la macchina propulsiva,
la radio annulla le distanze tra popoli e continenti e già
nel 1930 la direttrice Parigi-New York conosce il primo volo
traslatlantico.
Gli Anni Trenta sono contraddistinti da una produzione da
polso altamente qualificata, in contrapposizione tra pulsioni
classiche e anticlassiche, moderniste e funzionaliste. Ricordiamo
fra tutti un modello di Jaeger-LeColtre, detto “Due
Linee”: è la versione da donna più piccola
del mondo, data al 1929 e nasce da una scommessa ove si sfidava
l’orologiaio a costruire una meccanica di poco superiore
a quella di una capocchia di un fiammifero.
Il 1931 è un anno d’eccezione: si tiene a battesimo
il brevetto del modello “Reverso”, il nome è
appropriato: cassa e meccanismo scorrono sul supporto fino
a rovesciarsi completamente, così garantendo in caso
di necessità una protezione totale. Ne esistono anche
rare versioni con quadranti a tipologia digitale, dette “a
saltarello”. L’idea ispiratrice nacque dalla necessità
di alcuni ufficiali inglesi di giocare a polo indossando un
orologio capace di contrastare urti potenzialmente distruttivi.
Sempre al ’31 risale la versione “Pasha”
della Cartier, un inno allo stile ispano-moresco
che apre la via alla moda esotica e allo stile coloniale.
Il primo modello fu costruito per El Glaoui, Pacha di Marrakesh.
Rolex inaugura il leggendario “Oyster perpetual”,
un orologio a carica automatica dotato di massa oscillante
a rotore centrale, destinato a imporsi all’attenzione
del pubblico di allora e d’oggi. Nel 1933 la Patek
Philippe traguarda un record nella miniaturizzazione
delle funzioni complicate per l’orologeria da polso:
“Graves” computa ore, minuti, secondi, ora dell’alba
e tramonto, equazione del tempo, calendario perpetuo, carta
delle stelle, fasi lunari, cronografo rattrappante, suoneria
a quattro gong, ripetizione minuti e sveglia.
Perdura anche in questo periodo la moda di associare alla
cassa anse “a maniglia” semovente, un espediente
già applicato nel decennio precedente.
Un successo inaspettato coglie la versione “Mike One”
e i fumetti di Walt Disney con topolino sul quadrante entrano
a pieno titolo nella storia dell’orologeria: ne furono
venduti 25 milioni di esemplari!
Accanto a nomi altisonanti, coesistono produzioni pur sempre
valide, che accontentano un pubblico meno esigente; marche
interessanti sono le svizzere Cyma, Record Watch,
e la Mida, per contralto in America si distinguono
la Elgin e la Illinois Watch Company.
Nella seconda metà degli Anni Trenta l’Art Deco’
perde di popolarità e ci si orienta verso la produzione
di modelli più sobri. Si studiano le possibilità
offerte dal colore e dalla forma, si medita la volumetria;
il metallo che prima serviva come base all’elemento
ornamentale, ora lo si sfrutta sotto il profilo della linea
e degli effetti che la luce esercita su esso, all’uso
del platino e dell’oro bianco si preferisce l’oro
nelle sue tonalità gialla, rossa e verde, cassa e quadrante
alla moda sono bicolori. Si diffonde il mito dell’orologio
a linea aerodinamico. Nel segmento femminile grande seguito
avranno cinturini-bracciale a tubo flessibile (detti a tubo
del gas) e a coda di topo.
Tiffany, coglie successi di pubblico a dir poco lusinghieri
e la Rolex introduce modelli a cassa rettangolare,
di riuscita ideazione, che la confermano star della High Society.
Si tenga presente che sul totale dell’esportazione svizzera
l’orologio da tasca nel 1925 copriva ancora il 64,5%.
Il polso avanza, ma è una corsa a ostacoli……
Modelli celebri e nuove tecnologie. (1930 – 1940)
Nel
1930 giungono alla Regia Marina Militare italiana i cronografi
commissionati alla Eberhard & Co. Nel medesimo
anno esce “Graves” della Patek Philippe,
l’orologio più complicato mai prima concepito
ad uso polso. Datano al 1931 il brevetto del modello “Reverso”
di Jaeger-LeCoultre, del “Pasha” di Cartier
e l’”Oyster Perpetual” della Rolex.
Il 1933 vede nascere il brevetto di “Vendome”,
della Cartier, gli attacchi della cassa sono ad ansa
centrale snodabile (un intramontabile ancor’oggi in
produzione). Nel 1934 compare “Mike One”: l’orologio
con topolino sul quadrante che fino al 1957 tocca vendite
esponenziali. I cronografi medicali datano al 1936, così
come il “Siderografo” della Longines,
naturale evoluzione del celebre cronografo “Lindebergh”.
Il 1937 è l’anno del brevetto di “Prisma”
di Cartier, l’idea deriva dal periscopio dei
sottomarini, con il quadrante riflesso da un vetro prismatico.
Nel 1939 l’industria orologiaria introduce nelle casse
l’uso dell’alluminio, mentre il milanese Tullio
Bolletta mette a punto il TI.BI., un liquido atto alla rapida
pulitura dei meccanismi, ancora oggi in uso.
VII.
Le case costruttrici: una “tecnocrazia pubblicitaria”.
Lo sport sollecita la tecnologia a misurarsi con situazioni
limite, l’orologio deve affrontare elementi ostili come
l’acqua, le alte temperature, la compensazione della
gravità terrestre, urti e sollecitazioni estreme, gli
influssi e le variazioni dei campi magnetici naturali (per
gli esploratori polari) e artificiali (generate dai potenti
motori degli aerei).
Nella prima leggendaria trasvolata dell’oceano Atlantico,
Lindebergh indossava al polso un cronometro appositamente
realizzato dalla Longines, la cui cassa era in ferro
dolce a spessore potenziato, capace di permeare i campi magnetici.
Il fortunato epilogo valse anche alla Longines un ritorno
d’immagine (e non solo!) di incalcolabile rilievo.
L’introduzione della lega Annibal (nichel,
cromo e tungsteno) consente di imprimere e mantenere un ritmo
di oscillazione costante al cuore pulsante dell’orologio
(bilanciere e ancora), vanificando così l’azione
degli effetti del variare della pressione e dell’umidità
dell’aria.
La temperatura, che ingenera dilatazioni nel bilanciere e
nella spirale verrà vinta dall’introduzione di
componenti in lega enlivar, il cui coefficiente di
dilatazione termica è di indice trascurabile.
A ogni nuovo traguardo tecnico seguiva l’immancabile
cassa di risonanza sovvenzionata dalla casa costruttrice,
dispiegata con campagne pubblicitarie sapientemente orchestrate
e ben orientate a un pubblico precedentemente individuato,
con l’ausilio di indagini di mercato. La cartellonistica
era affidata a illustratori di provata esperienza, consapevoli
del potere di suggestione che sortiva un’immagine subliminale
mirata, virtualmente idonea a cogliere nel segno. In parallelo
seguiva una campagna stampa che a lettere cubitali ribadiva
le nuove frontiere raggiunte dalla “tecnocrazia orologiaria”
e nel redazionale, tra le righe, l’editorialista (talvolta
foraggiato) non perdeva occasione di elogiare il nuovo modello
di turno, e la casa madre.
Sia ben chiaro: le grandi marche avevano un parco tecnici
di altissimo profilo. Gli introiti consentivano ricerche avanzate
e staff di prim’ordine, qualcosa di simile al team della
rossa di Maranello dei nostri giorni.
Per dovere di cronaca, segnalo la prima campagna pubblicitaria
che ebbe per protagonista un orologio da polso. Nel 1909,
sulla rivista americana National Geographic. si celebra
il modello di Hamilton, destinato alle Ferrovie U.S.A., dotato
di un innovativo sistema di azionamento a leva per l’azionamento
degli indici orari.
Relativamente all’evidente importanza per una marca
di essere sempre tecnicamente all’avanguardia, si dirà
solo che in quei decenni lo spionaggio industriale fu all’ordine
del giorno, con tanto di spie “dormienti” e doppio
o triplo gioco…. talune di “lodevole” e
sibillina tenacia, tale da far impallidire un veterano della
C.I.A.
E
c’è da dire che l’intera storia dell’orologeria
meccanica dal XVII secolo in poi è costellata di plagi,
furti, imitazioni, sgambetti e quant’altro giustifichi
la vanità del primato o il delirio del successo economico.
Solo tra il 1930 e il 1940, gli svizzeri (pare incredibile)
centrano l’obiettivo di marginalizzare l’industria
orologiaria americana, sostanzialmente in forza di un fattore-sorpresa.
Convinsero l’opinione pubblica internazionale che indossare
un orologio piatto, era chic. La vittoria giunse non sul filo
sottile della ricerca tecnologia, ma sull’induzione
inconscia dettata da subliminali slogan pubblicitari: un’arte
che nei laboriosi cantoni avevano appreso dagli statunitensi.
O dea Nemesi.
Anni Quaranta.
I venti di guerra impegnano le maggiori marche mondiali ad
accaparrarsi gli appalti per l’esercito. Modelli ad
esclusiva destinazione militare di case prestigioso indossano
la divisa e combattono su ogni fronte. In Italia, le Officine
Panerai predispongono il “Luminor Panerai”,
affidato in dotazione agli incursori della marina. Fu denominato
il “sommergibile da polso”: era in grado di sopportare
immersioni fino a trenta metri in perfetta efficienza. La
Wyler Vetta produce il cronografo “Cinematique”
Tipica di questo periodo è la scomposizione delle linee
classiche, con moduli circolari bombati e anse ricurve, di
cui la Piaget e la Baume & Mercier offrono
modelli raffinatissimi e lussuosi, destinati a un pubblico
di nicchia. Trova un nuovo segmento produttivo anche l’esecuzione
di orologi di forma, in particolare quadrangolare, esagonale
trapezoidale o asimmetrica. Cinturini e bracciali vestono
nuove linee e assumono la denominazione ispirata al disegno
delle maglie che li compongono: “a spina di pesce”,
“a coda di topo”, conosce grande notorietà
la versione “Tank”, desunta dai cingoli del carro
armato o il modello semirigido a linee ad aggetto sfalsato.
Ne mancano le novità nei quadranti, dove si impone
il modello in argento “Mat” o il quadrante oscurato.
Ora servono orologi che accompagnano l’uomo in tutte
le situazioni che lo vedono protagonista attivo. Si consolida
anche nell’orologio la tendenza di intercambiare un
diverso modello abbinandolo al cambio del vestiario. Ne consegue
una particolare attenzione al modello da sera, che in questi
anni conosce il favore del pubblico mondano. Celebre espressione
di questa tipologia è il “Misterieux”,
a firma Jaeger-LeColtre, in oro bianco e brillanti
in luogo degli indici orari; al posto delle sfere girano (come
sospesi nel vuoto) due brillanti, che in realtà sono
incastonati su un cerchietto di vetro meno rifrangente alla
luce di quello posto a protezione del quadrante, risultando
invisibile.
Anche il vetro a protezione del quadrante si bomba e in certi
esemplari - destinati al pubblico femminile - è una
vera e propria lente d’ingrandimento. Il mercato destinato
alla produzione della linea femminile è quantomai incerto,
in ragione di gusti differenziati e si può con giusta
causa affermare che gli unici modelli che il gentil sesso
indossò a lungo furono nella buona sostanza solo il
“Tank” e il “Reverso”.
Il cronografo conosce diffusione inarrestabile, specie nelle
sue varianti da amatore, con funzione di sdoppiante e rattrappante.
Con la seconda guerra mondiale, la difficoltà nel reperire
metallo nobile e pietre preziose fa si che ci si orienti verso
nuovi materiali come l’acciaio e il nichel, le casse
diventano quadrate e il cinturino è quasi sempre in
cuoio. L’orologio da donna è sempre più
simile alla versione maschile. Nel 1944 il “Rolex Price”
è l’orologio più preciso del momento:
in 45 giorni ha uno scarto di ¼ di secondo quotidiano.
A guerra finita, si nota un graduale alleggerimento delle
forme, che nel decennio successivo segna il successo dell’ultrapiatto.
Di li a poco si affacciano sul mercato modelli capaci infine
di appannare l’illustre storia dell’orologeria
meccanica: gli elettrici. Nubi minacciose si profilano in
Oriente e un nuovo temibile concorrente è pronto a
misurarsi con l’Europa… ma questa è un’altra
storia, dove perfino il microchip è infinitamente grande,
poiché anche l’atomo viene fatto a fette.
Modelli
celebri e nuove tecnologie. (1940 – 1945)
Nel 1940 le Officine Panerai forniscono il modello
subacqueo “Luminor”, in grado di affrontare trenta
metri e oltre, in immersione. Nello stesso anno la Marvin
produce il “Copertone”, un orologio destinato
al pubblico femminile a cassa in forma di ruota allocata entro
un copertone di gomma. Il 1944 vede trionfare la cronometria
di precisione, il “Rolex Prince”: ritarda solo
un quarto di secondo al giorno.
VII. Il trionfo dell’orologio da
polso.
E’ fuor di dubbio che oggi l’orologio da tasca
venga coralmente percepito come una curiosità d’altri
tempi, un buffo oggetto - se non addirittura un ninnolo -
che i nostri nonni indossavano sul panciotto mettendo bene
in mostra la catena che ne era il naturale complemento, magari
ostentandolo compiaciuti durante le funzioni della messa domenicale
o a una delle tante fiere che scandivano il tempo della civiltà
rurale. Dunque un ricordo mutuato e filtrato dalla visione
cinematografica piuttosto che un elemento tramandato dalla
memoria collettiva: un orpello di decoro piuttosto che un
inseparabile manufatto destinato alla fruizione quotidiana.
I meglio informati probabilmente lo ritengono una specie di
status symbol da comparare all’effetto che
sortisce oggi l’indossare l’aureo Rolex President
(quello sopra al polsino della camicia di Agnelli), che invariabilmente
notiamo al polso di categorie come i notai, i grandi imprenditori
o comunque chi nella scala sociale intenda distinguersi per
l’invidiabile denuncia dei redditi. Un po’ come
avrebbe fatto nei primi anni del ‘900 il mercante di
bestiame che ad ogni occasione estraeva il sovradimensionato
Roskoff in argento, inciso con l’immancabile locomotiva
a vapore, dal quadrante variamente adorno di numeri orari
impreziositi da smalti vistosamente balucicanti. Era questa
una credenziale in quegli anni ritenuta di grande effetto
creditizio e oggi ci conferma come più che mai l’orologio
nei secoli fu (ed è) tra i simboli di potere censorio
maggiormente accreditato.
Parrà dunque incredibile ai più scoprire che
l’orologio da polso ha subito una diffusione di massa
solo negli ultimi quattro o cinque decenni.
Un esempio, analizzando una produzione - a titolo di campione
- significativa come poteva essere quella del mercato statunitense
(cfr. U.S. Tariff Commission), notiamo che ancora l’anno
successivo alla grande depressione del 1927, l’orologio
da tasca viene prodotto in un numero di 8.010.000 unità,
mentre sempre nel 1928, si producono solo 990.000 orologi
da tasca: una percentuale di circa 8 a 1. E’ questa
la riprova che l’orologio da tasca era ancora di gran
lunga di moda. Nel 1941 gli orologi da tasca assommano a 7.913.000,
mentre quelli da polso in totale sono 3.599.000, con uno sfavore
di oltre il doppio. Solo un evento drammatico come l’ingresso
degli U.S.A. in guerra (e in ragione di precise esigenze belliche)
decreta nel 1943 il primo storico sorpasso dei “polso”
(65.000) sui “tasca” (63.000). Ma a guerra finita,
nel 1946, i tasca ritrovano il favore della committenza con
una produzione di 2.931.000 esemplari a fronte dei 2.000.000
destinati a uso polso.
Bisognerà attendere il 1953 per verificare il definitivo
sorpasso e la conseguente affermazione della tipologia da
polso (3.321.000) in sfavore della concorrenza da tasca (2.710.000),
e negli anni a seguire il trionfo dei primi sui secondi sarà
lento ma inarrestabile, tra gli Anni Sessanta e Settanta il
tasca è ormai obsoleto, per giungere ai giorni nostri
con una produzione di modelli a limitata tiratura, destinata
esclusivamente a una ristretta nicchia di estimatori.

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